IL SALE DELLA TERRA

Nota di Franco Maria Maggi

Una silloge di “unità lessicali” scarne, asciutte ma fortemente esponenziali e intensamente metafisiche. Una poiesi spontanea, profonda di motivi, sempre orientata verso strutturazioni eleganti ed istintive, dove la volontà sonora dell’autore trae dalla psiche “musica atonale ma anche musica assoluta”. Filippo Giordano, attinge la sua “linfa poetica” da una classicità contrassegnata da una semantica a “nuances”. È una successione di note in alternanza a forme di climax e anticlimax: (il canto) <…Morbidi, consolatori fonemi / ritmati da fonico impasto / che librando in aria / dal suolo eleva un poco l’uomo>. Il canto di Giordano è <il sale della terra> o come dice Giorgio Barberi Squarotti <è bello per eleganza, per intensità, verità di vita e per concetti e riflessioni sul tempo e sulla parola…>.

Tra litote e ossimori, tra metafore anàclasi, Filippo Giordano dimostra di conoscere l’artificio nell’uso delle parole nell’ottica della stilistica, ma la sua perizia è straordinaria nel riuscire a “mimetizzare” questa sua tecnica poetica sotto un manto di spiritualità. Il “Paraclèto” è sempre presente, anche nelle pieghe più riposte, più ctonie della sua liricità. Lo spazio creativo è ridotto nel concetto di relativismo <sullo spazio inesistente o illimite anche nella sua adimensionalità>: (La scrittura) <Sulle bocche crebbero cespugli / di fonemi, cavernosi suoni / e graffiti coltivarono memorie…>; (La foto) <madre viva, con quel sorriso lieve / che la foto, ad epigrafe, ritorna>; (La parola) <…Sgomento e terrore, cenere e lapilli, / terremoti, fulmimi e saette / furono schedati: la lingua sciolse / parole e il vento sparse il seme>. Un’alchimia di parole visibili. Contrassegnate da “dinamismi assoluti”, una denuncia di realtà sensibili nelle quali Giordano scopre la drammaticità di certe situazioni, la fragilità di oggetti, di parole della stessa libertà o le inquietudini di certi personaggi quali Gesù, Copernico, Cristoforo Colombo o ancora dei fratelli Lumiere ecc. Una poesia moderna, espressiva, ricca di referenti sociali e di alto significato etico.

                                                                                             

                                             Franco Maria Maggi

                                             La Gazzetta di Bolzano, Giugno 2006     

Nota di Carmelo Ciccia su CENTONOVE, 15/10/2004

L’infaticabile attaccamento del siciliano Filippo Giordano alla poesia ha prodotto questo nuovo libretto di versi (Il sale della terra, Ed. Il Centro Storico, Mistretta 2004, pag. 32) in cui la cosa che d’acchito colpisce il lettore è la musicalità: e ciò conferma la vocazione ritmica dell’autore, già manifestata nelle precedenti sillogi poetiche. Il Giordano, fra l’altro, oltre che indiscusso poeta, è anche studioso e autore di libri di matematica, nei quali lo studio dei numeri va ricondotto a quel senso del ritmo insito non soltanto nel numero ma in tutto l’universo; e perciò la sua poesia acquista un respiro cosmico, anche perché gli aspetti della natura sono da lui prediletti.

Il paesaggio che fa da sfondo è per lo più quello della sua terra, da Mistretta a Floresta, dal Monte Soro al mare di Capo d’Orlando; ma ciò che più conta è l’implicita affabulazione, che lo colloca in un clima di magia. Così, in questa poesia, colline, alberi, frutti, neve, ecc. escono dalla contingenza per assurgere al valore del mito. E non è senza significato il fatto che il titolo di questo libretto, oltre che ad una frase di don Fabrizio pronunciata nel Gattopardo (fine del cap.4) e riferita al carattere dei siciliani, ci conduce ad una espressione di Gesù riferita ai discepoli (discorso della montagna, nel vangelo di Mt V 13) quel Gesù d’una fede ritrovata che ora ha ispirato l’acrostico “Parola di Gesù” (pag.15) e probabilmente una nuova serenità spirituale e materiale.

E non è da far passare sotto silenzio neppure il fatto che la silloge, anche se non detto esplicitamente, è stata scritta sotto l’emozione della morte della madre del poeta, alla quale è dedicato un ricordo finale, che la vede unita ad un suo fratello perito in Russia, “agnello con la divisa da invasore”: la morte, e quella della madre in particolare, è un evento naturale ed ineluttabile in ogni famiglia, ma che soltanto quando si verifica travolge le coscienze dei superstiti, specialmente se questi hanno la sensibilità dei poeti.

Oltre a queste nel libretto affiorano varie altre riflessioni: da certe scoperte (fuoco, parola, scrittura , canto, poesia, musica) a certi personaggi come Copernico, Colombo, Marconi, i fratelli Wright e Lumières, Meucci, Edison, e ad altre scoperte, che se da una parte documentano il costante progresso dell’uomo, dall’altra ne sottolineano la persistente precarietà, come nel caso dell’oscuramento totale, il cosiddetto black-out del 2003. Non manca una singolare deflorazione: quella della luna da parte dei primi astronauti che nel 1969 infilarono la loro asta “nella molle sabbia virginale”. Per la qual cosa, pur con tutto questo progresso, varcando la soglia del terzo millennio cristiano il poeta non può non riconsiderare il destino degli uomini, che a volte credono di essere immortali eroi; e con il linguaggio a lui caro della matematica scrive: “noi, piccoli segmenti / votati ad esser chiusi da due punti: la nascita, la morte; / scioccanti scintille che decretano / i confini delle albe e dei tramonti.

Dunque, anche questo è un libretto denso, che fa riflettere con alti pensieri e d’attrarre con riusciti espedienti tecnico – formali.

 

                                                                                  Carmelo Ciccia

                                                                                  Centonove, Messina, 15 Ottobre 2004

           

Nota di Emilia Greco Genesio su TALENTO ((Torino) - Marzo 2006

Filippo Giordano ha già pubblicato diversi libri di poesie. “Il sale della terra” è l’ultima delle sue opere ed ha ottenuto diversi consensi critici, fra cui quello di Giorgio Barberi Squarotti e di Sebastiano Lo Iacono. La terra, nella sua globalità, nella sua creazione e nel suo evolversi attraverso i millenni, è la principale tematica delle liriche, espresse in modo molto fine e profondo; la domanda più imperativa che nasce dalle poesie, e che prima o poi tutti ci poniamo, è il perché della nostra vita, del nostro esistere, del nostro “viaggio terreno”. Gli elementi della natura si riscontrano in diverse poesie, come il vento: “…Nel tempo l’uomo è vento che s’invola / e talvolta / il vento è una carezza di velluto; / talvolta l’uomo ha la mano leggera del neonato / che indugia sulla pelle della madre.” (Generazioni). Oppure come il fuoco “… allorché, magicamente austero, soggiogato dall’umano circuire, /potente servo del suo desiderio, / risuscitò dal legno, il fuoco” (Il fuoco servo). Ripercorrono, queste poesie di Filippo Giordano, gli eventi più significativi, le scoperte più importanti quali il fuoco, i numeri di Pitagora, l’America di Cristoforo Colombo, ecc…

Poesie che emozionano e fanno vivere al lettore le sensazioni descritte. E come non commuoversi immaginando la neve che cadendo “immensa” ricopre gli aranceti e i mandorli, tanto da sembrare fioriti… “Lieve si fa il respiro della terra. / Immensa neve. / …Eppure, vista dal lontano spazio, appena un punto bianco / a chiudere un ciclo di stagioni./ …Un molle punto che evaporando / s’aggrappa un poco al mandorlo… e lo infiora” (Immensa neve).

 

Emilia Greco Genesio

Talento,

Torino, Marzo 2006

 

     

Nota di Franca Alaimo su "Spiritualità e Letteratura" - Aprile 2005

La calma misura del cuore si fa canto che descrive, dentro una musicalità spesso classica del verso, la storia dei primordi come quella attuale, sottolineando, con intimo spirito religioso, il cuneo di luce che divide in due il cammino dell’uomo verso e dalla nascita del Cristo. Da questo sguardo nasce la giustificazione di ogni evento, a cominciare dalla lontana preistoria fino alle più recenti scoperte, trovando i suoi simboli negli archetipi viscerali del fuoco e dell’acqua, anche questi letti religiosamente, significando il primo l’ardore dello Spirito, il secondo la purificazione. La parola, che insieme al tempo è tema portante della breve silloge, (titoli come La parola, La scrittura, Il canto, La poesia, Parola di Gesù ne sono chiara testimonianza), come pure sottolinea il critico Giorgio Barberi Squarotti, è strumento messo al servizio della verità, donata alla famiglia umana affinché come acqua di misericordia plachi il timore del morire. Il Verbo creante dell’origine, echeggiato nel tempo dalle bocche colme di spirito, traccia cerchi sempre crescenti d’armonia. La grazia e l’eleganza del dire, le descrizioni minute e pittoriche, i colori vividi (le cento rose rosse, le mille verdi foglioline, le diecimila piccole foglie gialle delle ginestre, elencate in un crescendo numerico in cui scoppia la gioia visiva) inseriscono questa poesia in quella linea mediterranea che è insieme custode e rinnovatrice dei valori più nobili della letteratura.

 Franca Alaimo

Spiritualità e Letteratura, Monreale, Gennaio - Aprile 2005

Nota di Orazio Tanelli su IL PONTE ITALO AMERICANO

Nato a Mistretta, paese dei Nebrodi, dove vive, Filippo Giordano è un poeta e narratore con grandi capacità espressive. La sua poesia incide sulla dicotomia pascaliana tra la piccolezza dell’uomo e l’infinità dell’universo. La memoria del passato (Eraclito, Omero, Colombo, Copernico) crea una certa esaltazione che non esclude una certa aspettativa dell’oltretomba. La fusione artistica dei valori tradizionali conduce alla condanna della guerra e al desiderio di pace e felicità nello spirito di fratellanza e di tolleranza.

Il componimento la foto rende l’immagine cosmica di una madre vera e propria che si potrebbe identificare con la Madre Terra (Alma Tellus). La madre si sacrifica per i figli e diventa l’emblema di quella terra utopica che il poeta sogna nel dolore atavico dell’umanità intera.

Orazio Tanelli

Il ponte Italo Americano,

Verona, New Jersey, Gennaio 2005  

Nota di Silvano De Marchi su LA NUOVA TRIBUNA LETTERARIA

IL SALE DELLA TERRA

Una storia della civiltà, colta nei momenti salienti, vuole essere questa raccolta poetica. Il poeta ripercorre i fatti salienti del progresso a incominciare dalla scoperta del fuoco e del suo utilizzo, come si è potuto difendere dagli animali e ripararsi dal freddo nelle gelide notti invernali. Nell’evoluzione della specie, quando il primate giunse a un certo livello, ecco che “irradiandosi venne l’intelletto / a posarsi sulla bestia umana.” Incominciò a nominare le cose, sostituendo ai fonemi la parola, nei graffiti fissò i momenti della sua vita. Dalla parola alla poesia alla musica l’uomo espresse la sua anima nell’arte. Sull’altro versante, quello delle scoperte e delle invenzioni, vengono ricordati Cristoforo Colombo, Guglielmo Marconi, gli inventori dell’aeroplano, del telefono, del cinema, della radiofonia per cui in video – visione possiamo ascoltare il Concerto Viennese di Capodanno. Di tutti questi eventi, che costellano la nostra storia, l’Autore dà sintetici giudizi, resi nella limpidità di un verso essenziale. Indubbiamente originale il tema assunto per questo poemetto in venticinque componimenti dove compaiono scorci di poesia come questo: “E venne Maggio a vestire gli ignudi / tigli del viale di tenere foglie / e vennero estati / a covare serenate di grilli / e colorati autunni / a dischiudere ricci e melograni / e fino alle colline caddero le nevi.” E infatti Barberi Squarotti ebbe a esprimere questo giudizio: “… Le sue nuove poesie sono veramente belle per eleganza, intensità, verità di vita e per concetti e riflessioni sul tempo e sulla parola.”

     

 Silvano De Marchi

 La Nuova Tribuna Letteraria / Abano Terme / Gennaio – Marzo 2005

 

Nota di Vincenzo Rossi, su Percorsi d'Oggi, Torino 2007

Nei venticinque testi, raccolti sotto il titolo “Il sale della terra”, Filippo Giordano spazia in piena libertà di tempi e di luoghi nel corso della umana civiltà, soffermandosi sulle figure, sulle tematiche che privilegiano l’area nativa con le sue caratteristiche naturali e umane impostegli dall’interno stimolo creativo. La stesura in versi, sempre appropriata alla sostanza trattata, conserva un’alta semplicità e una immediatezza realistica e carica di significato. Le parole nella loro vitalità si richiamano non solo nella legittimità semantico/grammaticale, ma anche in un personale ritmo di armonia fonica vocalico/consonantica…

Una lettura rapida, senza soste riflessive, potrebbe indurre il lettore in una valutazione di superficialità, priva di sensi profondi,  in quanto la lingua (il linguaggio) raramente si scosta dal grado ordinario: si potrebbe credere che il Giordano nei rapidi voli di temi e di figure, nell’investire di presente il lontano passato si abbandoni a un gioco espressivo di compiacenza, invece è perfettamente il contrario. La sua scrittura poetica è vigorosamente seria e profonda: le sue parole sono tutte pesanti di significati vitali: “A Mistretta le creste dei monti / hanno manti di verde velluto. / Poi a valle, lieve scivolando, / ci sorprende il sangue degli avi / che dal cieuso nero trasuda / quando tendi la mano al passato”. Bella l’espressione delle vette ammantate di verde velluto che coglie una specifica caratteristica del suo paesaggio, ma il vero miracolo della poesia si compie nella gelsa nera che richiama e fa rivivere “il sangue degli avi”. Qui il passato e il presente, la natura e l’umano si fondono, in un autentico battito vitale. Tutta la poesia vive in un impasto di realistica simbologia. La chiusura suggella il testo con immagini belle e potenti: il tempo, l’uomo e il vento si incontrano; il vento richiama la figura del velluto mentre si dichiara che l’uomo “ha la mano leggera del neonato / che indugia sulla pelle della madre”.

 La poesia di Filippo Giordano rende unitaria la vita degli uomini e della natura, di tutte le presenze esistenziali, animate e inanimate. Chi nello stato latente, nei precordi dell’anima, non reca la facoltà di comprendere e vivere questo status poetico, limpida e profonda poesia, attraversa in totale indifferenza la valle dei gelsi, le sue mani restano immobili o ad agitare a vuoto l’aria che gli soffia sul viso: per lui il passato non esiste, né esiste la storia dei suoi antenati… Anche l’interrogativo della seconda poesia  (Fiumara d’arte) resta senza risposta, se il lettore non ha già dentro di sé La finestra sul mare. Il poeta autentico, profondo, come è Giordano, non può regalare nulla di poetico a chi ha l’anima morta per la poesia. Così procedendo, se il lettore ignora la storia, la vita mitica di Arianna, la sua è una lettura morta, fatta soltanto di suoni e di visione di parole.

 Occorre precisare che la poesia di Filippo Giordano pur nella sua cristallina semplicità è una poesia profonda e alta, colta e diremo non poco difficile. Richiede uno scavo di storica cultura e un’accesa fantasia che spesso tramuta il passato in presente. Come può comprendere e vivere la poesia del “fuoco” se il lettore ignora che “dischiuse l’homo dalla notte”?

 La grandezza e l’originalità di queste poesie per chi sa intenderle si possono cogliere dalla prima all’ultima. A noi piace, per intimo, connaturato dono, fermarci sulla poesia dal semplice e grandissimo titolo, sintomatico e universale, La parola. I tredici versi organizzati in tre strofe sono tutti carichi di vasti e potenti sensi simbolici. Infatti prima della parola per l’uomo tutto giaceva nel grembo della notte: ma una illuminazione misteriosa concesse all’uomo la parola (il verbum) e con essa l’intelligenza e la bestia (o vichianamente il bestione) si mutò in homo e questi, dotato di parola/intelligenza animò la pietra e ne trasse il fuoco e da quell’istante l’eterna notte si mutò in luce,schiudendo orizzonti sconosciuti”. L’intelletto / parola diede inizio a infinite conquiste e man mano ogni oggetto illuminato veniva schedato: il miracolo era annidato nella lingua che diede origine alla creazione di parole e il sapere fu diffuso dal vento come inarrestabile germinazione…

La poesia che segue, La scrittura, e così tutte le altre fino all’ultima sono degne di una vasta diffusione con un penetrante, intelligente e ampio commento testuale illuminante i profondi sensi di ogni singola parola. Noi chiudiamo questa breve nota rilevando la perfetta misura dei versi, la potenza espressiva delle parole / simbolo e delle immagini / figure, nonché la loro evocativa bellezza, il ritmo terminologico sempre carico di sostanza, mai sospeso nel vuoto, in una fonologia o in una semantica che suona e non dice, non crea sensi, significati fermamente originali.

                                                                                                                                              Vincenzo Rossi,                                                                                                                                             Percorsi d’oggi – Torino -

Anno XXIII – N.2, Marzo – Aprile 2007

 

Ristampa. In copertina riproduzione dell'opera "L'enigma del tempo" di Marianna Tita

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Commenti più recenti

11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

...
19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

...
25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

...
25.04 | 12:49

QUANDO SI AGGIUNGE UN NUOVO TASSELLO A QUALCOSA DI MISTERIOSO ,C'E' SEMPRE UNA GRANDE GIOIA CHE CI RISCALDA IL CUORE, LA MENTE E L'ANIMA. EUREKA!

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