Ritagli di MISTRETTA

Raccolta di articoli giornalistici che hanno come comune denominatore Mistretta, paese sui Monti Nebrodi dai quali emergono sia avvenimenti lontani nel tempo, di cui nessuno ha più memoria diretta, sia avvenimenti più recenti che hanno coinvolto l'attuale popolazione. Di quando, ad esempio, nel 1846, fu fondato il Casino di conversazione, divenuto poi Circolo Unione e nel 1863 la Società Operaia. Di come nel 1903 venne inaugurata la nuova sede della Camera del lavoro e l'inno dei lavoratori venne suonato fra soldati e carabinieri inviati numerosi dalle Autorità che temevano l'avvenimento. La storia del Regio Gannasio fondato nel 1861 per decreto dittatoriale di Garibaldi. Gli excurus storici sulle secolari farmacie. La permanenza quinquennale, nei primi del Novecento, della scrittrice Maria Messina. Più tante altre storie.

Allo sporadico intenzionale acquirente del libro segnalo che esso è reperibile nelle librerie online (Amazon, InMondadori, La Feltrinelli, Libreria Universitaria, Unilibro, IBS, al quale ultimo si riferisce il link sottostante:

 

http://www.ibs.it/code/9788891112439/giordano-filippo/ritagli-di-mistretta.html

 

 

SAN SEBASTIANO:

La ragione originaria della corsa

 

Tecnici e professionisti concordano sul fatto che la struttura della nostra antica vara (che risale al 1610, ad opera dei Li Volsi) non è stata architettata e costruita per correre. Pertanto, per quanto l’abitudine della corsa sia remoto, è lecito pensare che nel 1610, tale fenomeno non era affatto in uso e neanche se ne immaginava una successiva consuetudine.

Cosa accadde, quindi, dopo tale data, di particolarmente importante da fare assurgere, in molti paesi, a caratteristica comune la corsa del Santo?  Un qualcosa che sappiamo tutti o quasi, ma del quale, per incolpevole ignoranza, sconoscevamo la precisa correlazione. E’ pacifico ed universalmente riconosciuto che San Sebastiano e San Rocco siano stati, nel tempo, “eletti” dalla popolazione quali loro strenui difensori dalla peste.

Poiché nel corso dei secoli tale terribile malattia fece diverse periodiche apparizioni, contaminando vaste regioni, le popolazioni, che allora godevano di scarsi rimedi scientifici, ricorrevano alla collettiva preghiera in processione. E’ noto che nel corso del 1628-29, ancora una volta, la peste, colpì gran parte dell’Europa. Sorsero quindi in ogni luogo i lazzaretti, atti ad ospitare gli ammalati. A Mistretta gli storici locali asseriscono che ve ne fossero almeno tre, dislocati tra la Via San Giuseppe (ex ospedale) e la zona della Nunziata. E legittimo supporre che la processione di San Sebastiano che si svolse quell’anno fosse (se già non avveniva prima, proprio per la presenza dei luoghi di raccolta)  dirottata lungo le strade dove sorgevano i lazzaretti, per dare conforto alla gente ivi ospitata. D’altronde il nostro odierno corso allora non esisteva in quanto progettato dai borboni nei primi decenni del XIX secolo. Ora mi fermo un attimo e vi racconto di un eccezionale documento visto da una stimatissima coppia di coniugi in una mostra, dedicata a San Sebastiano e San Rocco, tenutasi a Venezia negli anni 80 nei locali di un Istituto d’Arte. Il documento, così come loro lo hanno memorizzato, (un foglio plurisecolare redatto dall’autorità spagnola che nel 1600 governava buona parte dell’Italia) in sostanza decretava che le processioni religiose in onore di San Sebastiano dovevano tutte svolgersi nel più breve tempo possibile, che le soste davanti ai lazzaretti dovessero avere brevissima durata (per paura del contagio) e che comunque ciascuna processione dovesse avere termine nel volgere perentorio di mezzora. Questo è quanto ricordano del documento i due colti amici mistrettesi: prof. Vito Portera e signora Nella Faillaci. Un documento ufficiale, valido a tutti i sensi di legge, la cui disposizione venne certamente fatta valere con rigore. E’ legittimo pensare che la perentorietà della disposizione costrinse i portanti e la folla dei fedeli, a Mistretta come altrove, ad accelerare il passo nonché a qualche breve corsa, laddove il percorso lo consentiva. E’ legittimo pensare poi che, finita la peste, si protrasse l’abitudine sia del particolare percorso processionale e sia della corsa. Probabilmente col passare del tempo si perse poi la memoria della motivazione originaria, ma ne rimase l’effetto galvanizzante, cosicchè l’abitudine da qualche parte andò degenerando assumendo connotazioni estranee e inducendo, ad esempio, il Sinodo messinese del 1681 (come trascrive Sergio Todesco) a disporre che “Le statue dei santi vengano condotte con modestia e decenza. Si eviti pertanto di trascinarle ora velocemente ora lentamente, ora avanzando ora retrocedendo, ora a destra ora a sinistra, con direzione inclinata e con vertiginosa scompostezza”.  

Ai giorni nostri, che qualche tratto del percorso processionale sia effettuato “a passo svelto” ancora oggi può avere un suo fascino spettacolare oltre che un certo legame col passato, così come ce l’ha la repentina “vutata” al Largo Progresso. Può darsi che ce l’abbia anche l’ultimo tratto dal palazzo Salamone fino al rientro in Chiesa.  Tutto il resto ritengo siano  dei corpi estranei nel contesto della festa. Il prossimo anno la Vara compirà 400 anni. Potremo ricordare con rispetto le numerose generazioni passate godendo della festa e del Santo. Il pericolo è però che la nostra possa, invece, dai posteri essere ricordata come la generazione degli Attila. Ovvero quella capace di distruggere il ben fatto.   

                                               

La ninna nanna di Mistretta

in un LP della Fonit Cetra degli anni settanta

 

Nella seconda metà del secolo scorso diversi cantanti folk di tutta Italia hanno operato un vasto recupero delle canzoni popolari. In quegli anni, in Sicilia, si sono avvicendati sui palcoscenici musicali diversi personaggi di notevole spessore artistico: Rosa Balistreri, I Cilliri (Siracusa)  i Dioscuri (Agrigento), il Gruppo Popolare Favarese, la Taberna Milaensys (Milazzo) e tanti altri. Raccogliere, nel corso degli anni, la produzione di questi artisti  mi è servito a meglio definire i contorni di certe melodie che ricordavo di avere ascoltato da ragazzo ma delle quali sconoscevo la effettiva diffusione.

Molti motivi,  magari con varianti diverse, hanno una diffusa notorietà nell’isola (non mi riferisco a brani celeberrimi come ciuri ciuri o vitti na crozza, oppure alla bella E vui dormiti ancora  bensì a canzoni quali Spunta lu suli e squagghia la ilata con belle e colorite immagini ma meno celebre delle prime). Altri motivi sono semi sconosciuti ma tanto intensi da meritare di essere ripresi e diffusi (evidentemente nell’ambito ristretto degli appassionati). Recentemente, mi è capitato di sentire uno cd che contiene una vasta carrellata di  brani più e meno celebri che appartengono al folklore siciliano, re-interpretati con maestria da Carlo Muratori, ex cantante dell’ormai disciolto  gruppo denominato i Cilliri..

Fra i 22 brani contenuti nel cd ce n’è uno che io avevo già ascoltato, registrato in una audio cassetta artigianalmente prodotta da un amico dalla viva voce del signor Lo Menzo. Una simpatica melodia, con rime incatenate che mi pare appartenga alla serie dei cosiddetti “stornelli alla nicosiana” (ma che non è quella celebre che porta proprio il titolo di “stornelli alla nicosiana” che tante volte abbiamo cantato in occasioni di riunioni conviviali). Evidentemente, a suo tempo, di questi motivi ne esisteva un vero e proprio filone. 

Un altro originale filone di musica folcloristica oggi poco conosciuta è quella degli “Atturni, di Caronia”, spesso dalla melodia struggente, che ho ascoltato in un Lp  curato da Elsa Guggino, cantati da Annunziata D’Onofrio. Di questo filone musicale parla estesamente il maestro Enzo Romano nel suo volume dal titolo “Alla ricerca delle radici” (Armando Siciliano Editore). Un’altra canzone però dal sapore vagamente arabesco, certamente più ritmica, che qualche volta avevo ascoltato da ragazzo dalla voce dei nostri adulti e il cui ricordo avevo smarrito, l’ho sentito, interpretato dal Gruppo Popolare Favarese,  alla fine degli anni settanta, ma successivamente non è stata ripresa da alcuno. Ecco l’attacco: “N’avimu una, n’avimu una, / nna lu me cori cc’è la menza luna./ N’avimu rui, nnavimu rui, / cu trasi nni stu cori nu-nnesci cchiui (…).

Certamente l’estro creativo può attecchire ovunque ma per riconoscerne la genuinità occorre l’orecchio colto. Come quello di Antonino Uccello, che tra gli anni 60 e 70 registrò, in giro per la Sicilia, diversi motivi originali, fra i quali una ninna nanna registrata a Mistretta che certamente molti di voi, come me, ricorderanno per averla ascoltata dalla voce materna. Dunque una composizione che, si presume, ci appartiene ma della quale si è persa la memoria e che, pertanto, le nuove generazioni non conoscono. Così come di origine locale presumo sia un allegro canto di vendemmia riportato da Enzo Romano a pagina 114 del citato volume “Alla ricerca delle radici” che comincia così: “Oh, c’alligrizza cc’è nna sta vinnigna, / ca si juncìu la miegghju picciuttanza” che i gruppi folcloristici locali potrebbero valorizzare, meglio di un’altra più celebre melodia di analogo argomento puntualmente rappresentata ad ogni spettacolo ma che, proprio per eccesso di rappresentazione, è abbastanza logorata e logorante.  

 

NINNA NANNA DI MISTRETTA

(da “Era Sicilia” (LP Cetra), canti raccolti da Antonino Uccello)

 

Quant’è beddra Maria sutta lu mantu,

cuomu santa Maria r’oru e-dd’argentu.

Si vota lu parrinu e-ddici_ -Santu,

salaratu lu santu Saramentu!-

 

Oh, mpò, mpò, mpò, mpò.

Sant’Anna e-Ssan-Gniachinu su-ccuntenti,

ca ianu a Mmariuzza chi-vva sula.

 

Iddra lu va diciennu a li parienti:

-Purtaticci cusuzzi ri manciari -.

Oh, mpò, mpò, mpò, mpò, mpò,

ruormi, figghiu, e-ffa l’avò.

 

Ecco come Antonino Uccello, commentava :

(E’ una madre contadina, quarantenne, che canta la ninna nanna: abita in una casetta rustica di Mistretta, un grosso centro agricolo del Messinese. Il balconcino guarda sulle isole Eolie che al tramonto sembrano velieri in secca in mezzo al Tirreno.

La donna porta in braccio una bambina di pochi mesi, e canta due strofe di una ninna nanna di carattere religioso: queste strofe si riferiscono spesso a motivi della vita quotidiana, cogliendone gli aspetti più familiari ed intimi. Vi si fa riferimento, infatti, alla gioia di Sant’Anna e di San Gioacchino, perché la Madonna bambina si avvia a fare i primi passi, e si spera che i parenti portino alla piccola Maria cusuzzi ri manciari, cioè leccornie).   

 

 

DIVINUM EST OPUS SEDARE DOLOREM

      (E’ opera divina sedare il dolore)

                                               

Farmacie di Mistretta. Moderna efficienza e sapore di antichità si amalgamano. Accanto ai computers e ai moderni ritrovati della farmacologia coabitano preziosi mobili  (armadi e scaffali) finemente intagliati con artistiche decorazioni. Vetrine contenenti oggetti d’epoca attirano lo sguardo che si sofferma affascinato dalla varietà.

La “Fogliani” e la “Di  Salvo” dislocate lungo il pianeggiante asse viario di Via Libertà. La “Spinnato Vega” lungo il corso Umberto, di fronte Piazza dei Vespri. Le farmacie di Mistretta sono da considerarsi certamente fra le più antiche dei Nebrodi. Si tramandano da diverse generazioni di padre in figlio.  

La farmacia Fogliani, allora “Di Dino”, fu aperta nel 1891 da Nicolò, figlio di un ingegnere che per l’occasione disegnò gli armadi che poi vennero commissionati ad abili ebanisti del tempo che li realizzarono in “noce nero nostrano”. Tali armadi, ancora perfettamente funzionali, fanno bella mostra assieme ad una vetrina contenente una serie di oltre 50 strumenti che servivano per le preparazioni galeniche. L’attività venne continuata da Antonina, una delle due figlie di Nicolò, laureatasi nel 1928 e che, a sua volta, successivamente,  passò il camice al figlio Nicolò Fogliani, oggi sessantacinquenne, sposato, con 2 figli. In una delle pareti della farmacia, il dottor Fogliani ha affisso una bacheca con una ricca serie di stampe d’epoca che illustrano le varie tappe delle scoperte farmacologiche della umanità. Illustrando gli strumenti delle preparazioni galeniche il dr. Nicolò ricorda quando la gente, negli anni 50-60, diffidente delle medicine già confezionate dell’industria farmaceutica che cominciavano a circolare, insisteva per avere preparata la pozione “taumaturgica” dal farmacista.

Quello delle “misture” delle varie componenti naturali che formavano la medicina era, infatti, una prassi quotidiana alquanto delicata dei farmacisti. Per farsi un’idea basti considerare la “cassaforte dei veleni” della farmacia Spinnato Vega, ovvero la vetrina sottostante l’antico scrittoio, zeppa di contenitori, che, seppure oggigiorno siano svuotati, conservano un fascino sinistro capace di lanciare un brivido freddo lungo la schiena. “Tintura di cascara sagrada” e “tintura di Adonis” sono alcuni dei nomi scritti nei vecchi contenitori. Quasi a sollevare dai tenebrosi pensieri che suscita la parola veleno interviene la dr.ssa Francesca Maria, ricordando che, ovviamente, la quantità di tali veleni era infinitesimale, cioè “in dose terapeutica”. Più voluminosa, ma meno impressionante, la collezione dei vasi della Richard Ginori risalente ai primi anni del 1900 che, a quel tempo, contenevano “unguento saturnino”, “pomata fenata”, ecc. posta nella vetrinetta dell’odierno bancone di accettazione delle ricette mediche.

Capostipite della farmacia, nata qualche anno dopo quella della Di Dino, fu il dr. Alfonso, classe 1873, al quale subentrarono, gradualmente, prima il figlio Gaetano, e poi la nipote Francesca Maria. Titolare della farmacia, da alcuni mesi, è il figlio di quest’ultima, il dr. Alessandro Cannata (pronipote del fondatore Alfonso Spinnato Vega) sposato, padre di 2 bambini.

Altre farmacie esistenti nel 1885 (come si evince da un documento d’epoca della Sottoprefettura di Mistretta) erano la “Spoleti”, la “Pagliaro”, la “Sidoti e Di Franco” e la “Cuscè”. Deriva forse dal ricordo di qualche membro di quest’ultima (della quale non vi sono eredi e neppure omonimi) la denominazione di un vicolo posto in pieno centro.

Ma la più antica in assoluto, fra quelle esistenti, è la farmacia sorta nel 1865 per volontà di Antonino Di Salvo, a seguito della “autorizzazione all’esercizio della farmacia” concessa dal Ministero dell’Interno che allora aveva sede in Firenze, capitale d’Italia. Sul finire del secolo si laureò in chimica e farmacia il figlio del fratello Lucio, Giovanni che successivamente ereditò, dallo zio celibe, l’esercizio, che, a sua volta, trasmise al figlio Lucio. Quest’ultimo, oggi efficiente ottantenne, dirige nelle vesti di direttore, l’attuale esercizio che si avvale della fresca energia di un nuovo socio, il dr. Eugenio Ferraro. E’ quest’ultimo che ha avuto l’idea di valorizzare l’enorme mole di strumenti professionali accumulatisi nei magazzini nel corso dei 136 anni di attività della farmacia, esponendoli nella ampia anticamera dell’esercizio.

 “C’è una differenza sostanziale –dice Ferraro- fra le varie raccolte museali di alcune città, formatesi coi ritrovamenti, in luoghi diversi, di vari reperti, e la nostra. La farmacia Di Salvo, infatti, rappresenta autonomamente un pezzo di storia a sé in quanto tutti i reperti esposti provengono dalla stessa sede, abbracciando il vasto arco di tempo che va dalle origini ai nostri giorni”.

Numerosi i pezzi di “antiquariato” che si possono osservare, a cominciare dagli alti armadi in noce, in uno dei quali, l’ebanista Giovanni Bavisotto punzonò l’anno di realizzazione (appunto il 1865) nonché il proprio nome. Lo stesso anno 1865 è scolpito, assieme al nome del primo proprietario, in un grande mortaio in metallo del peso di 24 chilogrammi. Altri strumenti curiosi che a quel tempo venivano utilizzati nel laboratorio chimico posto sul retro della farmacia dal titolare e dai suoi coadiuvanti, sono un voluminoso mortaio in marmo dove si pestavano le mandorle dolci, un torchio che serviva per spremerle, distillatori, alambicchi e torchi trita erbe di varie dimensioni. Gli armadi dell’anticamera conservano inoltre diverse centinaia di contenitori in vetro, ciascuna con una etichetta diversa. In una, ad esempio, si legge: “Antireumatico Di Salvo”. Le farmacie a quell’epoca erano solite scambiarsi i prodotti. Così il Di Salvo esportava l’antireumatico ed importava altri preparati. Questo spiega perché  fra i diversi contenitori in vetro ve ne sono diversi con etichette “estranee”. Fra queste se ne trova una con la seguente dizione: “Farmacia Cangenni, farmacia centrale, Piazza Vigliene (antico nome dell’odierna Piazza Pretoria), Palermo”.

Oltre che un luogo dove si veniva a cercare sollievo per il corpo, la Farmacia Di Salvo, era anche, probabilmente, un luogo di fermenti politici. Il dr. Ferraro, infatti, sottolinea che diversi articoli del periodico locale di inizio 900 “La Montagna” di area socialista (del quale esistono diverse annate conservate nella locale biblioteca comunale) portano la firma del farmacista Giovanni Di Salvo.

Il tutto sotto lo sguardo attento di una formosa immagine femminile, avvolta da un serpente (il male) affrescata sulla volta della antica farmacia, al lato della quale campeggia una frase attribuita a Galeno: “Divinum est opus sedare dolorem”. Un motto che il farmacista, in cuor suo, aveva esteso alla politica.

Ritagli di Mistretta è acquistabile presso tutte le librerie online (IBs, inMondadori, La Feltrinelli, Deastore, Unilibro, Libreria Universitaria, ecc.) e, ovviamente, direttamente presso la Youcanprint: 

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/didattica-e-formazione/ritagli-di-mistretta.html

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Commenti più recenti

19.04 | 18:25

Ho scoperto che 2 miei antenati (Monreale),venivano da Mistretta:Ludovico Smiriglio di Pietro e Margherita, e Rosalia Giordano di Andrea e Sebastiana 1696

...
11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

...
19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

...
25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

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