Del sabato e dell'infinito (Palermo, 1992)

Nota di Liana De Luca

Una girandola di frammenti che irrompono da un universo mediterraneo denso e lieve ad un tempo; pennellate di colore che sfiorano tutta la gamma delle sensazioni possibili, prima centellinate e poi profuse a piene mani, sulla scia di una solarità che sembra esplodere, espandersi, inondare tutte le cose: questa è l’impressione che rimane dalla lettura delle poesie di Filippo Giordano.

Poesie che verrebbe voglia di leggere a labbra socchiuse, sillabandole piano, seguendone ora la linearità narrativa dal piglio prosastico, ora la musicalità che fluisce con ritmo trasognato.

La lanterna magica di Giordano proietta cieli, terra, paesaggi di pietra, animali sfiniti dalla fatica, uomini ugualmente sfiniti che hanno “mani e parole callose”; snoda gli emblemi di una ritualità antica e pur sempre nuova, che ha il gusto delle leggende e delle filastrocche snocciolate nelle quiete sere d’inverno, la cadenza delle nenie arabe tristi e dolcissime, come triste e dolcissima è questa vita sospesa tra Tutto e niente.

Poesia di contrasti, quindi, in cui le parole giocano a rincorrersi, mescolando profumi di basilico, origano e menta selvatica, la fragranza del “pane cotto al forno di campagna” e gli odori acri delle stalle e dei vicoli bui, gli odori della fatica e della pena di esistere.

Tutto si alterna, sfugge, si smarrisce, ritorna ancora. E’ il ciclo del giorno e della notte, con la colonna sonora delle cicale e dei grilli che imprigionano l’anima nel sortilegio del loro canto ossessivo, è l’avvicendarsi delle stagioni, il trascolorare delle distese assolate e dei volti degli uomini in un’arsura che non è solo fisica, che incendia e consuma corpi e anime.

Se il mondo è un inventario di segni indecifrabili, il dubbio prelude ancora alla ricerca, nell’attesa “che s’alzi dal villaggio la colomba / nascosta dentro il nido della torre, / aereo filo raccolto chissà dove”.

Il sogno è ancora possibile: il dolore non esclude la lotta, l’oppressione non impedisce l’ipotesi del riscatto, la fatica non trattiene dal cammino. Si impone un’istintiva pietà, un filo che lega i “cafoni” siciliani senza terra e senza illusioni, perduti dietro il loro eterno imprecare fra le “trazzere” riarse, e l’ex modella sessantaquattrenne che si lascia morire di inedia e di solitudine in uno squallido angolo urbano di Parigi.

Di contro, il mito della giovinezza,  ubriaca di vita e di amore tra i papaveri nel solstizio d’estate, ignara, incantata. Gli esseri umani sono creature perseguitate dall’infinito, perennemente smaniose di trovarne la traccia labile inscritta nel travaglio quotidiano: “Affiorati dalle viscere dei secoli, / egli, tu, noi, come origano / fra l’erba, frammenti d’eterno”.

La parola consola senza tradire il senso della realtà, è espressione di una dignità insopprimibile che  si effonde nel canto: “Per questo il pittore distende / coltri luminose di tetti / a chiudere il tempo in gabbie di luce”.

 

                                                                                  Antonella De Luca

                                                                                  “L’Obiettivo”, Castelbuono (Pa),

                                                                                  10 Luglio 1992

 

  

Presentazione di Giuseppe Celona

Vorrei accingermi a presentare brevemente il bel volumetto di liriche di Filippo Giordano “Del sabato e dell’infinito”, edito da “Il Vertice” a Palermo, nel Febbraio 1992, nella collana “Presenze nella poesia” diretta da Carmelo Pirrera.

 E subito mi tornano alla mente e in un certo senso mi rendono esitante le parole con cui chiude la prefazione al libro in questione Sebastiano Lo Iacono: “Anche le prefazioni del prefatore non hanno senso. Perché pre-fabbricare un testo sul “testo” che lo precede?”. È vero! Che senso ha, allora, la presentazione di un libro di poesia? Il mio intervento vuol porsi, perciò, piuttosto come itinerario di lettura, come invito alla lettura di questa silloge di versi, un tentativo di decodificare il testo poetico, una delle tante decodifiche possibili della parola e del mondo poetico di Giordano, convinto anch’io, come Carmelo Pirrera, che “il discorso di Filippo Giordano acquisti spessore poetico per quel tanto di taciuto che però continua a premere all’interno della parola, nella modulazione del verso, nelle accensioni ironiche. Poi, dopo quanto dirò io, ognuno di voi, nel silenzio del proprio cuore e della propria coscienza, potrà riascoltare questa parola poetica per ricavarne cento, mille altre suggestioni e sfumature e sensazioni che io non ho saputo scorgervi, per scoprirvi la bellezza di tutte quelle immagini che io ho, più o meno volutamente, tralasciato di presentarvi, per continuare il dialogo che, stasera, spero, io riesca a introdurre e a stabilire tra voi e il nostro poeta.

 E per cominciare io vorrei invitarvi a prendere le mosse non dalla prima poesia di questo volume, ma dall’ultimo verso dell’ultima poesia, che ha per titolo “Oltre gli usci ombrosi”. L’ultimo verso dice: “a chiudere il tempo in gabbie di luce”. È un verso molto bello, che ci offre un’immagine stupenda di sintesi poetica nel filone della migliore produzione letteraria siciliana dei Verga, degli Sciascia, dei Tomasi di Lampedusa, là dove la nostra Isola è vista come immersa in uno stridente e drammatico contrasto di luce e di ombra, di nero e di tetro pur dentro la sua luce immensa e sfolgorante. Infatti, nel Nostro ci sono da un lato i “neri mantelli”, gli “usci ombrosi”, la donna “di nero velata” e dall’altra le “gabbie di luce”. Voglio leggerla con voi questa stupenda poesia, perché c’è già, qui, uno dei temi più cari al nostro poeta e perché essa mi è parsa una delle liriche più pure, più terse e più alte del volume:

 OLTRE GLI USCI OMBROSI

Appena oltre le foglie di oleandri,

dai balconi scorgi vicoli segreti,

cosmogonie di neri mantelli

e secoli rappresi oltre gli usci

ombrosi. E muri, archi, selciati

e scalinate in litanie di pietra.

La donna, di spalle, di nero velata

anziana com’è… si sa dove và.

Per questo il pittore distende

coltri luminose di tetti

a chiudere il tempo in gabbie di luce.

 

In questa stessa lirica troviamo un altro verso ampiamente rivelatore che ci conduce, anch’esso, nel cuore del mondo poetico di Giordano. Abbiamo letto: “e secoli rappresi oltre gli usci ombrosi”. Si può individuare qui la tematica forse più cara al poeta e più composita e più vasta e coinvolgente, l’aspetto più significativo della prova poetica del Nostro, che scorge nel suo villaggio-simbolo (Mistretta) il segno e la voce e la coscienza e la presenza della Sicilia tutta, condannata ad una immobilità irreale e arcana, senza storia e senza tempo, come se le cose e gli uomini si fossero fermati e bloccati per sempre in un passato lontano, irrangiungibile e insondabile,e d emanasse da quei secoli rappresi una luce assurda e misteriosa, come da un paesaggio pietrificato per un incantesimo: “e muri, archi, selciati / e scalinate in litanie di pietra”.Questa sensazione poetica, drammaticamente viva e palpitante, percorre l’intera silloge, visita il “villaggio della patria-matria perduta, il villaggio senza storia dove la storia si è fermata. C’è ancora dopoguerra, un dopoguerra rivissuto negli anni novanta, i magici anni del pestifero festival del non senso”, come dice ancora Sebastiano Lo Iacono nella prefazione. E allora è una teoria di parole poetiche, di immagini legate  a quel tempo perduto: sentieri fra la neve da porta a porta, fienili maleodoranti, capre nei valloni, callosi villani, feudi baronali, la bisaccia di grano, covoni, spighe, muli, aie, mandorli duri, prezzemolo e basilico, la capra legata al mulo, nenie arabe, trazzere regie, fruscio di serpenti, monili e monete, insalate a base di cipolle, menta selvatica, la timida donnola e volpi e poiane, nenie di cicale, scalinate, balconi e pergole, serenate di grilli, varate, canestri di filastrocche e muddicati, la luna che “all’alba liquefa il biancore / schiumoso dentro il secchio del pastore”, biancospini, bovari, le parole a catena, l’arco del quartiere antico, le pendici del castello saraceno…

Al rimpianto per il tempo perduto si mescola il tema della protesta sociale. Ma si badi bene: a me sembra che il discorso poetico del Nostro non scada mai, nemmeno in simili occasioni, nella cosiddetta “sicilitudine” cioè nella denuncia e nella protesta che si trasforma, a volte, in odio di classe, in lota, in violenza bieca, come fu per il movimento dell’Antigruppo sorto nei primi anni settanta nella Sicilia occidentale. C’è, piuttosto, nel Nostro una velata pietà per i deboli, i poveri, gli oppressi, gli emarginati, gli sfruttati dai vecchi e nuovi ricchi; e la protesta si informa e si manifesta anche con immagini di un vivace colorismo e di una sofferta ironia: “e coi pomodori colora l’orto”, “e coi limoni colora l’inverno”.

La nostalgia per il tempo perduto non è mai in Giordano espressione evasiva, consolatoria ed elusiva rispetto ai problemi reali dell’esserci qui e ora: il passato racconta le sue vicende attraverso un continuo rifluire al presente. Si veda, a tal proposito, “Via San Nicolò” in cui gli uomini sono sorpresi, al mattino, con le pale a costruire sentieri per la neve da porta aporta. Uomini forti, resistenti, pazienti, grandi, laboriosi. E al presente? “l’uomo è un balenio dentro la selva”. Oppure, per essere degni eredi di quegli uomini grandi, “servitori di feudi baronali / dalle pupille bruno zolla, fieri / talvolta, a gruppi con la falce in pugno / levando ran-cori fra le spighe / contro i pieni granai dei padroni”, si deve affiorare dalle viscere dei secoli, con la stessa bellezza e freschezza dell’origano che sbuca fra l’erba, frammenti d’eterno, si deve avere nel sangue la loro stessa fierezza, il loro stesso coraggio di vivere e di lottare.

 Il tormento di vivere, la pena di un’esistenza priva di senso si manifesta nei versi di Giordano nella impossibilità e pure nella necessità e nel bisogno di conoscere la vita, l’Essere, il Tutto. E sgorgano da questa vena profonda i versi più belli, le immagini più delicate, infarcite di un simbolismo che si carica di emozioni e di struggente mistero. Si veda, a tal proposito, la lirica intitolata “Nascendo”, tutta costruita attorno al simbolo del “seme di girasole”, ad evidenziare il senso di una perdita irreparabile per l’essere umano fin dalla sua nascita, la sua condizione di infelicità che si scopre nell’ansia che sempre lo divora e mai si spegne, di cercare il senso e il significato della vita e del mondo; ansia di conoscenza che si concretizza nell’altro simbolo della lirica: nel contadino che scruta le pieghe del cielo. E la pena esistenziale dell’uomo sembra non avere scampo, correttivo alcuno, nessuna risposta né in cielo né in terra, se non nell’attimo di un fugace incontro, in quella stretta di mano di due anime che si incontrano, nel breve spazio del loro incontro. Sul tormento di vivere, su questa visione tetra e tragica dell’esistenza, si leva, dunque, una nota di tenue speranza, una stretta uscita di sicurezza, che s’intravede soltanto nel rapporto d’amore che può e deve legare gli uomini tra di loro, nell’amicizia che aiuta a spegnere e a placare la pena esistenziale dell’uomo.

E, tuttavia, l’Essere è, continua ad esistere. “E l’erba conserverà il suo mistero chiuso, chiuso gelosamente nel confuso cerchio indivisibile dell’invisibile, scrive ancora nella sua prefazione S. Lo Iacono. E il poeta guarda a questo mistero che si ripete con struggente commozione e tenerezza e ci regala quella lirica breve, che è una pennellata di bellezza: Ilenia, una faccia di luminosa luna, un accento posto sulla “e”, che inizialmente ha congiunto in un rapporto d’amore due persone. Ecco, dunque, come il discorso sull’Essere di Giordano approda nella coscienza dell’amore come unica e assoluta certezza della vita.

Ma la vita è pena, è inganno, e a farne le spese sono specialmente i giovani. Il tema leopardiano delle illusioni si caratterizza nel Nostro con tocchi di struggente originalità, quasi un destino bieco e cieco si incattivisse contro i giovani, contro la loro fede, la loro ingenua speranza: “quel ritrovarsi con la bocca amara /sotto quel cielo dove più credeva”, un destino crudele e insondabile che non concede loro spazi di luce per crescere, che soffoca i loro sogni come per il giovane castagno della poesia omonima che invano ha “giocosi / riflessi verdi d’una intensa luce, / vogliose foglie di ondularsi all’aria, smaniosi rami / di tenere confidenze con gli uccelli”; come per la ragazza all’uscita di scuola: “quando passi la trovi là, ignara, / col sorriso fra le ciglia racchiuso”.

Ho avuto modo di far cenno alla presenza di simboli nella poesia di Giordano e il discorso mi conduce a soffermarmi sulla presenza di oggettivismo simbolico che caratterizza buona parte della produzione poetica di Giordano e che, a mio modesto avviso, costituisce la sua nota più originale, ciò che dà spessore poetico al discorso del Nostro. Ed è quanto ci è dato cogliere specialmente nella prima lirica della raccolta, là dove il poeta, rivisitando temi cari al nostro grande leopardi, tesse attorno ai simboli del sabato, del villaggio e dell’infinito la sua trama di intuizioni, che sono tra le più belle, più forti e più cariche di significato poetico dell’intera silloge. Leggiamo insiemequesti bellissimi versi:

 

DEL SABATO E DELL’INFINITO 

Se fosse un grande albero la vita…,

se, come scala a chiocciola disposti,

un secolo contasse ogni suo ramo

e se dal nostro ramo in su lanciando

gli occhi, non vedessimo la cima…

E se l’albero nostro fosse dentro

una foresta grande e sconosciuta.

Se fosse la preistoria sottoterra

un grande labirinto di radici…

 

vederci rimirare discorrendo

di come pulsa il cuore del villaggio

un sabato fra miliardi d’altri giorni

sarebbe uno zero fratto niente.

 

Il sogno inconfessato invece è quello

che s’alzi dal villaggio la colomba

nascosta dentro il nido della torre,              

aereo filo raccolto chissà dove.

C’è, come si vede chiaramente , costruito il senso dell’infinito spaziale, attraverso quel grande albero della vita, la foresta grande e sconosciuta, la preistoria come grande labirinto di radici; e il tempo è il Nulla, uno zero fratto niente. Ma da questa visione desolata e tragica della vita, si lega l’unica speranza possibile per il Nostro, l’unico sogno vero, che poi, a mio avviso, ci riporta a ripercorrere tutto il discorso che siamo venuti facendo: Il sogno inconfessato è che “s’alzi dal villaggio la colomba”. La speranza, io credo, consiste per Giordano nella riscoperta del villaggio, della vita antica che vi scorre, dei valori eterni che non devono essere offuscati e che si individuano in quella umanità antica (di cui noi siamo i pronipoti) così ricca di aneliti di libertà, di giustizia, così viva nella sua semplicità, così legata gli affetti. La speranza è riposta in questo villaggio, dove ancora la vita è possibile, dove i legami col passato ancora esistono e vanno protetti, dove la vita può avere una sua freschezza, un senso, nel non senso che caratterizza i luoghi al di fuori della villaggio, dove “la città… chiusa al settimo piano / degli orli di prato ha perso l’arcano; dove “il gas veleno delle auto / cancella la storia dei monumenti”.

In conclusione, a me sembra di trovarci in presenza di un poeta degno di questo nome, e di una raccolta ricca di suggestioni, di bellezze da scoprire, da cui prorompe un canto stupendo alla vita, a tutto ciò per cui la vita vale la pena di essere vissuta. E il tutto grazie a un linguaggio poetico molto interessante, alla ricerca di una parola scarna, essenziale, ricca di vibrazioni profonde e di suggerimenti allettanti.

 

Giuseppe Celona

Centro Culturale di Mistretta, 25.7.1992

e

La Procellaria, Reggio Calabria

N.3 – Luglio Settembre 1995

 

Prefazione di Sebastiano Lo Iacono

Biancospini, nidi di rondini, sentieri di ragni, volti grifagni, galli, apolli callosi, macelli, orti contorti, pomodori e sapori, umori di terra, guerra dell’io con Dio, “sciarra” grande di nipoti e pronipoti, sogni maldestri, capestri e pretesti, ruffianerie ideologiche, pacche sulle spalle, odori di stalle, bimbi nello scialle Andaluso e alcove e dammusi, conflitti di baroni contro poveri giornatari senza terra, senza lingua, senza storia, senza scrittura, senza letteratura, senza voce, tutti in croce, legati, malati, malnati, sfiancati, muli a catena, che fanno pena, scena e messinscena di dolori nitidi e scuri, muri di pietra, tetra tetraggine nella piombaggine del contadino che assorbe nebbia, vento, rodimento, patimento e squallore dell’analfabeta che arde di silenzio, bestemmie proletarie, arie mediterranee e malefici che dal dopoguerra sono ancora qui, hic et nunc, macellazioni, ossessioni, ubriaconi per vocazione e maledizione, refrigeri, stordimenti, delinquenti senza colpa, lestofanti e cantanti in rima, briganti senza la vocazione di Robin Hood, macerazioni e stillicidi, e poi rose, fiori, naturalismi lirici, realismo magico, meta-magico e meta-realistico, realismo lirico, assonanze ed abbondanze, comunanze e divisioni, comunioni e ribellioni, cartelli, fardelli di pena, scioperi rossi, bandiere rosse lacerate dal niente, costanza, incostanza, putrescenza dell’ideologia, colpi di coda della serpe, panorami, segnali nani, strani, inani, mani vuote, interrogazioni sul grande forse, e poi interrogazioni e poi interrogazioni: tutto questo per iscriversi nella categoria dell’esserci, che nessun burocrate sa certificare.

I poeti – dicono – ne sanno una in più del diavolo . I poeti, ehm! Vanno a braccetto con l’utopia e poi sorseggiano l’infinito. I poeti segregati dal “sudismo culturale infarcito di mediterraneità”. Partono dal sabato del villaggio e osano l’inosabile: interrogarsi se la radice del Tutto coincida con l’infiorescenza dello “zero fratto niente”. E i sogni si fanno incandescenza. I sogni. I sogni vaneggiano, divagano, dilagano, saturano l’immaginario e trasformano il falsario di parole in archeologo della sapienza perduta quando, all’inizio, il miliardo somigliava all’Uno, quando la foresta coincideva con il granello infinitesimale dell’arché e quando il labirinto giganteggiava nelle strade del villaggio parziale”. Il villaggio della “patria –matria” perduta, il villaggio senza storia, dove la storia si è fermata. C’è ancora dopoguerra, un dopoguerra rivissuto negli anni novanta, i magici anni del pestifero festival del non-senso, mentre l’infinito leopardiano si dipana e urla la senescenza del dio che non c’è, che non viene cercato, che non risponde, tace, ammutolisce e non dice, non dice, non si dice perché non si fa dire e non lo si sa dire.

Ma è qui: è occulto come la parola che ci parla. Quale sarà il nido della torre da cui uscirà il suo richiamo? Quale nido proteggerà i colombi nella stagione dei molinari senza paga, dei braccianti senza salario, dei rumorosi e sudati proletari della bestemmia? E così non serve cercare un seme di girasole se la quiete non c’è: l’ansia tormenta e l’anima spenta non sa sbilanciarsi se la mano immota non cerca il dio dell’anima.

E quante cicale ancora, sotto il pergolato della meta-storia, nei pomeriggi di luglio, rammenteranno all’uomo la sua sospensione tra l’alfa e l’omega? Quante riusciranno a farsi intendere? Quante saranno decodificate nell’afa perenne del cercatore di rime prima della morte, prima dell’avvento del silenzio?

L’uomo e la bestia hanno compiti diversi; i covoni, il grano hanno ruoli distanti; il cibo crudo dell’animale crudo e nudo e il cibo cotto della bestia da soma, divenuto homo sapiens vestito e travestito, ci sgranellano nenie, rosari, litanie di spighe e per mezzo ettaro di terra il nonno bovaro litiga ab eterno con l’altro nonno che bovaro non è. È sempre la solita storia: quella del povero, del cercatore di luce, di spazio, di sazietà; è sempre la solita minestra della rivolta contro i padroni che masticano fiori e petali, mentre lo sciancato e lo sdentato si nutrono di cipolle riarse, di insalate amarognole e legano capre al vento della solitudine. Che fare? Che potere fare? Che farci? Non c’è nulla da dire, fare, disfare: si può solo tentare di ridire l’indicibile, mentre le trazzere si gonfiano di more arabe, pagane, ariane, greche, cristiane e isolane. More nere, more vere, more d’amore nero, more d’aria, more d’umore d’aria, more d’orrore, more di tremore, more di chi muore e lucida ori e brillanti, nitrati di sale, “ran-cori”, cori lunghi, cuori stanchi di non sapere dire no.

Ci sono bracieri e serpenti, pensieri brucianti, vino amaro, vino chiaro e cartelli di rivolta che tagliano i cortili dei biancospini con l’ahimé sussurrato nell’eterna tragedia del quotidiano. Ahinoi!

E l’erba conserverà il suo mistero chiuso, chiuso gelosamente nel confuso cerchio indivisibile dell’”invisibile”, ma i versi non cambiano la patria. Non si appendono sugli striscioni dell’”Otto marzo”. È sempre la solita storia di chi ha coltello e pantaloni dalla parte giusta e di mimose che la storia ha sigillato nei sepolcri delle tenerissima nostalgia del “dio femmina”. Quante madonne all’inferno per una madonna in più! I versi hanno strade altre, strade diverse, strade ancora perverse, strade che non s’incontrano con la storia totale.

La tragedia, nel frammento dell’eterno, si frantuma nelle chiacchiere al bar. Quelle chiacchiere grattugiano il silenzio e consolano. Consolano quanto la panacea dei filosofi e degli alchimisti. La parola consola, ma non sorvola mai, non demorde, non placa, non indugia: brucia ancora, brucia lentamente assieme alla speranza che sa di origano e di nebbia.

I topos della mediterraneità ci sono tutti, sono tutti qui: vendemmie, città di mafie, baroni borboni, anni di piombo, attese nelle caserme, comunicati radio provenienti a dismisura dal tempo del mito e dalla cronaca che si fa storia, montagne di boschi, falci, felci, martelli, pastelli, stralci di sonno, ulivi, canti primitivi, cetre, salici piangenti, semafori rotti e stridio di gomme sull’asfalto prima dell’agguato, boom boom, quattro mort’ammazzati azzannati fra di loro, limoni gialli, usci ombrosi di pietra, giardini d’inverno dove s’innaffia l’anima di sofferenza alcolizzata e la cirrosi si fa illimitate, disgraziati di paese spaesati senza lista di nozze e poi boschi del demanio, motorini, ciclamini, mandorleti, cieli increduli a cui non potere credere più, fiocchi di riso, stornelli, bordelli arcani e covoni, ficodindia a milioni, anditi, basilico, vecchi incontinenti, archi ancora e testimoni smemorati, acquazzoni di settembre, pastori, melograni, traditori e roditori, concimi, puzza di cacca, aromi di stalla, papà rompipalle, bacche e castagni, uva spina e spine e spade e muddicati di senso contro l’angoscia da decentramento geografico dell’emigrato “disintegrato”. Non ne possiamo più.

Non ne possiamo più di idoli falsi, bugiardi. Basta. Anche le prefazioni del predatore non hanno senso. Perché pre-fabbricare un testo sul “testo” che lo precede? C’è in gioco un di più: la vita, la non vita, il senso, il non-senso, l’arcano, il Silenzio, la parola, la voce che dice “Ehi, ho bisogno di te”. Che nome hai? Mi chiamo Ilenia. E solo l’accento sulla “e” certifica che anch’io ci sono.

Sebastiano Lo Iacono

Prefazione a “Del Sabato e dell’Infinito”

                                                                                    

        

Nota di Antonio Miduri

La poesia di Filippo Giordano ha radici di vecchia data. Non per questo, comunque, sembra demordere da una disamina dei suoi luoghi, degli ambienti, della natura e da chi ci vive, con amore o disamore, ma ancorato sia al posto, sia a un presente muto di speranzosi spiragli. Il futuro è distante, forse, “oltre il buco dell’ozono”, poiché “l’idolo della ricchezza / brucia il polmone del mondo” e “coltri luminosi di tetti” racchiudono “il tempo in gabbie di luce”. La dicotomia fra paesi e città, del resto, rende ancora più acri le contraddizioni di un’esistenza in cui il vivere ha soltanto la fretta del profitto capitalista, simile allo strisciare “del serpente sul sentiero”. L’autore dipana così la propria versificazione, a volte persino rimata, sempre delicata e ruvida a un tempo, quasi fosse intrisa della propria terra e dell’humus che la percorre e la fa vibrare. Come nelle precedenti raccolte “Del sabato e dell’infinito”, che ha una incalzante prefazione di Sebastiano Lo Iacono, traduce ciò che trascorre con realistico slancio e febbrile desiderio di un “infinito” orizzonte diverso dalle nebbie dell’attuale realtà sociale. Lo stile accattivante, il verso delle immagini sapide e talvolta sinuose, fanno di questa raccolta un prezioso gioiello poetico il cui autore si rivela maturo cantore del nostro tempo e della Sicilia di oggi.

Antonio Miduri

Jeronimus – Milano

N. 60-62, Primavera 1997

Nota di Carmelo Ciccia su LA PROCELLARIA

Da alcuni decenni a questa parte Filippo Giordano ha riscoperto la metrica e ne ha fatto la sua bandiera con un uso pressoché costante, non per cantare “Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, / le cortesie, l’audaci imprese…” di ariostesca memoria, ché anzi è lontano mille miglia da un mondo siffatto; lontano non solo per contenuto, ma anche per forma, privi come sono i suoi componimenti di rime e strofe classiche, ottave o terzine che siano. La sua è la riscoperta e rivalutazione di un ritmo (in genere l’endecasillabo) che non solo ha avuto larga fortuna nella nostra tradizione letteraria, ma che meglio si presta ad un impianto favolistico – narrativo qual è quello di Giordano.

Il titolo ci fa pensare al Leopardi; e del Leopardi c’è in questa raccolta di versi l’umana fatica e insoddisfazione della vita. Ma, variando leggermente il titolo della raccolta poetica del Pavese, questa di Giordano avrebbe potuto intitolarsi “Vivere stanca”: infatti Giordano ha del poeta delle Langhe non solo lo stesso andamento stilistico, ma anche certi soggetti, ambienti, lavori, e certo modo di vedere la vita. E, se poesia è contrario di prosa, in Giordano invece la poesia a volte diventa prosastica o addirittura prosaica – volgare.

Tutto è conseguenza di questa stanchezza del vivere, che vieppiù si palesa quando non vi sono chiari ideali; e allora costruire una giornata o dare una spiegazione a certi “perché” diventa una vera impresa anche se non ariostesca. Eppure tra un piscio e l’altro, tra una palata di concime e l’altra, covoni, muli, liti di bovari, tetti muffiti che gocciolano, “ran-cori” dei braccianti, parolacce del disoccupato “nemiche del mondo” e un fasullo “8 Marzo”, il poeta, impegnato com’è nel campo sociale e in quello sindacale, riesce a tendere poeticamente l’aereo filo per una colomba di pace che possa levarsi in volo a riconoscere “affiorati dalle viscere dei secoli / egli, tu, noi, come origano / fra l’erba, frammenti d’eterno”.

E così le strade di Giordano sanno odorare anche di prezzemolo, basilico e menta, di fascine d’erba fresca, di more, della fragranza del pane che ci nutrì nell’infanzia; e l’improvviso fruscio di un serpente suscita una vibrazione dell’anima; e le antiche favole di misteriosi tesori sotterranei infarciscono i sogni: “Sogni di povertà, nel dopoguerra / conditi d’insalate a base di cipolle”. E nei racconti serali dei bar giunge l’eco non solo di volpi e poiane, ma anche di effetti di luce nei sentieri dei boschi, dove “il giovane castagno ha giocosi / riflessi verdi di una intensa luce” e rami smaniosi d’intrecciare confidenze con gli uccelli.

Eppure in mezzo a ciò c’è un “taedium vitae” e nella calura estiva affiora un tarlo: “Spesso però mi vien da chiedere / cosa resterà, formica o cicala / che sia stato, dell’uomo oltre la morte”. Ma il poeta sa abbandonarsi lo stesso al fascino del sorriso d’una ragazza uscita dalla scuola o dei canti e balli della vendemmia; e la cornice dei biancospini entro cui fa l’amore lo spinge a ricercare il mistero che stende due persone sull’erba. In questo “tedium” il poeta non manca di deplorare l’inquinamento acustico e atmosferico, la lingua italiana usata dai potenti come discriminante dei poveri analfabeti, certi vezzi e raffinatezze contrari alla genuinità. La torrida estate siciliana fornisce stupende immagini al poeta: “Chi giungeva dalla strada del sud / a cavallo del vento africano / carezzava bisacce di grano…” il poeta sa cogliere l’incanto del paesaggio e ne fissa il giallo – oro dei campi, il rosso dei papaveri, il verde degli alberi, il bianco abbagliante del solstizio, quasi come in un quadro di Monet.

Filippo Giordano ha l’estro del pittore nel cogliere immagini e colori; perciò i versi di chiusura della raccolta sono proprio una immagine pittorica: “per questo il pittore distende / coltri luminose di tetti / a chiudere il tempo in gabbie di luce”: immagine che va al di là di un mero diletto pittorico per risolversi in chiave poetica.

La realtà è che questo poeta, pur cercandola o intravedendola, non ha ancora trovato la sua identità: dopo gli eroici furori dell’indimenticabile e forse insuperabile capolavoro Se dura l’inverno (1980), egli ha sì pubblicato altre valide raccolte di versi, ma sembra ancora alla ricerca dell’ubi consistam. Ed è qui l’origine del suo modo distaccato di percepire, osservare e descrivere il cosmo, della sua freddezza, della sua stanchezza. In fondo la sua è una forma di scetticismo o di fatalismo che ci fa pensare al Leopardi e al Verga; ma è tutto pavesiano il modo riaccostarsi alla realtà e di riferirla: “Vivere stanca”.

Ciò non implica un giudizio morale, ma individua certi binari su cui viaggia la pur sempre affascinante poesia di Filippo Giordano.

 

Carmelo Ciccia

La Procellaria, Reggio Calabria

Aprile Giugno 1992

 

Recensione di Dino PAPETTI su ALLA BOTTEGA

Che all’interno dei variati meccanismi della poesia contemporanea si giochi in acque che modellano ragioni evanescenti e non concrete manifestazioni del fare artistico? Talvolta l’esuberanza e la generosità dei sentieri mentali - corporali tracima in una sorta di selezione elegante, biunivoca, esterrefatta dell’essere artista. Quale artista? Oggi è artista? I turaccioli seguitano a tappare bottiglie piene e talvolta vuote, turaccioli buoni, bottiglie adatte: e non variopinte divagazioni o insolite astrazioni del nulla. Temo, oggi forse più di ieri, necessario un’equilibrata giostra della parola sopra l’ipertrofia della facies ludica, lubrica stricto sensu, dal consumo travolgente e imponente, che nulla risparmia, fino al deserto, fino al simulacro. E dietro l’abile destino che sfuma le mediazioni, che trova plastica l’immagine, che deturpa (è bello perché è bello, mi piace) il fiato dell’armatura reale, della storia raccontata a margine della dolce fessura patinata, informale, scarta, amplificata (quale sgarbo! Sgarbi per osmosi si danno segni dell’arte nella vita: suoni rumori odori).

Filippo Giordano ritaglia nella raccolta una serie di implicazioni di forma, di metodo e di contenuto: provoca suggestive ed esemplari interpretazioni delle istanze archetipe del far poesia, a volte scarnificando quella energia , ripetitiva ma salda negli spiragli per altre sintesi, che dalla materia si apre a un discorso che morde il sensibile, che conosce l’ebbrezza vitale della coscienza, che coglie una porzione, arcigna, ma chiara, del reale.

E dalla parola, dall’acido bagliore delle cose, ecco venir fuori la stesura magra dello spazio e del tempo, il ritmo che scorre adagio sulle pulsioni e sulle accensioni del mondo. Abbandono è ritono alla vita, memoria straziata nell’alto della carne, è pausa meditata o macchia densa e grumosa, è zona di luce e filtro che cerca una sua fisicità: e la poesia dell’essere nuovamente riconquistata e dal lettore e dal poeta. Così la postura del sangue, della genialità o della follia si ricompone lucida, cosciente, non più vocazione, non più fatale inganno, ma composta e semplice corrispondenza: “Il raccolto era un rito consumato / dal mattino presto fino alla piena / bisaccia di grano. I covoni, già / pronti da giorni, venivano a spalla / portati sull’aia. Lì una coppia / di muli, da lieve mano guidata, / il cibo per l’uomo e le bestie, / sgranellando le spighe, divideva”.

 

Dino Papetti

Alla Bottega, Milano

Novembre – Dicembre 1992

 

Nota di Maria Giovanna Cataudella

Poesia luminosa, leggiadra assonanza di atmosfere dimenticate, perdute nei segreti viatici della memoria, questa di Filippo Giordano. Una raccolta data alle stampe di recente che si legge d’un fiato , quasi per cogliere subito le presenze rese “vive” dallo scritto sagace e ormai ben collaudato dell’autore. Sono definiti con contorni decisi nel ricordo, gesti, uomini e donne, ambienti e realtà lontane nel tempo, eppure “parti” ancora saldamente unite al nostro vivere ed essere, integrante “tessuto del sud”, quello migliore, fatto di multicolori “flash quotidiani”, descritti da Giordano con attenzione affettuosa e partecipante.

Un lungimirante “narratore in versi”, di odori, terrazze, balconi, “graste di basilico” , muli e bracieri dove l’uomo “naviga” la sua presenza – assenza interpellandosi “sull’oggi” (“…Dove, come è finito il tempo di allora? / Oggi le case è vero sono quasi quelle, / ma l’uomo è un balenio dentro la selva…” –Via San Nicolò -). Un uomo “certamente” sicuro nel suo “rapporto urbano” ma spaventato e titubante nel suo “habitat” naturale (s’inoltra timoroso tra le felci, / si muove cauto sotto pini e faggi, / … inorridisce al nero e verde lucido / striato del serpente sul sentiero…” – Il bosco-). Tuttavia non è tralasciata la stonatura assordante dell’impatto consumistico e progressista, in cui l’autore si imbatte continuamente (“… A Palermo fuliggine di piombo, / cascate di clacson e stridio / di freni non muove che un poco.” – Palermo-).

Così nasce l’esigenza di una “lirica contemporanea”, in un giusto equilibrio proporzionale con il tema “contemplativo”, legato indissolubilmente alla rimembranza, privo comunque di ingiallite e stantie terminologie folcloristiche. Siamo “oltre”, siamo nel poetare maturo e riflessivo (“…hanno cento respiri diversi / gli umori che il vento raccoglie / dalle schiene sudate dei monti.” – Bacche-). Quello di Giordano è un “canto” spontaneo che vuole essere “consapevolezza” di una condizione umana purtroppo precaria e universale, dove il poeta raggiunge “l’immaginifico reale” del “sapere” e “accertare” l’interrogativo sul futuro esistere (“… la nostra vita forse fuggirà /sgattaiolando oltre il buco dell’ozono”. –L’idolo-

Maria Giovanna Cataudella                                                                                  Talento, Torino

Anno II n.5 – Sett/Ottobre 1992

   

Nota di Milena Massani

L’endecasillabo sciolto sui crini dell’oblio inteso come sonno letargico, attenuazione di ferite, latenze, delusione. Là dove Goethe riaffiora con la forza della speranza chiedendosi chi gli riporterà  soltanto un’ora del tempo beato; palese rinfranca mitica la parola immaginativa, rabbrividisce vanificando il precluso ricordo icasticamente concluso. Viola il costato, scuote l’intelletto infliggendo un sofferto languore “molecola ed humus”.

Casuale albero innestato, come dice il poeta Giordano, che incornicia questa silloge di assidui spazi naturalistici e di primavere confidate in un miracolo percorso che inghiotte il ticchettio del tempo parassita occulto…

Alla matrice che avvince l’eterno sogno premonitore testimonianza di fede e valore categorico, si unisce lo spazio sacrificale del mito che silenziosamente disperde il proprio polline. Come una vestale ammonitrice la memoria si libera del proprio bozzolo, ara, sacello tombale come una farfalla, un imenottero, una foglia, si libra nell’aria innalzandosi con l’anima proterva, esule; mai effimera trasfigurazione intimidatoria.

 

Milena Massani

Il Sodalizio – Rimini

Anno 1992 – n.2.- 3 

 

Nota di Riccardo Monaco su La Nuova Tribuna Letteraria

Con tutta probabilità il mestiere di poeta oggi si è perduto definitivamente, nel senso che il poeta tout court non abita più qui. In compenso l’uso delle poesie si è allargato enormemente: in ogni ambiente, in ogni settore sociale, sotto, spesso, mentite spoglie si cela una corda tesa che non smette di risuonare secondo gli accenti della composizione poetica. Ne è una riprova questa raccolta, e chiaramente tutta l’opera, di Filippo Giordano, impegnato in campo sindacale ma da lungo tempo dedito alla scrittura poetica tanto ormai da essere presente in diverse antologie e da contare numerose pubblicazioni. Passione di vecchia data dunque che giunge a consuntivo con questa raccolta proveniente da poesie già pubblicate su diverse riviste da Milano alla Sicilia natia.

Nel titolo, una questua autorevole, una parentela ricercata con la lirica leopardiana di cui però nelle poesie di Giordano manca la struggente certezza del nulla.

Sono quadri netti, parole piane quelle di Giordano, dal giro breve e quasi epigrammatico del frammento poetico fino a descrizioni più ampie in cui ampio spazio è ritagliato per i ricordi emergenti dal passato. La lingua è bella, le immagini vivide e autenticamente sincere, intrise di sano naturalismo osservato con occhio attento e pensoso; un risultato, se ci si passa la licenza di un giudizio, decisamente piacevole per ciò che riesce ad evocare.

 Riccardo Monaco

 La Nuova Tribuna Letteraria, Montemerlo

 N. 19 – Novembre 1992 

Nota di Ruggero Jonico su Nuovo Frontespizio

Filippo Giordano raccoglie, in questa pubblicazione, 34 poesie pubblicate (come leggiamo nel risvolto di copertina) singolarmente pubblicate nelle riviste Alla Bottega di Milano, Il Sodalizio di Rimini, Issimo di Palermo, sul settimanale Trapani nuova e altre. Un gruppo di 12 liriche, di questa raccolta, col titolo “Dentro una cornice di biancospini” figura nella antologia di poeti siciliani “Gli eredi del sole” (Il Vertice, 1987).

Quale che sia la provenienza di queste composizioni – di date diverse, di stampe a distanza – va sottolineata la continuità della vocazione poetica dell’autore, da quando cioè egli pubblicò il suo primo libro “Spirale” (1976) e gli altri a breve distanza di anni.

Il vago accenno leopardiano del titolo non tragga in inganno il possibile lettore: l’originalità dell’ispirazione è sempre salva; la modernità del verso rendono le pagine di Giordano nuove e ricche di immagini, di sicura efficacia, sia considerando i contenuti che la forma e il linguaggio senza ricercatezza, ma appropriato e coerente. Invitiamo i nostri amici alla lettura di questo volumetto – sintesi di una moderna e personale poetica.

 

                                                         Ruggero Jonico

                                                         Il Sodalizio, Rimini

                                                         Anno 7°, n.3, Giugno 1993

 

Nota di Emanuele Schembari

CINQUE POETI DI VALORE ASSOLUTO

Cinque poeti di notevole statura, che meritano, per il loro valore, un discorso approfondito e circostanziato, ma che lo spazio e il tempo ci costringono a racchiudere in un contesto angusto e limitato. Hanno in comune una notevole sapienza tecnica ed una originalità caratterizzante, collocandosi in un posto ben definito nell’ambito letterario nazionale.

Filippo Giordano con “Del sabato e dell’infinito”, edito da Il Vertice di Palermo, con prefazione di Sebastiano Lo Iacono, presenta una poesia ambientata fra alberi, e contadini, dai toni classici e ispirata a tradizioni bucoliche, in una ricerca aperta ad ogni interrogativo. I colori di questo siciliano di Mistretta sono diventati elementi di uno spazio metafisico e non rompono la monotonia del paesaggio.

Maria Grazia Lenisa con “L’acquario ardente”, di Bastogi, collana di poesia il Capricorno (prefazione di Giorgio Barberi Squarotti e postfazione di Andrea Bonanno) scava nel verso, cesellandone l’immagine, dove ogni segno risolve il motivo delle tensioni ispirative. C’è una grande ricchezza di immagini in una poesia elitaria, di notevole sapienza tecnica, il cui percorso segue uno stilema estremamente raffinato, guardando dentro l’inconscio, con una forte intensità emotiva.

Tilde Rocco è nata a Palermo e vive a Messina, dove scrive sulla pagina culturale di “La Gazzetta del Sud”). Il suo ultimo volume di versi “La vigilia”, edito da Armando Siciliano Editore, ha una prefazione di Francesco Testori e degli interventi sul risvolto di copertina di Paolo Ruffilli, Giuseppe Amoroso e Giuseppe Tedeschi. Inquietudini, rimpianti, dubbi, angosce si alternano nelle sue pagine, dando a una silloge compatta. La scrittrice si rivela capace di cogliere emozioni, segnando un preciso disegno sulla sublimità della vita, aprendosi, ad un movimento drammatico tra ricerca di rapporti ed osservazione della loro precarietà.

Veniero Scarselli, toscano, già docente universitario in fisiologia, si è dedicato a tempo pieno alla poesia, vincendo un numero notevolissimo di premi letterari e proponendosi come figura singolare nel panorama della poesia contemporanea, trascinando, in misura varia, ma sempre personalissima, sentimenti ed immagini. L’ultimo suo libro (con prefazione dello scrittore Vittorio Vettori) è “Eretiche grida”, Nuova Compagnia Editrice, dove si grida lo sviluppo tra ricerca e perdita in una poesia dell’abbandono, che vuole essere una linea di quotidianità nella fusione tra realtà e immaginazione. C’è un insieme di sentimenti, dove l’ironia illumina pagine brillanti e sentimenti disincantati.

Quello di Antonio Spagnuolo, intitolato “Il gesto / le camelie” è  un poemetto cui è stato assegnato il premio di poesia Aldo Spallicci e che è stato pubblicato da “All’antico mercato saraceno”, collana di poesia, diretta, a Treviso, da Carlo Rao. Si tratta di un monologo malinconicamente evocativo, che traccia il cammino della sua ricerca in una concezione di labirinto e trova una chiave di lettura significativa. La sua è una poesia erede del surrealismo, dalla dimensione onirica dove atmosfere rarefatte vivono alla luce di struggenti rievocazioni.

 

                                         Emanuele Schembari

                                         Sport Ibleo, Ragusa

                                         24.02.1994 

 

Scrivi un nuovo commento: (Clicca qui)

123homepage.it
Caratteri rimanenti: 160
OK Sta inviando...
Vedi tutti i commenti

Commenti più recenti

11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

...
19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

...
25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

...
25.04 | 12:49

QUANDO SI AGGIUNGE UN NUOVO TASSELLO A QUALCOSA DI MISTERIOSO ,C'E' SEMPRE UNA GRANDE GIOIA CHE CI RISCALDA IL CUORE, LA MENTE E L'ANIMA. EUREKA!

...
A te piace questa pagina
Ciao!
Prova a creare la tua pagina web come me! E' facile e lo puoi provare gratis
ANNUNCIO