Libro Fotografico

Mistretta da scoprire

Nota dell’autore

Premetto che il presente libro non è una collezione di immagini dove cogliere l’estro del fotografo in grado di carpire l’attimo fuggente di particolari espressioni umane, singole o collettive che siano, e nemmeno una collezione di scatti dove cogliere guizzi artistici colti nel bel mezzo di una scena in movimento. A parte la eventuale capacità personale, tutta ancora da misurare, la modesta macchina da me utilizzata non è stata costruita a tali scopi non predisponendo delle apposite funzioni e nemmeno degli adeguati accessori che consentono di allargare il campo visivo, quando troppo vicino, o avvicinare consistentemente l’orizzonte facendo un generoso uso dello zoom. Alla fine dell’anno 2007 ho comprato una tascabile Sony Cyber-shot, con lente Carl Zeiss, le cui immagini raramente superano i 4 mega pixel di definizione che si è rivelata alquanto utile per le mie pretese.  

Avendo, in questo lasso di tempo, collezionato diverse immagini del territorio di Mistretta e avendo negli ultimi mesi sviluppato la “originale” passione di visitare con occhi da “turista” le numerose strade di Mistretta, diverse delle quali non avevo attraversato in passato perché ne era mancata la specifica occasione, ho acquisito e accresciuto la consapevolezza di molte peculiarità che fanno di Mistretta una cittadina con una marcata identità urbanistica che  la rendono unica.

Oltre alle numerose chiese, ciascuna delle quali conserva preziose opere d’arte al proprio interno, oltre ai numerosi palazzi edificati nei secoli XVI, XVII, XVIII e XIX con tangibili decorazioni artistiche esteriori che idealmente ci riportano nei rispettivi secoli di fabbrica, alcuni dei quali in passato fedelmente restaurati (Palazzo Scaduto (1660), Palazzo Mastrogiovanni Tasca (1727), Palazzo Di Salvo (1829), Palazzo Salamone (fine XIX sec.), negli ultimi decenni, grazie alla sensibilizzazione promossa dalla associazione Progetto Mistretta e dal suo periodico mensile “Il Centro Storico”, affiancata dalla sensibilità e determinazione di geometri e titolari di imprese artigiane edili locali, diversi altri edifici privati hanno contribuito, con appropriati e fedeli restauri, a riacquistare e spargere nel tessuto urbano il dorato colore della pietra arenaria locale che tende ad imprimere una omogenea identità all’agglomerato.

 

Oltre a tali aspetti, già a noi noti, girando per le vie ho colto ed evidenziato altre caratteristiche distintive dell’urbe, fra i quali i molteplici archi sotto i primi piani delle case che consentono l’accesso e la comunicazione da una strada all’altra nonché le numerose scale esterne con anditi che consentono il collegamento verticale tra il piano terra e il primo piano, diffuse in molti quartieri, la cui costruzione pare risalga al XVI secolo e seguenti. Molte strade presentano almeno una o due case provviste di scale esterne con anditi; diverse ne contano più di due. In alcune strade vi sono punti dove si possono cogliere effetti scenografici sorprendenti, balzando contemporaneamente alla vista quattro, cinque e addirittura sei scale esterne con anditi posti più o meno simmetricamente in entrambi i lati della strada come, ad esempio, nelle vie Cornamusa, Danzica, Vincenzo  Salamone e Anna Salamone.

 

Ricordo che nel secolo scorso (ma certamente capitava anche prima) l’annitu, a Mistretta  d’estate veniva spesso utilizzato come una sorta di “dependance” della cucina dove nei lunghi pomeriggi, si riunivano i proprietari coi vicini, spesso le comari intenti a rammendare o le più anziane per recitare il rosario, più raramente i ragazzi i quali, di solito, preferivano scorazzare per le strade. . 

 

L’abbondante selezione di foto inserita in questa raccolta è, comunque, meramente rappresentativa in quanto molte altre ne esistono. Probabilmente tale abbondanza è peculiare e certamente distintiva dello sviluppo urbanistico di Mistretta nell’ambito della nostra regione. Unica è anche nel territorio urbano di Mistretta la presenza di un antico manufatto che risale al 1886, cioè la ghiacciaia, documentata anche in una pagina del sito istituzionale della Regione Siciliana nella quale è annotato:

 

L'utilizzazione della neve ghiacciata era una necessità per conservare più a lungo la carne da macello in estate. Allo scopo i venditori se ne approvvigionavano in copiose quantità. A Mistretta nel 1886 venne deciso di istituire una ghiacciaia comunale, da realizzare presso il macello pubblico. L'incarico di progettarla fu dato all'ing. Vittorio Lanzone, mentre il mastro costruttore fu don Vincenzo Di Mariano. Essa fu realizzato 'scavando nella roccia tenera che esiste dietro l'ammazzatoio comunale una doppia grotta delle quali la parte più interna servirebbe di deposito di animali e carni''. L'opera presentava una porta apposta al muro realizzato per contenere lo scoscendimento del terreno, con breve corridoio che conduceva a un locale ellittico dal pavimento in selciato; sul fondo una scaletta di otto gradini scendeva nella ghiacciaia vera e propria, a pianta circolare e con al centro un pozzetto per la raccolta dell'acqua di scioglimento, capace di circa 100 mc. di neve compressa. L'impianto ultimato venne dato in concessione ogni anno a chi ne facesse richiesta e garantisse il rifornimento e il mantenimento della neve nella quantità occorrente, con carico di locazione di £ 200. In tal modo la comunità locale poté avvalersi di un importante servizio pubblico, che incrementò per oltre mezzo secolo la richiesta di ghiaccio prelevato dalla vicina neviera.

 

Molti Comuni della Sicilia conservano ancora i siti delle antiche Neviere, che consistevano in grandi fossi all’aperto dove veniva ammassata e conservata la neve da utilizzare nei mesi estivi ma esperti del settore assicurano che la ghiacciaia di Mistretta costituisca oggigiorno l’unico esempio rimasto di ghiacciaia in luogo chiuso. Sebbene attualmente non praticabile al pubblico a causa di uno smottamento del terreno avvenuto all’ingresso della grotta, la parte interna e la sua volta sono ancora in buono stato e sicuramente recuperabile con un eventuale restauro finalizzato a renderlo fruibile al pubblico per la visita così come constatato personalmente nel corso del mese di Maggio del 2018, assieme ad alcuni amici della associazione “Valle delle cascate”.  

Girando per le strade del quartiere Ruccazzo, sull’architrave di una piccola casa  si nota scolpita la frase “Casa Capitanio” che, essendo sbiadita, si legge a fatica. Capitanio è un termine arcaico che si usava circa 500 anni fa, corrispondente all’uso corrente di Capitano. Il Capitanio era, allora, la massima autorità cittadina che esercitava la legge, con l’ausilio di alcuni attendenti, per incarico della amministrazione civica dalla quale era remunerato. La Casa Capitanio, quindi, corrisponde a una antica Caserma e in quanto tale rappresenta un reperto storico di Mistretta.

 

Il patrimonio di fontane pubbliche con annessi abbeveratoi per gli animali, costruiti negli anni immediatamente successivi alla unificazione del Regno d’Italia, disseminati nei vari punti di ingresso del paese (Neviera, San Pietro, Calvario, Rosario) e lungo le strade mulattiere di un tempo (Fontana murata, Cicè, Antaco, Raiano) oggi carrozzabili, creano un ideale collegamento con la storia locale dei secoli scorsi quando agricoltura e pastorizia costituivano le principali attività esercitate nel vasto territorio comunale. Prima ancora delle fontane con gli abbeveratoi s’erano diffusi i pozzi medievali sia dentro molte case per uso privato e sia nelle pubbliche strade, dove ancora alcuni fanno ancora mostra di sé (Via Venezia, Via Trieste, Via Savona, Corso Umberto I). Ovviamente, nessuno  ricorre più ad essi e tuttavia anch’essi rappresentano una tangibile testimonianza della storia civica di Mistretta.  

Più volte mi sono soffermato su aspetti naturalistici delle cangianti stagioni, tentando di coglierne il fuggevole attimo di candore poetico quello che, ripassando nello stesso luogo appena qualche giorno dopo, non lo si trova più uguale a prima e tuttavia in tale diversità spesso si trova un altro fugace aspetto della vita che sprizza altra poesia. Per la sua intrinseca posizione naturale, Mistretta gode sia in mezzo all’azzurro cielo e sia immersa fra le nuvole, sia col sole e sia con la neve; sia immersa fra i vividi colori della primavera e sia fra i pastelli autunnali che sollevano i funghi dalla umida terra.

Un ulteriore valore aggiunto al già alto patrimonio storico, naturale e urbanistico di Mistretta lo fornisce la Valle delle cascate coi suoi variegati salti fluviali e il suo letto di pietre rocciose affiorate tanti milioni di anni fa sul quale scorrono le acque meteoriche, generalmente meglio godibili nelle stagioni intermedie, valle che rappresentando scenari inconsueti e suggestivi si è già rivelata motivo di attrazione di turisti di ambito regionale. Tale area naturalistica, anch’essa unica in Sicilia per il consistente numero di cascate presenti, merita una maggiore attenzione politica di quanta ne abbia avuta finora al fine di una migliore fruizione collettiva.

E’ per me sorprendente scoprire così tanti argomenti fotografici, alcuni dei quali meriterebbero di essere meglio approfonditi, e giungere alla conclusione che, sebbene 201 foto rappresentino un considerevole numero di fotografie per rappresentare una comunità che oggi conta meno di 5000 abitanti, nel caso di Mistretta esso sia un numero che si rivela stretto e insufficiente. Basti considerare il vasto patrimonio artistico presente nelle chiese, in questo libro affatto rappresentato e a quello storico artistico presente nei musei, soltanto accennato.

Così come i cortesi lettori certamente subito noteranno, ho dato una organicità complessiva alle foto raggruppandole per tema, tralasciandone diverse fra quelle che mi piacciono allo scopo di non essere ripetitivo e tuttavia, pur apportando una drastica selezione delle immagini realizzate, ho dato consistente spazio al vasto tema delle cascate giusto per consentire a coloro  che non conoscono i luoghi da vicino di ricavare una concreta idea sull’ampio e variegato territorio che le ospita, stante anche il fatto che diverse di esse sono, allo stato attuale, non di facile accesso e che alcune fra quelle poste più a monte sono complicate da raggiungere. Fra esse ne ho selezionate alcune con immagini comprendenti figure umane, realizzate nelle prime battute quando, di volta in volta, assieme ad alcuni amici della “associazione valle delle cascate”, abbiamo percorso tratti di torrente inesplorati il cui incanto ci ha notevolmente emozionati. Fra esse è compresa una immagine invernale realizzata in un punto panoramico della strada oltre il ponte di Ciddìa che consente di visualizzare dal basso, sia pure da lontano,  contemporaneamente le cascate Pietrebianche, Delle fate, e Ciddìa, tre cascate da cui, unendo idealmente fra loro i rispettivi punti di collocazione si ricava un triangolo isoscele avente la base in alto e il vertice in basso.

Percorrendo le strade ho colto, e non poteva essere altrimenti, il silenzio di molte di esse in gran parte disabitate che contrasta col ricordo di diffuse voci fra vicine in tutti i quartieri dei tempi passati e tuttavia, di frequente, ho visualizzato angoli di strade provvisti di vasi con piante e fiori che segnalano la certa presenza umana nelle case adiacenti. Qua e là ho  visto diverse porte murate che registrano l’assenza dei proprietari mentre al quartiere Casazza, oltre alle case crollate, ho visto strade avvolte dall’erba e dai rovi che ne impediscono il transito.

Diverse di queste foto sono state, in precedenza, da me singolarmente pubblicate sulla pagina personale facebook e su quella della pagina del gruppo denominato

Mistretta in bianco e nero” mentre molte, fra quelle realizzate negli ultimi mesi, non sono state pubblicate al fine di non fornire col libro un prodotto che fosse un intero dejà vu, sebbene ritengo che il pregio principale della presente pubblicazione, ammesso che un pregio ci sia, consista non nel porre in sequenza una serie di foto, bensì  quello della ricerca di valori estetici e naturalistici di un territorio che ha molto da offrire.

Sarà per via della buona disposizione d’animo dovuta alla cittadinanza e alla residenza, sarà perché ne sono in qualche modo innamorato, ma penso che al di là

degli effetti negativi sopra evidenziati, da questo giro turistico ho ricavato una impressione che tende al positivo, nel senso che l’aspetto complessivo della città, grazie alla indole propositiva di gran parte dei suoi cittadini, nei quartieri tende al decoro più di quanto spesso non si coglie nel suo salotto, cioè lungo il corso, laddove è, purtroppo, fastidiosamente frequente la visione di cumuli di cicche di sigarette,  specie davanti ai bar, cestini pieni, cartoni di pizze e involucri di patatine lungo i marciapiedi.

Scopo di questo insieme fotografico, quindi, è essenzialmente quello di offrire un contributo per una presa di coscienza collettiva del vasto patrimonio di storia urbanistica che Mistretta possiede e delle sue attuali peculiari caratteristiche, nella consapevolezza che proprio da tale coscienza occorre partire per sviluppare una tendenza alla sua valorizzazione turistica. 

Uno sguardo da lontano: l'afflato comune del colle.

Uno sguardo che cattura la bellezza (commento di Pina Sutera)

Una fotografia è uno sguardo catturato dentro un obiettivo.  Uno sguardo che cattura la bellezza e la fissa per sempre.

La bellezza di un paese è nel cuore di chi lo abita, di chi ne “scarpisa i vanedde” e ne conta le pietre che ne formano “u ggiacatu”. Di chi, lontano, lo vive attraverso uno scatto fotografico e ne conserva intatta la memoria.

Le pietre dorate delle “affacciate” dei palazzi, delle mensole sui balconi e sui portoni, degli anniti che formano perfette simmetrie, degli archi che bucano le vanedde e le aprono su  prospettive di luce, delle scalinate che trasudano memoria per chi è lontano e per chi ancora, ostinatamente, nel paese vive e resta.

L’aria, i monti intorno, i boschi fitti di alberi e sterpaglie, le cascate con salti d’acqua fra le rocce, “u cuozzu”, con il castello antico diroccato che domina dall’alto vicoli e viuzze, visibile da ogni punto di osservazione e, a sorpresa, svoltando dalle “cantunere ri vanedde”,“a paisana c’acchiana ra marina”, la neve per intere settimane: tutto questo è memoria.

La gente, i volti che si incontrano per strada e quelli che si incontreranno in altri lidi, sono memoria. E non solo per chi è lontano.

La memoria vive dentro ognuno stabilmente e il presente che non rende merito alla memoria del popolo di Astarte, è tristezza e abbandono.

La storia, qui, preme in ogni angolo e ogni pietra racconta la sua antica storia: dai Fenici, popolo di Astarte, ai Greci, ai Romani che ne distrussero ricchezze e civiltà, dopo un lungo assedio. E via, camminando con i secoli a venire, fasti, splendori e ricchezze ma anche miserie, periodi oscuri e decadenza. Tutto giace seppellito sotto strati di terra e di secoli, di ignoranza e noncuranza. E quando il caso gioca la sua parte e il passato riaffiora da lontano, succede che il gioco perverso della burocrazia prenda il sopravvento, sotterrando quei barlumi di gloria che gridano nascosti e  muti.

Ma chi ama queste pietre e le loro venature che racchiudono il dorato del sole di Sicilia, le accarezza con lo sguardo e l’obiettivo, le immortala e ne fa canto con immagini e parole.

Anche questa è testimonianza, anche questo è tramandare la memoria. Anche questo può essere un messaggio di speranza per chi ci sarà nel tempo a venire, raccogliendo il testimone di chi, probabilmente, non è stato capace di proseguire gli splendori del passato.

Chi, con umiltà e consapevolezza, ammette la propria incapacità, forse può solo raccontare, può con uno scatto fotografico mostrare e far conoscere un patrimonio immenso, un tesoro sul quale, consapevolmente o meno, sostiamo e dal quale non sappiamo trarre benessere, costringendo i nostri figli ad emigrare.

Filippo vive  questa  memoria,  la conosce, la incamera, la metabolizza e poi la racconta, con uno scatto fotografico intriso di poesia.  

                                                                             Pina Sutera

                                                                 

 

A Guardia del quartiere, l'antico campanile.

L'occhio del poeta. Opera per immagini (commento di Francesco Maria Di Bernardo Amato)

La bellezza di un paese è nel cuore di chi lo abita, di chi ne   “scarpisa i vanedde” e ne conta le pietre che formano u ggiacatu”. Di chi, lontano, lo vive attraverso uno scatto fotografico e ne onserva intatta la memoria. (Pina Sutera)

 

« Il tempo è divisibile in piccole eternità », ci dice Alfred Kubin nel suo romanzo fantastico Die andere Seite ( L’altra parte), evocando l’immagine di una simpatica scimmietta Giovanni (che fa l’aiuto barbiere nel Regno del Sogno), e che si mette a suonare lo scacciapensieri (per noi u marranzanu ) che teneva nascosto nella saccoccia della sua mascella ... provando ad allontanare ombre e sgomento in un momento difficile del Regno. Di quante piccole eternità è fatto il nostro mondo e di quanta spettacolarità siamo circondati, che ci consentirebbe di divagare le consuetudini o la monotonia, spesso non ci avvediamo. Ma i poeti sanno dove trovare non l’artifizio, bensì la possibilità  che ricrea il bello, il giusto, il buono nella composta armonia della natura, delle opere, dei giorni. E non è solo ciò che “resta”, ma quanto ancora deve accadere, se si sa guardare il mondo con gli occhi di una bimba che, dalla penombra di una terrazza, osserva incantata un tramonto dorato a Mistretta, dove, a quell’ora, in quel preciso momento di quell’unico giorno ... non è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire.​

Con una foto di così ineffabile significanza Filippo Anche qui, in un tempo sospeso, c’è un Castello che emerge da un cuscino di nuvola. Sospettiamo che “l’oltraggio”, l’andare oltre della fantasia che precede la realtà, sia possibile.

Vi troviamo infatti una Valle fatata, dove l’acqua, sorgente di vita, salta da imprevedibili balze ed è così pura e limpida che lascia trasparire pareti muschiate di rocce primitive, fresche cascate, capelli di fate, delicatissimi veli di sposa, verdi ripiani, tappeti fioriti ... che Filippo coi suoi amici di un’associazione dedicata a queste valli aveva scoperto, per lo meno per quanto riguarda quella parte a cui non si era dato accesso. Prima di essere presi del tutto dall’incantesimo della Valle (non si sa mai: con le fate non si scherza! C’è pure un coro che canta), ripercorriamo l’ellissi fragrante della campagna tra bianche pecore, tintinnanti caprette, mucche, robusti cavalli in pastura. La città è lì che attende il rientro dall’Arcadia dei campi, dove il pastorello dalla canna incisa soffia la musica di Marsia, il sileno che osa ancora sfidare la lira di Apollo.

Proprio così, perché siamo gente antica, come scrive Pina Sutera. E Filippo Giordano, con l’occhio magico e l’aristocratica umiltà che lo contraddistingue,  ce lo sta ricordando: da tempo immemore siamo stati attraversati dalla storia del mondo e abbiamo avuto periodi anche molto fortunati, persino opulenti, lo testimoniano Palazzi del XVIII, del XIX secolo, le case patrizie dell’antico centro, a Strata Mastra,  le Matrici vecchie e nuove. (Per noi che vi abbiamo ricevuto il Battesimo, quella di Santu Nicola resta la “nostra Cattedrale”, nel quartiere coi suoi vicoli, i vanedde, u chianu,  dove passammo a giocare l’infanzia felice). Si possono ammirare palazzi ancora intatti o ben restaurati: autentiche case-torri nella strada San Giovanni o palazzi a strapiombo di aspetto ciclopico con arco a colonnato come un antico tempio, dove il plinto sembra essere scivolato paurosamente sotto una frana che non c’è. Mistretta  è una città scritta con la musica del vento che attraversa gli archi e gli anniti  a volo, arrotandosi in brevi pause cupe o sottovoce dentro i bagghi, le corti d’accesso di qualche casa, autentici capolavori di muratura, come nella foto di pagina 38 o come quello della discesa Tommaso Aversa (in altra occasione fotografato con gentilezza da Lucia Graziano). L’antica arte dei muratori si esprime ancora con straordinaria amabilità e civiltà nei luoghi dell’acqua ad uso pubblico, i pozzi, le fontanelle o le maestose fontane con abbeveratoio. E uguale è il garbo con cui, in sincrona assonanza, il fabbro forgia i decori in ferro battuto, vere e proprie sculture aeree ad impreziosire le “affacciate” delle case (anche le meno ricche), che lo scalpellino aveva provveduto di balconi e portali.

Il tema dell’acqua non può prescindere da quello della neve, elemento oracolare, dove l’acqua è trattenuta nel pugno di neve, come il labirinto nella sezione della rosa.   

                                     Francesco Maria Di Bernardo Amato

                                                

Via San Giovanni

LA RAPPRESENTAZIONE DI UNA STORIA MILLENARIA (commento di Lucio Bartolotta)

La recente pubblicazione di Filippo Giordano,  Mistretta da scoprire (ed. Youcanprint), volta a promuovere una nuova visione della “capitale dei Nebrodi” nei suoi aspetti naturalistici, storici e antropologici, riguarda la nostra identità esprimendo così la ricchezza e i valori che la connotano. L’opera dalla costruzione grafica originale e dal testo scorrevole e piano è un ulteriore tassello che va ad aggiungersi al grande mosaico della storia di Mistretta che domina uno scenario ricco di remote suggestioni, arroccata ad una rupe in vista delle alte e boscose cime dei Nebrodi che sembrano avvinghiare in un abbraccio passionale il suo cuore. Scorrendo le immagini sapientemente selezionate, Filippo punta i riflettori su un mondo per troppo tempo rimasto nell’ombra, raccontando la storicità del suo tacito linguaggio: la pietra arenaria dorata, protagonista indiscussa del paesaggio, che contribuisce a dare una immagine uniforme dell’abitato ben adattato all’ambiente. Filippo, scrittore attento e vivace, con una vasta gamma di interessi culturali e con un saldo legame con la realtà amastratina, presenta diversi aspetti individuandone i significati profondi.

Il viaggio nel paese di serena e georgica memoria ci consente di leggere i segni di una vicenda storica e umana di strutture urbanistiche dove le case, amate, pensate, ereditate, che hanno raccontato miti e leggende si fanno compagnia, addossate le une alle altre in cordiale amicizia e in pittoresco disordine. Le enigmatiche vanedde , ripide e tortuose, dove si percepisce il palpitare di una umanità autentica, si insinuano come serpi e sembrano create dai desideri di un poeta, le scalinate pittoresche, i chiani che danno armoniosi respiri, sembrano affondati in una dolce solitudine.  Le tipiche scalette esterne, sporgenti dalle linee dei fabbricati, gli anniti abbelliti dalla fantasia contadina rappresentano un rilevante valore di documentazione. I mascheroni apotropaici, inquietanti e misteriosi, i fregi di tipo naturalistico e le figurazioni dalla funzione propiziatoria, le insegne artigianali, altri elementi decorativi su balconi , mensole e portali, le facciate delle chiese, che sono stilisticamente di un barocco esclusivo, figurativamente legati alla fantasia di anonimi artisti locali e ai momenti più significativi della storia locale, diventano un buon filo per rinascere con la città di Astarte e trovarne l’anima vecchissima.

Il libro che segue il percorso di un passato che si accende propone una acuta retrospettiva nella considerazione che la tradizione è un fuoco da alimentare e non cenere da custodire. Nelle foto della città dalle 1000 stratificazioni di cui il patrimonio storico – artistico è l’espressione, Filippo osserva e riflette sulle cose, sui paesaggi, sugli attimi di vita, sui particolari che ai molti sfuggono, trasmettendo le sue sensazioni. Con grande intuito, con un linguaggio personale e in maniera delicata egli racconta, giocando sulla luce e sui contrasti, l’ambiente guardando al tempo trascorso come ad un tempo ritrovato. Le foto colpiscono per la poesia e la malinconia delle cose quotidiane che spingono sempre di più ad amare questa terra. Con questa riposante rievocazione Filippo vuole rinsaldare nei mistrettesi l’amore per questa misteriosa città con la sua atmosfera intima, dove si risente quel profumo antico della vita e dove il silenzio è infinito, mentre i giorni che passano fugaci lasciano dentro un malinconico affetto per la nostra montagna.   

                                                                         Lucio Bartolotta

Via Vincenzo Salamone

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