Ritagli di MISTRETTA

Raccolta di articoli giornalistici che hanno come comune denominatore Mistretta, paese sui Monti Nebrodi dai quali emergono sia avvenimenti lontani nel tempo, di cui nessuno ha più memoria diretta, sia avvenimenti più recenti che hanno coinvolto l'attuale popolazione. Di quando, ad esempio, nel 1846, fu fondato il Casino di conversazione, divenuto poi Circolo Unione e nel 1863 la Società Operaia. Di come nel 1903 venne inaugurata la nuova sede della Camera del lavoro e l'inno dei lavoratori venne suonato fra soldati e carabinieri inviati numerosi dalle Autorità che temevano l'avvenimento. La storia del Regio Gannasio fondato nel 1861 per decreto dittatoriale di Garibaldi. Gli excurus storici sulle secolari farmacie. La permanenza quinquennale, nei primi del Novecento, della scrittrice Maria Messina. Più tante altre storie.

Allo sporadico intenzionale acquirente del libro segnalo che esso è reperibile nelle librerie online (Amazon, InMondadori, La Feltrinelli, Libreria Universitaria, Unilibro, IBS, al quale ultimo si riferisce il link sottostante:

 

http://www.ibs.it/code/9788891112439/giordano-filippo/ritagli-di-mistretta.html

 

 

Alcuni articoli del LIBRO

Il  Centro  Storico,Luglio–Agosto  2010

 

AMESTRATUM E MYTISTRATUM ERANO LA STESSA CITTA? 

 

Quando, nel 1902, Salvatore Pagliaro Bordone, medico con specializzazione in oculistica, nato a Capizzi nel 1843,  appassionato di storia e saggista, pubblicò la storia ultra millenaria di Mistretta nel suo volume “MISTRETTA antica e moderna”, era a conoscenza di una “querelle” aperta, che riguardava una sorta di usurpazione storica in atto patita dal centro nebroideo: altre due città siciliane (Caccamo, in provincia di Palermo e Marianopoli, in provincia di Caltanissetta) vantavano di avere ciascuna nel proprio territorio le vestigia di quella  antica e forte città dal nome Mitistrato che durante la prima guerra punica resistette dal 262 al 258 avanti Cristo, a due assedi delle truppe romane, di cui uno durato ben sette mesi, capitolando soltanto al terzo assedio avvenuto nella primavera del 257, pagando lo scotto di quella tenace resistenza ai Romani con 5060 prigionieri venduti come schiavi, e con la distruzione della città che venne passata a ferro e fuoco. Quella città, con mura di cinta talmente solide e spesse, all’epoca del fatto alleata coi Cartaginesi, che per secoli aveva coniato moneta, venne così annientata.

 

Ma l’essere riuscita ad opporsi agli assalti romani per ben due volte, resistendo ad un lungo assedio fu considerato un fatto così importante da essere riportato da diversi storici della età romana (Polibio, Tito Livio, Diodoro Siculo, Zonara e diversi altri). Che quella antica città fosse la antica città di Mistretta, il Pagliaro Bordone durante i suoi studi non ebbe dubbio alcuno. In questo senso si erano infatti espressi diversi storici successivi a quelli dell’epoca romana, come ad esempio il famoso abate Vito Amico, vissuto nel diciottesimo secolo, nella sua monumentale opera “Dizionario topografico della Sicilia”, ripubblicato nel 1859 con traduzione dal  latino di Gioacchino Di Marzo. Ciò nonostante, allora, come dicevo, sia Caccamo che Marianopoli, sulla scorta di alcune supposizioni scaturite da sporadiche interpretazioni di altri storici, reclamavano la paternità del sito della antica Mitistrato, vantando entrambe nei loro rispettivi territori un monte chiamato, guarda caso in entrambi i luoghi, monte Castellaccio che, per costituzione “costituisce una vera acropoli difesa da ogni parte da balze naturali” e che pertanto in entrambi i casi avrebbe potuto corrispondere a quella antica città che aveva resistito a diversi assalti dei romani, dagli storici denominata Mytistrato.

Con una appassionata e documentata argomentazione  Salvatore Pagliaro Bordone passò in rassegna  le numerose ragioni che gli facevano supporre il contrario. Non sappiamo se mai quelle comunità abbiano avuto modo di apprendere le argomentazioni del Pagliaro Bordone, fatto sta che sebbene a Caccamo oggi esiste una via denominata Mitistrato, istituita non sappiamo quando, la storiografia locale ufficiale non menziona più fra i fatti accaduti nel proprio territorio l’assedio di Mitistrato. Al contrario Marianopoli, facendo leva sul ritrovamento nel proprio territorio di alcune monete coniate a Mitistrato e suggestionata dalla equivoca asserzione dello storico Adolfo Holm è sempre più convinta che la ubicazione della famosa  Mitistrato assediata dai Romani, sia da ricondurre al monte Castellaccio, sito sul suo territorio.

A contraddire Holm, con limpida argomentazione, ci pensò il Pagliaro, rilevando, fra l’altro, che lo stesso Adolf Holm tempo prima aveva avuto modo di scrivere l’esatto contrario: “Più entro terra era Amestrato o Mytistrato- se come io non dubito, questi due nomi denotano lo stesso luogo, luogo non privo d’importanza, sebbene lo si trovi qualche volta chiamato castello o piccola città, attualmente Mistretta, che sorge in mezzo ai monti, vicino al fiume Reitano”. Lo stesso Holm nel 1871 aveva riflesso tale pensiero sulla “Carta comparata della Sicilia antica” pubblicando la doppia denominazione riguardante l’antica Mistretta. Senonché, un opuscolo pubblicato dal Mauceri verso il 1895 riguardante alcuni ritrovamenti sul monte castellaccio di Marianopoli, fece vacillare l’Holm dalle sue antiche certezze spostando la sua convinzione verso quel sito.

Poi venne fuori la titubanza dello storico Teodoro Mommsen (il quale fu autore di una monumentale Storia di Roma) che a sua volta influenzò Ettore Pais il quale sentenziò: “Dopo maturo esame, io sono venuto nella opinione del Mommsen, il quale contro il parere generale dei dotti, considera questa città diversa da quella di Amestratus.” Prese così sempre più piega la convinzione di attribuire al monte Castellaccio il sito originario di Mitistrato. Ettore Pais, nato in Piemonte nel 1856 da una famiglia di origine sarda, è in effetti considerato uno dei più autorevoli storici del XX secolo.

Ma l’autorevolezza, tuttavia, non sempre esenta dagli errori. Il Pais affermò infatti di essersi fatto la convinzione che Mitistrato avesse luogo presso Marianopoli per via di alcuni calcoli desunti dalle carte dello itinerario dello Anonimo Ravennate. Ma partendo dalla stessa fonte dello Anonimo Ravennate, successivamente  il comisano Biagio Pace, come pure il Beloch, collocano Mestratos nei dintorni di Leonforte. L’autorevole Ettore Pais inoltre arriva perfino a dedurre, commentando il passo di Silio Italico, “comitata Menaeis venit Amastra viris” che: “dacché Menai… era posta verso l’angolo sud-est dell’isola, noi non possiamo credere che Amastra fosse presso Mistretta.” Equivocando per una precedente errata trascrizione del brano dello scrittore latino che al posto di Nomaeis collocò Menaeis, il Pais , collocando Amastra nei dintorni di Agrigento, spoglia Mistretta anche di tale attribuzione (così come invece si deduce chiaramente dalle Verrine di Cicerone). Uno degli effetti del prevalere di tale errata convinzione  è oggi che al Museo Mandralisca di Cefalù la moneta coniata dalla zecca di Mitistrato viene  attribuita a Marianopoli anziché Mistretta.

In proposito l’opinione  dell’archeologo Vincenzo Tusa era invece questa: “L’ipotesi della esistenza di una città, Mytistratum, vicino Marianopoli si basa quasi esclusivamente su alcuni rinvenimenti archeologici in quella contrada ma si tratta solo di tombe con vasi di terracotta incolori lavorati a mano, troppo poco quindi per giustificare l’esistenza di una città”(vedansi Pietro Fiore: Amestratus, Mitistratum Mistretta?) Sul monte Castellaccio, infatti, già agli inizi del 1900, come accertato dal Pagliaro, non vi era resto alcuno (né ruderi di case né di mura) di una eventuale preesistente città. Vero è invece, come afferma il Pagliaro, che Mistretta veniva in passato chiamata indifferentemente nell’uno e nell’altro modo in quanto, come concordano i linguisti (il Pagliaro Bordone cita il suo contemporaneo Carlo Alfonso Nallino della Università di Palermo) l’etimologia della voce Mytistratum nasce da due nomi tolti dall’idioma Punico Mat Astrata ovvero Am Astrata, cioè Città o popolo di Astarte”.

Nella Faillaci, responsabile settore culturale del Comune di Mistretta, ha recentemente scoperto che analogo parere proviene anche dallo studioso svizzero Johan Jacob Hoffmann il quale, parlando di Amestratus, lo scrisse nella sua enciclopedia umanista “Lexicon universale” pubblicata nel 1698 e  ora consultabile in rete. E’ sensato pensare allora che gli storici dell’epoca romana erano a conoscenza della doppia denominazione di Amestratus così come, al contempo, erano a conoscenza della univocità della sua collocazione. Così come giustamente fece notare il Pagliaro, infatti, nessuno storico parlò mai di due diverse Mitistrato, eventualmente collocate in zone diverse della Sicilia mentre gli stessi erano, invece, in casi del genere, generalmente precisi  e puntualmente distinguevano le diverse Naxos, le diverse Hibla, le due Petralie, eccetera. Nessuno storico invece sente la necessità di farlo parlando di Mitistrato, evidentemente perché non ce n’era motivo, essendo Mitistrato unica.  Lo stesso Pagliaro fece notare che Mistretta nel corso della sua storia era stata citata dagli storici in ben 17 modi diversi, così come, d’altronde, anche Modica fu citata in 13 diversi modi. Ma, considera il Pagliaro, che ciò non deve sorprenderci più di tanto poiché col fluire del tempo e l’avvicendarsi delle dominazioni si è passati dal semitico Amashtart e Metashtart al greco Amestratos e Mytistraton, al latino Amestratus, Misistratus, Amistretum, Mutistratum, Mytistratum, eccetera fino all’italiano Mistrecta e poi Mistretta, il quale, aggiunge il Pagliaro Bordone, “conserva sempre i due corrotti radicali di “Uomini” e di “Astarte” ed il popolo tuttavia nel pronunziarlo fa sentire la s come sc in scendere: esso, con gran meraviglia di chi lo ascolta, dice Misctretta, conservando in tal modo la pronuncia fenicia dopo trenta secoli almeno che si ebbe quel nome. (…) Che più? Una prova di certezza storica irrefragabile ci viene anche dal nome che ha conservato attraverso parecchi secoli. Poteva mai questa città chiamarsi Mistretta, se anticamente addimandavasi soltanto Amestrata e non Mitistrato? In questo caso il popolino avrebbe fatto un salto fantastico, una metamorfosi veramente capricciosa, sostituendo Mis alle iniziali Ame; ma invece tanto l’una quanto l’altra etimologia significano popolo, gente o uomini di Astarte e col volgere del tempo prevalse il nome di Mistretta; il quale induce nell’animo nostro la piena sicurezza del primitivo Metastart, da cui attinge la sua forza etimologica, che ha la riprova del tempo anteriore ed è quindi come una ruota avente il suo addentellato in altre ruote.”  Tuttavia, a dispetto delle numerose buone ragioni degli storici classici, va sempre più prevalendo, a proposito di Mitistrato, la tesi autorevole di Ettore Pais per cui sempre più spesso accade di imbattersi in siti internet di varie lingue che assegnano Mitistrato al Monte Castellaccio di Marianopoli, compresa l’enciclopedia libera Wikipedia che ha una voce “Mytistraton”. Anche il Museo Mandralisca di Cefalù ritiene opportuno assegnare la moneta di Mitistrato che possiede alla zona di Marianopoli. Perfino lo storico divulgatore Santi Correnti in una sua recente opera monografica sui Comuni della Sicilia, parlando della loro storia, assegna Mytistrato a Marianopoli e concede a Mistretta la sola Amastra.   Il dibattito al momento, pertanto, è da ritenersi affatto concluso e ancora da dimostrare in maniera incontrovertibile, in un senso o nell’altro.   

SAN SEBASTIANO:

La ragione originaria della corsa

 

Tecnici e professionisti concordano sul fatto che la struttura della nostra antica vara (che risale al 1610, ad opera dei Li Volsi) non è stata architettata e costruita per correre. Pertanto, per quanto l’abitudine della corsa sia remoto, è lecito pensare che nel 1610, tale fenomeno non era affatto in uso e neanche se ne immaginava una successiva consuetudine.

Cosa accadde, quindi, dopo tale data, di particolarmente importante da fare assurgere, in molti paesi, a caratteristica comune la corsa del Santo?  Un qualcosa che sappiamo tutti o quasi, ma del quale, per incolpevole ignoranza, sconoscevamo la precisa correlazione. E’ pacifico ed universalmente riconosciuto che San Sebastiano e San Rocco siano stati, nel tempo, “eletti” dalla popolazione quali loro strenui difensori dalla peste.

Poiché nel corso dei secoli tale terribile malattia fece diverse periodiche apparizioni, contaminando vaste regioni, le popolazioni, che allora godevano di scarsi rimedi scientifici, ricorrevano alla collettiva preghiera in processione. E’ noto che nel corso del 1628-29, ancora una volta, la peste, colpì gran parte dell’Europa. Sorsero quindi in ogni luogo i lazzaretti, atti ad ospitare gli ammalati. A Mistretta gli storici locali asseriscono che ve ne fossero almeno tre, dislocati tra la Via San Giuseppe (ex ospedale) e la zona della Nunziata. E legittimo supporre che la processione di San Sebastiano che si svolse quell’anno fosse (se già non avveniva prima, proprio per la presenza dei luoghi di raccolta)  dirottata lungo le strade dove sorgevano i lazzaretti, per dare conforto alla gente ivi ospitata. D’altronde il nostro odierno corso allora non esisteva in quanto progettato dai borboni nei primi decenni del XIX secolo. Ora mi fermo un attimo e vi racconto di un eccezionale documento visto da una stimatissima coppia di coniugi in una mostra, dedicata a San Sebastiano e San Rocco, tenutasi a Venezia negli anni 80 nei locali di un Istituto d’Arte. Il documento, così come loro lo hanno memorizzato, (un foglio plurisecolare redatto dall’autorità spagnola che nel 1600 governava buona parte dell’Italia) in sostanza decretava che le processioni religiose in onore di San Sebastiano dovevano tutte svolgersi nel più breve tempo possibile, che le soste davanti ai lazzaretti dovessero avere brevissima durata (per paura del contagio) e che comunque ciascuna processione dovesse avere termine nel volgere perentorio di mezzora. Questo è quanto ricordano del documento i due colti amici mistrettesi: prof. Vito Portera e signora Nella Faillaci. Un documento ufficiale, valido a tutti i sensi di legge, la cui disposizione venne certamente fatta valere con rigore. E’ legittimo pensare che la perentorietà della disposizione costrinse i portanti e la folla dei fedeli, a Mistretta come altrove, ad accelerare il passo nonché a qualche breve corsa, laddove il percorso lo consentiva. E’ legittimo pensare poi che, finita la peste, si protrasse l’abitudine sia del particolare percorso processionale e sia della corsa. Probabilmente col passare del tempo si perse poi la memoria della motivazione originaria, ma ne rimase l’effetto galvanizzante, cosicchè l’abitudine da qualche parte andò degenerando assumendo connotazioni estranee e inducendo, ad esempio, il Sinodo messinese del 1681 (come trascrive Sergio Todesco) a disporre che “Le statue dei santi vengano condotte con modestia e decenza. Si eviti pertanto di trascinarle ora velocemente ora lentamente, ora avanzando ora retrocedendo, ora a destra ora a sinistra, con direzione inclinata e con vertiginosa scompostezza”.  

Ai giorni nostri, che qualche tratto del percorso processionale sia effettuato “a passo svelto” ancora oggi può avere un suo fascino spettacolare oltre che un certo legame col passato, così come ce l’ha la repentina “vutata” al Largo Progresso. Può darsi che ce l’abbia anche l’ultimo tratto dal palazzo Salamone fino al rientro in Chiesa.  Tutto il resto ritengo siano  dei corpi estranei nel contesto della festa. Il prossimo anno la Vara compirà 400 anni. Potremo ricordare con rispetto le numerose generazioni passate godendo della festa e del Santo. Il pericolo è però che la nostra possa, invece, dai posteri essere ricordata come la generazione degli Attila. Ovvero quella capace di distruggere il ben fatto.   

                                               

DIVINUM EST OPUS SEDARE DOLOREM

      (E’ opera divina sedare il dolore)

                                               

Farmacie di Mistretta. Moderna efficienza e sapore di antichità si amalgamano. Accanto ai computers e ai moderni ritrovati della farmacologia coabitano preziosi mobili  (armadi e scaffali) finemente intagliati con artistiche decorazioni. Vetrine contenenti oggetti d’epoca attirano lo sguardo che si sofferma affascinato dalla varietà.

La “Fogliani” e la “Di  Salvo” dislocate lungo il pianeggiante asse viario di Via Libertà. La “Spinnato Vega” lungo il corso Umberto, di fronte Piazza dei Vespri. Le farmacie di Mistretta sono da considerarsi certamente fra le più antiche dei Nebrodi. Si tramandano da diverse generazioni di padre in figlio.  

La farmacia Fogliani, allora “Di Dino”, fu aperta nel 1891 da Nicolò, figlio di un ingegnere che per l’occasione disegnò gli armadi che poi vennero commissionati ad abili ebanisti del tempo che li realizzarono in “noce nero nostrano”. Tali armadi, ancora perfettamente funzionali, fanno bella mostra assieme ad una vetrina contenente una serie di oltre 50 strumenti che servivano per le preparazioni galeniche. L’attività venne continuata da Antonina, una delle due figlie di Nicolò, laureatasi nel 1928 e che, a sua volta, successivamente,  passò il camice al figlio Nicolò Fogliani, oggi sessantacinquenne, sposato, con 2 figli. In una delle pareti della farmacia, il dottor Fogliani ha affisso una bacheca con una ricca serie di stampe d’epoca che illustrano le varie tappe delle scoperte farmacologiche della umanità. Illustrando gli strumenti delle preparazioni galeniche il dr. Nicolò ricorda quando la gente, negli anni 50-60, diffidente delle medicine già confezionate dell’industria farmaceutica che cominciavano a circolare, insisteva per avere preparata la pozione “taumaturgica” dal farmacista.

Quello delle “misture” delle varie componenti naturali che formavano la medicina era, infatti, una prassi quotidiana alquanto delicata dei farmacisti. Per farsi un’idea basti considerare la “cassaforte dei veleni” della farmacia Spinnato Vega, ovvero la vetrina sottostante l’antico scrittoio, zeppa di contenitori, che, seppure oggigiorno siano svuotati, conservano un fascino sinistro capace di lanciare un brivido freddo lungo la schiena. “Tintura di cascara sagrada” e “tintura di Adonis” sono alcuni dei nomi scritti nei vecchi contenitori. Quasi a sollevare dai tenebrosi pensieri che suscita la parola veleno interviene la dr.ssa Francesca Maria, ricordando che, ovviamente, la quantità di tali veleni era infinitesimale, cioè “in dose terapeutica”. Più voluminosa, ma meno impressionante, la collezione dei vasi della Richard Ginori risalente ai primi anni del 1900 che, a quel tempo, contenevano “unguento saturnino”, “pomata fenata”, ecc. posta nella vetrinetta dell’odierno bancone di accettazione delle ricette mediche.

Capostipite della farmacia, nata qualche anno dopo quella della Di Dino, fu il dr. Alfonso, classe 1873, al quale subentrarono, gradualmente, prima il figlio Gaetano, e poi la nipote Francesca Maria. Titolare della farmacia, da alcuni mesi, è il figlio di quest’ultima, il dr. Alessandro Cannata (pronipote del fondatore Alfonso Spinnato Vega) sposato, padre di 2 bambini.

Altre farmacie esistenti nel 1885 (come si evince da un documento d’epoca della Sottoprefettura di Mistretta) erano la “Spoleti”, la “Pagliaro”, la “Sidoti e Di Franco” e la “Cuscè”. Deriva forse dal ricordo di qualche membro di quest’ultima (della quale non vi sono eredi e neppure omonimi) la denominazione di un vicolo posto in pieno centro.

Ma la più antica in assoluto, fra quelle esistenti, è la farmacia sorta nel 1865 per volontà di Antonino Di Salvo, a seguito della “autorizzazione all’esercizio della farmacia” concessa dal Ministero dell’Interno che allora aveva sede in Firenze, capitale d’Italia. Sul finire del secolo si laureò in chimica e farmacia il figlio del fratello Lucio, Giovanni che successivamente ereditò, dallo zio celibe, l’esercizio, che, a sua volta, trasmise al figlio Lucio. Quest’ultimo, oggi efficiente ottantenne, dirige nelle vesti di direttore, l’attuale esercizio che si avvale della fresca energia di un nuovo socio, il dr. Eugenio Ferraro. E’ quest’ultimo che ha avuto l’idea di valorizzare l’enorme mole di strumenti professionali accumulatisi nei magazzini nel corso dei 136 anni di attività della farmacia, esponendoli nella ampia anticamera dell’esercizio.

 “C’è una differenza sostanziale –dice Ferraro- fra le varie raccolte museali di alcune città, formatesi coi ritrovamenti, in luoghi diversi, di vari reperti, e la nostra. La farmacia Di Salvo, infatti, rappresenta autonomamente un pezzo di storia a sé in quanto tutti i reperti esposti provengono dalla stessa sede, abbracciando il vasto arco di tempo che va dalle origini ai nostri giorni”.

Numerosi i pezzi di “antiquariato” che si possono osservare, a cominciare dagli alti armadi in noce, in uno dei quali, l’ebanista Giovanni Bavisotto punzonò l’anno di realizzazione (appunto il 1865) nonché il proprio nome. Lo stesso anno 1865 è scolpito, assieme al nome del primo proprietario, in un grande mortaio in metallo del peso di 24 chilogrammi. Altri strumenti curiosi che a quel tempo venivano utilizzati nel laboratorio chimico posto sul retro della farmacia dal titolare e dai suoi coadiuvanti, sono un voluminoso mortaio in marmo dove si pestavano le mandorle dolci, un torchio che serviva per spremerle, distillatori, alambicchi e torchi trita erbe di varie dimensioni. Gli armadi dell’anticamera conservano inoltre diverse centinaia di contenitori in vetro, ciascuna con una etichetta diversa. In una, ad esempio, si legge: “Antireumatico Di Salvo”. Le farmacie a quell’epoca erano solite scambiarsi i prodotti. Così il Di Salvo esportava l’antireumatico ed importava altri preparati. Questo spiega perché  fra i diversi contenitori in vetro ve ne sono diversi con etichette “estranee”. Fra queste se ne trova una con la seguente dizione: “Farmacia Cangenni, farmacia centrale, Piazza Vigliene (antico nome dell’odierna Piazza Pretoria), Palermo”.

Oltre che un luogo dove si veniva a cercare sollievo per il corpo, la Farmacia Di Salvo, era anche, probabilmente, un luogo di fermenti politici. Il dr. Ferraro, infatti, sottolinea che diversi articoli del periodico locale di inizio 900 “La Montagna” di area socialista (del quale esistono diverse annate conservate nella locale biblioteca comunale) portano la firma del farmacista Giovanni Di Salvo.

Il tutto sotto lo sguardo attento di una formosa immagine femminile, avvolta da un serpente (il male) affrescata sulla volta della antica farmacia, al lato della quale campeggia una frase attribuita a Galeno: “Divinum est opus sedare dolorem”. Un motto che il farmacista, in cuor suo, aveva esteso alla politica.

La ninna nanna di Mistretta

in un LP della Fonit Cetra degli anni settanta

 

Nella seconda metà del secolo scorso diversi cantanti folk di tutta Italia hanno operato un vasto recupero delle canzoni popolari. In quegli anni, in Sicilia, si sono avvicendati sui palcoscenici musicali diversi personaggi di notevole spessore artistico: Rosa Balistreri, I Cilliri (Siracusa)  i Dioscuri (Agrigento), il Gruppo Popolare Favarese, la Taberna Milaensys (Milazzo) e tanti altri. Raccogliere, nel corso degli anni, la produzione di questi artisti  mi è servito a meglio definire i contorni di certe melodie che ricordavo di avere ascoltato da ragazzo ma delle quali sconoscevo la effettiva diffusione.

Molti motivi,  magari con varianti diverse, hanno una diffusa notorietà nell’isola (non mi riferisco a brani celeberrimi come ciuri ciuri o vitti na crozza, oppure alla bella E vui dormiti ancora  bensì a canzoni quali Spunta lu suli e squagghia la ilata con belle e colorite immagini ma meno celebre delle prime). Altri motivi sono semi sconosciuti ma tanto intensi da meritare di essere ripresi e diffusi (evidentemente nell’ambito ristretto degli appassionati). Recentemente, mi è capitato di sentire uno cd che contiene una vasta carrellata di  brani più e meno celebri che appartengono al folklore siciliano, re-interpretati con maestria da Carlo Muratori, ex cantante dell’ormai disciolto  gruppo denominato i Cilliri..

Fra i 22 brani contenuti nel cd ce n’è uno che io avevo già ascoltato, registrato in una audio cassetta artigianalmente prodotta da un amico dalla viva voce del signor Lo Menzo. Una simpatica melodia, con rime incatenate che mi pare appartenga alla serie dei cosiddetti “stornelli alla nicosiana” (ma che non è quella celebre che porta proprio il titolo di “stornelli alla nicosiana” che tante volte abbiamo cantato in occasioni di riunioni conviviali). Evidentemente, a suo tempo, di questi motivi ne esisteva un vero e proprio filone. 

Un altro originale filone di musica folcloristica oggi poco conosciuta è quella degli “Atturni, di Caronia”, spesso dalla melodia struggente, che ho ascoltato in un Lp  curato da Elsa Guggino, cantati da Annunziata D’Onofrio. Di questo filone musicale parla estesamente il maestro Enzo Romano nel suo volume dal titolo “Alla ricerca delle radici” (Armando Siciliano Editore). Un’altra canzone però dal sapore vagamente arabesco, certamente più ritmica, che qualche volta avevo ascoltato da ragazzo dalla voce dei nostri adulti e il cui ricordo avevo smarrito, l’ho sentito, interpretato dal Gruppo Popolare Favarese,  alla fine degli anni settanta, ma successivamente non è stata ripresa da alcuno. Ecco l’attacco: “N’avimu una, n’avimu una, / nna lu me cori cc’è la menza luna./ N’avimu rui, nnavimu rui, / cu trasi nni stu cori nu-nnesci cchiui (…).

Certamente l’estro creativo può attecchire ovunque ma per riconoscerne la genuinità occorre l’orecchio colto. Come quello di Antonino Uccello, che tra gli anni 60 e 70 registrò, in giro per la Sicilia, diversi motivi originali, fra i quali una ninna nanna registrata a Mistretta che certamente molti di voi, come me, ricorderanno per averla ascoltata dalla voce materna. Dunque una composizione che, si presume, ci appartiene ma della quale si è persa la memoria e che, pertanto, le nuove generazioni non conoscono. Così come di origine locale presumo sia un allegro canto di vendemmia riportato da Enzo Romano a pagina 114 del citato volume “Alla ricerca delle radici” che comincia così: “Oh, c’alligrizza cc’è nna sta vinnigna, / ca si juncìu la miegghju picciuttanza” che i gruppi folcloristici locali potrebbero valorizzare, meglio di un’altra più celebre melodia di analogo argomento puntualmente rappresentata ad ogni spettacolo ma che, proprio per eccesso di rappresentazione, è abbastanza logorata e logorante.  

 

NINNA NANNA DI MISTRETTA

(da “Era Sicilia” (LP Cetra), canti raccolti da Antonino Uccello)

 

Quant’è beddra Maria sutta lu mantu,

cuomu santa Maria r’oru e-dd’argentu.

Si vota lu parrinu e-ddici_ -Santu,

salaratu lu santu Saramentu!-

 

Oh, mpò, mpò, mpò, mpò.

Sant’Anna e-Ssan-Gniachinu su-ccuntenti,

ca ianu a Mmariuzza chi-vva sula.

 

Iddra lu va diciennu a li parienti:

-Purtaticci cusuzzi ri manciari -.

Oh, mpò, mpò, mpò, mpò, mpò,

ruormi, figghiu, e-ffa l’avò.

 

Ecco come Antonino Uccello, commentava :

(E’ una madre contadina, quarantenne, che canta la ninna nanna: abita in una casetta rustica di Mistretta, un grosso centro agricolo del Messinese. Il balconcino guarda sulle isole Eolie che al tramonto sembrano velieri in secca in mezzo al Tirreno.

La donna porta in braccio una bambina di pochi mesi, e canta due strofe di una ninna nanna di carattere religioso: queste strofe si riferiscono spesso a motivi della vita quotidiana, cogliendone gli aspetti più familiari ed intimi. Vi si fa riferimento, infatti, alla gioia di Sant’Anna e di San Gioacchino, perché la Madonna bambina si avvia a fare i primi passi, e si spera che i parenti portino alla piccola Maria cusuzzi ri manciari, cioè leccornie).   

 

 

Ritagli di Mistretta è acquistabile presso tutte le librerie online (IBs, inMondadori, La Feltrinelli, Deastore, Unilibro, Libreria Universitaria, ecc.) e, ovviamente, direttamente presso la Youcanprint: 

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/didattica-e-formazione/ritagli-di-mistretta.html

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Commenti più recenti

11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

...
19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

...
25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

...
25.04 | 12:49

QUANDO SI AGGIUNGE UN NUOVO TASSELLO A QUALCOSA DI MISTERIOSO ,C'E' SEMPRE UNA GRANDE GIOIA CHE CI RISCALDA IL CUORE, LA MENTE E L'ANIMA. EUREKA!

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