da DEL SABATO E DELL'INFINITO

Del sabato e dell'infinito

 

Se fosse un grande albero la vita…,

se, come scala a chiocciola disposti,

un secolo contasse ogni suo ramo

e se dal nostro ramo, in su lanciando

gli occhi, non vedessimo la cima…

E se l’albero nostro fosse dentro

una foresta grande e sconosciuta.

Se fosse la preistoria sottoterra

un grande labirinto di radici…

vederci rimirare discorrendo

di come pulsa il cuore del villaggio

un sabato fra miliardi d’altri giorni

sarebbe uno zero fratto niente.

Il sogno inconfessato invece è quello

che s’alzi dal villaggio la colomba

nascosta dentro il nido della torre,

aereo filo raccolto chissà dove.

Nascendo

Nascendo abbiamo perso

ciascuno un seme di girasole

così lo andiamo cercando nei solchi

dell’aratro appresso al contadino

fra un tenue rossore a ponente

e un banco di nubi a tramontana.

E un’ansia ci tormenta, placata

solo un attimo da un fugace incontro:

il breve spazio chiuso da due anime

che incontrandosi si stringono la mano.

Dopoguerra

Odori di prezzemolo e basilico
ai balconi. Estati piene di mosche....
Gli operai del Comune talvolta
andavano per le strade con le pompe
per la disinfestazione. I contadini
per le campagne in groppa ai muli
con le fascine d’erba fresca , la sera,
e la capra legata al mulo,
avevano canti antichi alle bocche,
nenie arabe del sangue. D’estate
scendevo dalla groppa per le more
ai bordi delle trazzere regie,
attento al fruscio dei serpenti.
D’inverno le serate intorno
ai bracieri inseguivano leggende
di monili e monete nascoste
dentro casse in qualche punto
indicato in sogno da un defunto,
monili e monete da dovere
scoprire da soli a mezzanotte,
pena una cassa zeppa di carbone
scherzo d’uno spirito burlone.
Sogni di povertà nel dopoguerra
Conditi d’insalate a base di cipolle.

Ha un alito di piante di bosco

Ha un alito di piante di bosco

quell’aurora che spuntando leggiadra

drizza piano il paese sul monte

e spartiti per gole d’uccelli

che avvolgono gli alberi in piazza.

 

Poi che lievita il sole la luce

s’alza lieve un tepore di voci

dai balconi ornati di vasi

di comari intente alle cose

delle case sgravate dei maschi.

 

Le mansuete montagne d’attorno

coi declivi inclini alle vacche

hanno chiazze di menta selvatica

che stordiscono il fluire del tempo:

da un limite d’esso lontano

giunse qui una timida donnola

che un mattino vidi sperduta

fra le case di periferia.

 

Corollario d’un sentiero fra i boschi

con possibili effetti di luce

ancor oggi con volpi e poiane

d’essa giunge l’eco al paese

nei racconti serali dei bar.

Bacche

(a Pietro Lo Iacono)

 

Se adorna la soglia d’autunno

il ginepro con le sue bacche rosse

…hanno cento respiri diversi

gli umori che il vento raccoglie

dalle schiene sudate dei monti.

Agli umani che ne bardano i colli

ricercando fra i discorsi dei prati

in lievi punti inviti a sostare…

dalle bocche dei ricci dischiusi

il castagno fa mille sorrisi.

I maestri dei funghi porcini

vanno soli… gelosi dei posti.

Se da valle non sale radente,

solitaria suggestione del tempo,

a confondere il giorno la nebbia.

Il paese usa ancora cantare

Quale lontano angolo di strada
innalza una melodia remota...
posando una carezza sui ricordi
nella nottata colma di sonno?

Il paese usa ancora cantare
alla porta del prodigo amico
la ricorrenza d’un fatto accaduto,
uno qualsiasi con fiocchi di riso.

Chi ha un cesto di parole rimate
le infiocchetta per farne stornelli,
chi alla musica ha dita allenate
per l’occasione ne fa dei gioielli.

Nel paese c’è soltanto una porta
che separa ogni casa alla strada
così l’uscio facendosi lieve
lascia entrare quel bouquet di persone.

La città… chiusa al settimo piano
degli orli di prato ha perso l’arcano.

Oltre gli usci ombrosi

Appena oltre le foglie d’oleandri

dai balconi scorgi vicoli segreti,

cosmogonie di neri mantelli

e secoli rappresi oltre gli usci

ombrosi. E muri, archi, selciati

e scalinate in litanie di pietra.

 

La donna, di spalle, di nero velata

anziana com’è… si sa dove và.

 

Per questo il pittore distende

coltri luminose di tetti

a chiudere il tempo in gabbie di luce.

Frammenti

-A Nat Scammacca-

Figli di rudi incontri nei fienili

tra l’odore del piscio della mula

bagnati dal sudore delle ore

a guardia delle capre nei valloni.

Pronipoti di callosi villani

servitori di feudi baronali

dalle pupille bruno zolla, fieri

talvolta, a gruppi con la falce in pugno

levando ran-cori fra le spighe

contro i pieni granai dei padroni.

Discendenti di alcuni dei picciotti

che illuminarono le contrade

di speranze coi lampi dei fucili.

Affiorati dalle viscere dei secoli

egli, tu, noi, come origano

fra l’erba, frammenti d’eterno.

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Commenti più recenti

11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

...
19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

...
25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

...
25.04 | 12:49

QUANDO SI AGGIUNGE UN NUOVO TASSELLO A QUALCOSA DI MISTERIOSO ,C'E' SEMPRE UNA GRANDE GIOIA CHE CI RISCALDA IL CUORE, LA MENTE E L'ANIMA. EUREKA!

...
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