Articolo di Giuseppe Cocchiara del 1922

LA SAGRA DEI GIGANTI (di Mistretta)

articolo di Giuseppe Cocchiara, tratto dalla rivista romana “Tutto” del 3 Settembre 1922

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Per vie molto fortuite, tramite  internet, ho avuto l’opportunità di venire a conoscenza della esistenza di una copia di una rivista romana di nome “Tutto” pubblicata nel mese di Settembre dell’anno 1922 (quasi un secolo fa!)  contenente un articolo che descrive la festa dei giganti di Mistretta. Dell’articolo, molto esteso e interessante, si vedono solo le prime due paginette corredate di foto d’epoca, ma non si nota il nome dell’autore che, evidentemente, è riportato in calce; tuttavia mi attrae la interessante e minuziosa descrizione della stessa. Mi incuriosisce questo ignoto visitatore d’epoca che fa un quadro puntuale e minuzioso e parla anche del “figlio dei giganti”, soggetto del quale si è sempre sentito parlare ma che nessuno ha mai visto. Essendo deciso a leggere il seguito dell’articolo, decido di acquistare la copia della rivista che contiene la rivista posta in vendita da un ignoto signore del centro Italia. Quando mi arriva scopro che l’ignoto estensore dell’articolo scritto un secolo fa altri non è che il giovanissimo mistrettese Giuseppe Cocchiara, successivamente divenuto un etnologo di fama internazionale, il quale, essendo nato nel 1904, nel 1922 aveva appena 18 anni. Leggo l’articolo e, grazie alla abilità dell’autore che con forbita grazia sa renderlo molto interessante, ne resto entusiasta per avere acquisito il quadro fedele della festa svoltasi un secolo addietro, acquisendo cognizione di quanto di essa oggi si conserva e quanto non si usa più perpetuare (FG)                                                                                                            ---------------------------  

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LA SAGRA DEI GIGANTI - di GIUSEPPE COCCHIARA

In tutta la Sicilia non vi è nessuna festa, nessuna rappresentazione più o meno sacra, nessuna rievocazione così significativa ed empirica, così “epopeale” e nello stesso tempo così dinamica, quanto la sagra dei Giganti che i popolani dell’antica Mitistrato, l’odierna Mistretta, festeggiano e solennizzano annualmente più che con riverenza religiosa con sentimento orgiastico, più che per odore di sacrestia per sapore di baldoria. L’isola del fuoco, così ricca di tradizioni e di leggende, di miti e di folletti, non manca affatto di rievocazioni ultra dinamiche (Il maestro di Campo a Mezzoiuso; i diavoli di Prizzi; il Martedì capitis mundi) e di feste superbamente popolari (S. Rosalia a Palermo; S. Agata a Catania; S. Luciuzza a Siracusa) ma nessuna sagra –che io sappia – tranne quella dei Giganti, incarnando in sé un’epopea e un mito ciclicamente olimpico, ostende così burbanzosa il suo capo dalle regioni della religione e schicchera a tutto e a tutti una così solenne risata geologica e storica.

Siamo in Settembre. Mancano appena tre giorni perché il popolo amastratino celebri la festa della Madonna della Luce che la tradizione paesana vuole che fosse stata trovata da due giganti in una grotta e portata in una chiesa, dove, insieme alla loro comune dimora doveva sorgere più tardi il cimitero, quando un infinito numero di ragazzi si reca a pigliare questi esseri di cartone alla estremità dei quali i vastasi poggeranno la loro testa per poterli condurre dove vogliono. Le campane suonano. Le navate della Cattedrale, che sarà la loro reggia capitale, sono invase da gente la quale aspetta la venuta dei giganti con sentimento amorevole. Da lontano intanto si ode il rullio di un tamburo. I bambini agitano il fazzoletto. La gente si sporge quanto più è possibile. Due esseri anormali si avvicinano lentamente. Sembrano due titani liberatisi dal Tartaro. Si fermano. Si fermano e vogliono riposarsi. Passano pochi minuti. Vocii confusi si intrecciano a gridii continui.

I giganti hanno incominciato il loro primo balletto. La festa s’è aperta. Folleggeranno. Avevano un  figlio prima, il quale non faceva che correre dietro alla impazzata, raccontano i vecchi, ma ora è morto e girano soli le vie della città per improvvisare sotto i balconi dei palazzi aristocratici le danze più pazze e la baldoria più attraente. I preti e la gente colta avrebbero voluto e vorrebbero che l’usanza di questo ballo, sciocca ed inane, secondo il loro modo di vedere, fosse abolita; ma come vi è questa gente vi è pure la vile plebaglia , vi è pure un popolo superbo e magnifico, poetico e patetico, il quale in questi esseri trova il pernio onde incunea la sua abilità tradizionale, giacché i contadini oltra la leggenda paesana riferita credono (e guai a levarglielo dalla testa) che i primi abitanti di Mistretta fossero dei giganti, che essi vogliono festeggiare con riverenza e con rispetto per tradizione  ed atavismo.                                                                                                                                                                                                                 

Fin dai tempi antichissimi i giganti sono andati a ballare per le sonnolenti-risvegliare vie della cittadella e balleranno sempre per tradizione, per gusto popolano, per eredità. Dei suoi padri egli, il modesto popolo siciliano una sola cosa eredita: la tradizione. Ed è la tradizione ch’egli ama con tutta la passione della sua villica anima; è la tradizione ch’egli vuole che sia da tutti rispettata come cosa ipersensibile ed eternamente inviolabile.  Il popolo non ha bisogno di areostati. La sagra gli piace. La baldoria lo attrae. Deve farsi e si fa.

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I bambini cominciano a vociare. Qualcuno gracchia. Molti si rifugiano in casa perché non hanno mai visto i giganti da vicino e li temono come quei mostri ch’essi hanno visto attraverso le favole sciroppose e roboanti delle loro vecchie nonne. I giganti intanto hanno finito il primo balletto vicino la chiesa e si apprestano alla loro tournée. Ed ecco la prima casa aristocratica. Si fa largo. Il tamburo comincia a rullare. I giganti si fermano. Sembrano che vorrebbero lisciarsi appassionatamente e voluttuosamente. Si toccano. Il maschio burbanzoso e barbuto fa una girandola violenta. Lo scudo e la spada gli tremano. La donna si ripiega ballerinescamente sui suoi fianchi. Va a mettersi vicino il marito. La posizione è presa. Il ballo incomincia. Il tamburo “solfeggia”. Ed è bello, superbamente bello vedere quegli esseri di cartone ripiegarsi prima sullo stesso senso in modo che portino la stessa meta per poi rivoltarsi immantinente, mettersi l’uno contro la faccia dell’altra, e improvvisare dei va e vieni dinamici per schippirsi ingegnosamente con delle girandole superbe ogni qualvolta si incontrino. La spontaneità del ballo brilla circonfusa da una appropriata conseguenziale ilarità; le labbra del visitatore coerente si schiudono in un sorrisetto continuo, le vie si sono già trasformate in un anticipato orgiastico carnevale. Ma ecco: il primo ballo è finito. La porta del palazzo aristocratico s’è… aperta. Il primo vino è già stato tracannato. Cambiamento a vista. Da un palazzo ad un altro . Bacco incomincia a operare. È  già mezzogiorno. Le campane incominciano a suonare. I Giganti tornano alla chiesa. L’ultimo ballo. Il tamburo scompare. Entra in scena la musica. Il popolo corre da lontano. Formicola e sbuca da ogni vicolo. Si affolla e si accalca. Si precipita e brulica. I fieraiuoli scendono dalla Neviera che si è trasformata in un campo di buoi e di asini, di capre e di porci, di baracche e di venditori ambulanti con dei brandelli in mano e dei cappellacci larghi, dando alla festa una nuova e risolente caratteristica. La musica intuona una marcia qualunque. I Giganti sono in posizione. Questa volta il ritmo non si può affatto garantire. Sono ebbri, troppo ebbri, per poter domare la volontà che fu.

Oh! A calia, oh! Chi l’aiu ruci. Cavura, cavura eh! 

I venditori vociano. I bambini battono le mani. Le girandole si intrecciano e si strecciano. Dinamicamente. Ma ecco: sul punto più bello, quando il ballo è nel suo vero punto energicamente folle, un gigante cade. L’uomo che v’è di sotto inneggiando in quel momento a Bacco costringe le labbra del povero maschio a baciare la terra. La gigantessa si rivolta. Fa delle smorfie. Una voce intanto si alza potente e fragorosa:

Oh! Stuiti u musso se non a gigantessa non ti vasa cchiù!  

Il dinamismo non ha dove arrivare. Le voci e i commenti continuano. Sono geniali. Qualche voce poderosa invita un bambino ad andare a chiamare il medico e qualche altro la levatrice. Niente di male che da un piccolo spargimento di sangue (i giganti sono di cartone?) potrebbero venire fuori dei bambini. Mitologicamente non sono forse i giganti figli della terra la quale li fecondò per il sangue sparso da Urano quando fu mutilato da Saturno! I pennacchi si fanno strada. Vanno e vengono. Ma il gigante è stato alzato. Un chiodo. Due colpi di martello. Un po’ di spago. È tutto a posto. E il gigante per redimersi incomincia il suo ballo pazzo e furente scimmiottando e minuettizzando la sua oltracotante boria. Gli ultimi balli. Gli ultimi commenti e i giganti rientrano contenti e soddisfatti nella loro reggia. I bambini aggrappati alle colonne battono le mani. Le voci hanno un crescendo.

Oh! A calia, oh! Chi l’aiu ruci. Cavura, cavura ! 

 ***

Per tre giorni di seguito i balli per chi non vede tutto colle lenti affumicate o da miope sono stati magnifici; hanno attratto superbamente; il popolo si è divertito un mondo; le contadinelle venute dai caratteristici e poetici paesuncoli  limitrofi, impettite nelle loro mantelline che lasciano appena, appena vedere due occhioni grandi e neri che non hanno nessun cerchio e che non hanno mai conosciuto il bistro , e un naso né piccolo , né grande ma quel naso birichino ch’è proprio della contadinella siciliana, si sono confuse alla folla ed hanno assistito alla baldoria con piacere e con soddisfazione.

 

Ed è veramente grazioso vedere la gigantessa dalle poppe ripiene e dalle natiche grasse, bardata di colori sgangherati e sgargianti come un grottesco tacchino barocco, voltarsi sdolcinandosi nelle mosse più sdilinquite nella tema che le rubino la madonna, mentre il gigante, colla spada a fianco e lo scudo in mano, incede, barbuto e serio, come un’altissima e irremovibile antenna di piroscafo. Ed essi che avevano trasformato le vie in un veglione, la Chiesa della Cattedrale in un luogo di curiosità dove i bambini andavano continuamente a vederli, a palparli e a stringere le loro mani con moine per plasmare i drappi e assicurarsi che erano proprio fatti di cartone, si apprestano ora a “metamorfosizzare” gli stradali che guardano il Cimitero (dove essi insieme alla Madonna hanno, come dissi, la loro dimora) in un luogo di vedetta dove migliaia di donne superbamente belle, di fanciulli paffuti, di uomini parati a festa se ne stanno a godere la loro rientrata; e il cimitero in un circo equestre dove dinnanzi alla Morte (che in quel momento sembra rifugiarsi fra i cipressi, i quali si colorano del roseo crepuscolare, imporporandosi nelle cime, riflettendo raggi d’oro dai rami e imbiancandosi nei fusti) si fanno le risate più sguaiate, si intrecciano le ultime danze che sono le più pazze, si preparano e si accendono  dei roghi più rosseggianti.

 

È l’ultimo momento. Le voci di bronzo si confondono in un solo massimo coro. La musica si fa sentire da lontano. Gli ultimissimi balli e i giganti sono già rientrati nella loro grotta. Il vocio del popolo che assiepa le strade diviene più acuto. I bambini corrono all’impazzata. Gli uomini che erano scesi fino all’ultima dimora per assaporare gli ultimi balli ritornano e si confondono con quelli che avevano visto dai luoghi più alti. Le campane suonano senza stancarsi. A festa. Vibrano. Il rombo si propaga intermittente. I commenti si intrecciano. La sagra è finita.

                                                                                              Giuseppe Cocchiara 

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Commenti più recenti

19.10 | 12:47

La Sua trattazione è interessante. Io, per altre vie (diciamo "sorelle" delle Sue) sono arrivato a conclusioni simili.

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16.09 | 16:52

leggerò i libri di Maria Messina; oltretutto è bellissima

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24.01 | 15:01

Ho cercato di leggere le poesie in Mistrettese, io non ho dimenticato il dialetto, però a malincuore alcune proprio non riesco a decifrarle.
Bravi tutti

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09.01 | 16:06

Mi dispiace. Non so.

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