Ricerche storiche

MYTISTRATON, AMESTRATOS, MISTRETTA

Cronologia di dati storici relativi ai toponimi di Mytistraton e Amestratos

 

-Filisto di Siracusa, (430 a.C. – 356 a.C.) nel libro decimo della sua opera storica inserisce l’etnico Mytiseratino.

- Pochi decenni dopo (336 a.C.) vengono coniate le 4 monete di Mytistraton.

-Le più autorevoli fonti storiche della classicità greca e romana, Polibio, (206 a.C. – 124 a.C), Diodoro Siculo, (90 a.C. – 27 a.C.), Tito Livio, (59 a.C. – 17 d.C.), vissuti nei secoli immediatamente successivi allo svolgersi delle guerre puniche, scrivono degli assedi a Mitistrato, avvenuti ad opera dell’esercito romano. Tutti concordano sul fatto che tale città dell’entroterra siciliano fosse allora occupata dalle truppe Cartaginesi. Nessuno di loro, pur citando le varie città conquistate dall’esercito nei cinquanta anni di durata della prima e seconda guerra punica, riferisce alcunché di Amestratos. Tale nome non è da alcuno di loro compreso né fra le città che si sono autonomamente consegnate alle truppe romane  dichiarandosi amiche ne fra quelle conquistate a seguito di resistenza.

Essendone ignorato il nome dagli storici che descrivono i vari eventi intercorsi al tempo delle guerre puniche si è indotti a pensare che o la città di Amestratos a quell'epoca ancora non esisteva oppure che essa aveva un altro nome.

-Del fatto che la contestata ubicazione di Amestratos corrisponda al sito della attuale Mistretta si è trovata concordanza fra gli storici e gli archeologi negli anni 70 del secolo scorso, grazie al ritrovamento di un epigrafe del I secolo a.C. nell’Agorà di Alesa riportante i nomi di quattro città viciniori (Alesa, Calacta, Amestrata ed Herbita) che, assieme,  riportarono una vittoria contro l’assalto dei pirati dal mare nel tratto che costeggia i Nebrodi Occidentali. Stante la certezza del sito della antica Alesa (nei pressi della attuale Tusa) e di Calacta (nei pressi della attuale Caronia), entrambe vicine a Mistretta, si è dedotto che la città con nome Amestrata corrisponda alla odierna  Mistretta. Resta incerta la ubicazione di Herbita, anche se recenti studi (cfr. Francesco Collura) propendono a collocarla presso il monte Alburchia, nei pressi di Gangi.   

- Reperti archeologici trovati nel sottosuolo di Mistretta ( due “deinoi” ritrovati in via Serpeggiante, classificati (nel 1992) dall'archeologo  Giacomo Scibona del VII – VI secolo a.C.) e un muro del IV secolo a.C. più un vano del III secolo a.C. ritrovati nel 2018, nel corso degli scavi diretti dalla Soprintendenza di Messina, a Largo Progresso, implicitamente attestano, a prescindere da come essa allora si chiamasse, la sua esistenza  all’epoca dello svolgimento delle guerre puniche (III secolo a.C.). Assodata la esistenza della città e assodata l’assenza del nome di Amestrato dai libri degli storici che descrissero dettagliatamente le guerre puniche è consequenziale pensare che tale assenza sia dovuta al fatto che Amestrato fosse allora nota con altro nome: e quale potrebbe essere, tale altro nome, se non quello che studiosi di lingue semitiche [Carlo Alfonso Nallino (cfr. Salvatore Pagliaro Bordone, Mistretta Antica e Moderna, ed.1904) e Benedetto Rocco (Sicilia Archeologica, n.40, 1979) fanno risalire allo stesso significato etimologico di Amestrata = Am Asthart = Gente di Astarte, cioè la nota Mististrato che in lingua fenicia significa Uomo di Astarte = Mut Asthart?

 - Nel 200 a.C. avviene la coniazione delle due monete con inciso l’etnico “degli amastratiniche attesta storicamente la esistenza di Amastrata. Fu quello il periodo in cui, stante l’influenza della lingua latina portata dai Romani che poco a poco soppiantò la influenza greca, le altre città vicine modificarono lievemente il nome: Kalè Akté divenne Calacta, Halaisa diviene Alesa, Kephaloidion divenne Cephaloedium (così come trascritti da Cicerone più tardi). Appare ovvio supporre che in quello stesso periodo anche Mytistraton subì allora una trasformazione linguistica divenendo Amestrato.  

-Nel 70 a.C., cioè 188 anni dopo l’assedio di Mytistraton, Marco Tullio Cicerone nelle sue Verrine menziona la città di Amestrato, nonché gli Amastratini in cinque diversi passi delle sue “Verrine”. Assieme alle altre 45 città siciliane citate da Cicerone non figura Mytistraton. Poichè tutte le città della Sicilia, ad eccezione di Messina, citarono Verre in giudizio, e poichè Cicerone nelle sue Verrine passa in  rassegna le crudeltà di Verre nei confronti delle città da lui difese, il fatto che Cicerone non menziona Mitistrato induce a pensare che o Mitistrato, dopo la sua distruzione, più non esistesse oppure che avendo la città già da oltre un secolo modificato il nome Cicerone la citi esclusivamente col nuovo nome, cioè Amestrato. D'altronde,   

 -Plinio il Vecchio (23 – 79 d.C.), scrittore campano noto per la sua meticolosità, vissuto tre secoli dopo l’assedio di Mytistraton, nel libro terzo della sua Naturalis Historica, nell’elenco di tutte le popolazioni allora esistenti all’interno della Sicilia, inserisce i Mutustratini e non cita gli Amastratini. Stante la riconosciuta precisione dello scrittore è inverosimile pensare che fra tutte le 68 etnie siciliane allora esistenti egli si sia dimenticato di annotare proprio gli Amastratini. Risulta ovvio, invece pensare, che essendo egli consapevole dell’antico etnico degli abitanti di Amastrata, li abbia identificati col loro antico nome.    

-Silio Italico (25 – 101 d.C.), secondo il meticoloso studio di Nicolas Elai Lemaire (1767 – 1832), docente di Lingua e Letteratura Latina alla Sorbona di Parigi che tradusse e commentò tutte le opere della classicità latina in francese,  nel libro 14° del poema storico Punica, rilevò che i nomi delle città siciliane riportati nell'opera sono dall'autore elencati secondo determinati criteri di rapporti instaurati fra le stesse città e Roma e che quelle elencate dal poeta dal verso 258 al verso 276 corrispondono alle città che avevano opposto resistenza a Roma in quanto sotto il dominio dei Cartaginesi. Poichè Silio Italico colloca in tale gruppo anche i soldati di Amastra, chiamati nel 212 a.C. dai Romani per prestare loro aiuto all’assedio di Siracusa, nel campo  destinato ai militari provenienti da città ex avversarie di Roma, se ne deduce che era nota al poeta la identificazione Amestratos - Mytistraton. Infatti, egli, non cita i soldati di Mitistrato né in tale elenco (cosa che invece sarebbe dovuta risultare ovvia nella eventualità che Amestrato e Mitistrato fossero state due diverse città), nè, tantomeno, in alcuno degli altri elenchi di truppe alleate.

In nessuna delle opere di questi grandi autori è mai contemporaneamente citato il nome di Amestrata e Mitistrato. Se ciascuno di loro, o almeno uno di loro avesse nel suo elenco menzionato sia Mitistrato che Amestrato si avrebbe implicita conferma che esse fossero due distinte città. Invece, ciascuno di loro menziona esclusivamente l’uno o l’altro nome, evidentemente nella consapevolezza che Amestrata corrispondeva a Mitistrato e che Mutustratini è l’antico etnico degli Amastratini, così come ai nostri giorni accade di frequente che nelle cronache provinciali dei giornali i Mistrettesi vengono definiti con l'antico etnico di Amastratini. Solo così appare ragionevole interpretare nell’elenco delle popolazioni residenti in Sicilia nel 1° secolo d.C. redatto da Plinio il Vecchio la presenza dei Mutustratini e l’assenza degli Amastratini e Silio Italico, che scrive il poema Punica nello stesso 1° secolo d.C., collocando Amastra, invece di Mitistrato, nell’elenco delle città occupate dai Cartaginesi al momento dell’insorgere della guerra, ne dà implicita conferma.

Se Mitistrato fosse stata città diversa da Amestrato, considerato che Plinio il Vecchio, contemporaneo di Silio Italico, nella sua opera “De Naturalis Historia” citò i Mutustratini fra le etnie allora presenti in Sicilia, allora Silio Italico, suo contemporaneo, avrebbe di certo, a maggior ragione, incluso nel suo poema oltre alle truppe di “Amastra” anche quelle di Mitistrato, sia perché citati da Plinio come etnia allora esistente, sia perché Polibio, Diodoro Siculo e Tito Livio, avevano abbondantemente narrato dei ripetuti assedi ad essa fatti dall’esercito romano alla forte città di Mitistrato presidiata dai Cartaginesi.  Ma Silio Italico citò le truppe di “Amastra” e ignorò quelle di Mitistrato. Evidentemente per la semplice ragione che entrambi i nomi si riferivano alla stessa città… e, infatti, il poeta, colloca le truppe di Amastra nel gruppo di quelle città che vanno a occupare il campo riservato ai militari provenienti da città che al momento dell’inizio delle guerra punica si trovavano occupate dai Cartaginesi, vicenda abbondantemente nota per Mitistrato poiché descritta dagli storici ma affatto nota per Amestrato stante che con tale nome essa non viene mai da alcuno degli storici che descrivono le vicende delle guerre puniche, menzionata.

D’altronde, se Amestrato fosse stata città diversa da Mitistrato, Plinio il Vecchio nell’elenco delle etnìe allora presenti in Sicilia oltre ai Mutustratini avrebbe inserito anche gli Amastratini visto che la loro esistenza ai tempi in cui visse Plinio, è certificata oltre che dalla citazione di Silio Italico, anche dalla coniazione delle monete avvenuta circa 250 anni prima della stesura della sua opera nonché dalle diverse menzioni fatte successivamente da Cicerone nelle sue Verrine. Plinio il Vecchio, però, si guarda bene dall’attestare la contemporanea presenza delle popolazioni di Mitistrato e di Amestrato. Evidentemente perchè consapevole che si tratta di due nomi che si riferiscono alla stessa città.

È la somma che fa il totale, diceva Antonio de Curtis , in arte Totò. È mettendo assieme i vari tasselli del mosaico cronologico delle opere e degli eventi che si evince che Mytistraton e Amestratos sono stati i due toponimi antichi di Mistretta.

D’altronde, molti secoli dopo il buio medievale della storia, quando l’argomento è ripreso dal primo degli storici in cammino, Tommaso Fazello (1498 – 1570), conferma implicitamente questa tesi nella sua opera dal titolo “Della storia di Sicilia” scrivendo: (…) [ i Romani]lasciato Palermo, se n’andarono al castello d’Ippana, ch’era soggetto ai Cartaginesi, e pigliarono in pochissimo tempo, e poi attorniarono Mitistrato, chiamato da Cicerone Amestrato, castello fortissimo per natura del sito che comportando per la fortezza del luogo l’assedio più tempo, ch’altri non si pensava, non si potette espugnare senza gran difficoltà e disperdendo di molte giornate.” 

Cosa indusse il Fazello ad associare, senza esistazione, Mitistrato ad Amestrato? Probabilmente  s'era letto alcune opere degli autori classici latini e greci e qualcuna degli storici successivi, seppure meno noti: Claudio Tolomeo, Cassio Dione, Giovanni di Antiochia, Giovanni Zonara e fors’anche avrà raccolta la lungo eco, tramandatasi “vox populi”, che accomunava i due toponimi in una unica storia.

D’altronde, è singolare, ma affatto noto,  il fatto che il sacerdote Francesco Testagrossa da Mistretta, suo coevo, produsse un manoscritto di storia locale laddove, fra l’altro, annotò che fu trovata nel tempio di Apollo, al castello, una iscrizione che riassumeva la distruzione di Amestratos ad opera dei Romani evidenziando che tale lapide “un giorno di domenica nel mese di maggio dell’anno 1502 fu portata in processione solenne dal popolo col Divinissimo nella madrice Chiesa e poi col tempo divenne illeggibilissima e fu tolta” (cfr. Salvatore Pagliaro Bordone, Mistretta antica e moderna, ed. 1906).

Per niente singolare è, invece, il fatto che molti altri storici e geografi europei dei secoli successivi, con rare eccezioni, abbiano associato Mistretta alle antiche Mytistrtaton e Amestratos, fintanto che Holm, nel 1896, inopinatamente rovesciando il suo precedente parere per la fretta di consegnare alla stampa la terza edizione della sua Storia della Sicilia antica, 2154 anni dopo lo svolgersi degli eventi, cedendo a una frettolosa impressione, mosse dal proprio posto una consolidata pedina dallo scacchiere della remota mappa topografica della Sicilia (Mytistraton) collocandola in posto lontano ed estraneo al vero.                

 

 

    

 

Punica, poema di Silio Italico

La monetazione di Amestratus, avvenuta intorno al 200 avanti Cristo, probabilmente sigillò il riscatto degli Amastratini dalla colpa di avere avversato Roma durante la prima guerra punica ma, molto probabilmente, è anche lo specchio di una modifica linguistica del territorio intercorsa in quei 58 anni di occupazione romana del territorio. Probabilmente in quel periodo di transizione vi era una maggioranza di persone con radici culturali che affondavano nel passato e una classe dominante che aveva più padronanza della lingua e della cultura emergente.

Silio Italico, poeta originario della Campania, vissuto dal 25 al 101 dopo Cristo, è considerato l’autore che ha scritto il piùlungo racconto in versi della Letteratura Latina. La sua opera dal titolo “Punica, poema storico in 17 libri, narra dello scontro fra Cartaginesi e Romani sui molteplici fronti apertisi in Spagna, Gallia Cisalpina, Sardegna, Grecia e Africa durante la seconda guerra punica, svoltasi dal 218 al 202. La guerra, originariamente aperta dai Cartaginesi, aprì diversi fronti anche in Sicilia, così Roma dispose in Sicilia delle leve straordinarie per l’esercito terrestre e, stante quanto narra Silio Italico nel libro XIV del suo poema anche Amastra, così nominata anziché Amestratum per ragioni di metrica poetica, recò soccorso di soldati ai Romani che per circa due anni assediarono Siracusa: Comitata Menaeis / venit Amastra viris, et parvo nomine Tisse ” (Sen viene Amastra da’ Menai scortata e Tissa in seguito)36. Da notare che Silio Italico nell’elencare diverse cittàsiciliane narrò tali fatti oltre 250 anni dopo che furono accaduti e che, quindi, i nomi delle città protagoniste furono da egli riportati secondo la denominazione corrente di allora, ovvero così come erano stati nel frattempo, modificati.

Nicolas Eloi Lemaire (1767 1832), professore di Parigi, noto per essere stato un brillante conoscitore della lingua e letteratura latina, commentando il libro quattordicesimo del poema “Punica” di Silio Italico, rilevòche i nomi delle città siciliane riportate nell’opera sono dall’autore elencati secondo determinati criteri di rapporti instaurati fra le stesse città e Roma e che quelle elencate nel poema dal 258° al 276° verso corrispondono alle città che avevano opposto resistenza a Roma in quanto sotto il dominio dei Cartaginesi: Reliquæ Siciliæ urbes a Poenorum partibus stant (stanno a parte le ex città fenicie della Sicilia), Agathyrna, Trogilos, Facelinæ Dianæ Fanum, Panormos, Herbesos, Naulocha, Morgentia, Menæ, Amastra, Tisse, Netum, Mutyce, Achætus, Drepane, Helorus, Triocola, Arbela, Ietas, Tabæ, Cossyra, Mute, Megara, Gaulum; 258-276.”

Da ciò si ricava che essendo compresa in tale elenco Amastra (e non essendovi Mytistraton), era nota al poeta Silio Italico la identificazione Amestratos Mytistraton. Infatti, le due città geograficamente più vicine ad Amestratos, Halaesa e la “piscosa Calactae, che, ai tempi della prima guerra punica, all’arrivo dei Romani erano state fra quelle che avevano fatto atto di sottomissione, sono invece collocate da Silio Italico in accampamento diverso a quello dove si trovava “Amastra” durante l’assedio a Siracusa. Il fatto che Silio Italico annoveri “Amastra” nell’elenco delle cittàche avevano opposto resistenza a Roma perché si trovava sotto il dominio dei Cartaginesi certifica la presenza dei cartaginesi nel territorio di Amestratos.

Di contro, il fatto che nessuno degli storici del tempo, parlando delle guerre puniche, citi la città di Amestratos, sebbene questa avesse opposto notevole resistenza ai Romani, conferma indirettamente che essa era di certo nota, a quel tempo, con altro nome. È significativo il fatto che nel citare un abbondante serie di comunità presenti nella Sicilia del 212, Silio Italico citi, fra le altre, Amastra mentre Mytistraton non viene menzionata (come se non esistesse), che la stessa cosa faccia, intorno al 72 a.C. (circa 140 anni dopo), Cicerone e che, oltre cento anni dopo, Plinio il Vecchio, nel fare l’elenco delle cittàsiciliane allora esistenti citi i Mytistratini e non menzioni (come se non esistesse) Amestratum. Dal fatto che nessuno dei tre grandi autori della classicità latina citi contemporaneamente i due toponimi appare evidente che ciascuno di loro sia consapevole della identificazione dei due nomi e, ovviamente, chiamandoli in un modo esclude l’altro dal proprio elenco.

Appare invece una forzatura che, a distanza di duemila anni, li si voglia correggere, desiderando dimostrare che le città fossero due e asserendo che Cicerone, Silio Italico e Plinio il Vecchio abbiano dimenticato di annotare l’altro nome.

L’assetto tributario dato alla provincia siciliana da Marco Valerio Levino, pretore in Sicilia dal 210 al 207, collocò Amestrata assieme ad altre 34 delle 68 allora esistenti, fra le città decumanae, cioè fra quelle obbligate a pagare una decima parte dei loro raccolti agricoli, affrancandola quindi (probabilmente in virtù dell’aiuto offerto dagli Amastratini ai Romani nella seconda guerra punica) dall’essere compresa fra le cittàil cui territorio era considerato ager publicus dei cittadini romani e sottoposto a confisca. La monetazione di Amestratus, avvenuta alcuni anni dopo la fine della guerra che si concluse vittoriosamente per Roma, probabilmente sancì una svolta nel rapporto degli Amastratini coi Romani in quanto quella coniazione delle due monete sulle quali poterono scrivere degli Amastratini”, fu una sorta di sigillo della riacquistata padronanza del territorio, sia pure sottoposto al vincolo della tassa del 10% del raccolto da corrispondere a Roma. E, tuttavia, ridare popolazione a una città che circa 60 anni prima era stata desertificata, era un progetto che abbisognava di molte e prolifiche generazioni di genti sane e fu, forse, per tale motivo, che cinque generazioni dopo Marco Tullio Cicerone ebbe a definire gli Amastratini “poveri e tenui”.

Il tesoro di Mytistraton

Intorno alla fine degli anni ’50 del secolo scorso, durante gli scavi effettuati nella zona sud del quartiere posto alle pendici del monte del castello, probabilmente per la sistemazione della nuova rete fognaria su due strade periferiche, in via Serpeggiante, sottoterra, furono ritrovati, una dentro l’altra, due grandi contenitori in terracotta di derrate alimentari (Deynos). Purtroppo quella esterna andò in frantumi sotto i colpi di piccone dell’ignaro operaio intento a scavare e fu possibile soltanto recuperarne i cocci, mentre quella interna venne recuperata quasi integra e tratta in salvo (ora si trova presso il Museo di Palazzo Tasca).  Da esame archeologico, sembra che si tratti di reperti riconducibili al VII – VI secolo avanti Cristo, o forse qualche secolo più tardi, comunque di epoca preromana.

 

         

           

La via Serpeggiante è una piccola stradina tortuosa, in pendio di circa 30 metri che congiunge due strade fra loro quasi parallele delle quali quella posta più in alto serve le case situate orizzontalmente al confine con la rocca del monte Castello. È, quindi, una delle strade più interne  rispetto al muro di cinta che circondava, in epoca remota,  l’antica città e, al contempo, è una delle più vetuste vie, essendosi la città originariamente sviluppata attorno alle falde del roccioso monte, a forma di cono rovesciato, dalla cui cima si gode, a 360 gradi, un ampio panorama delle vallate e dei monti circostanti nonché, verso nord, di una fetta del Mar Tirreno e alcune delle isole Eolie.

 

Rimase allora di datazione incerta la “pignata” recuperata integra, mentre i frammenti custoditi religiosamente nel museo privato del maresciallo in pensione Egidio Ortolani pare che, su suo apposito incarico, vennero classificati, da un “esperto” (del quale si sconosce la reale capacità di classificazione) di epoca fenicia. Tuttavia non godendo il maresciallo di molta credibilità, essendo egli sprovvisto di un titolo specifico che nobilitasse, agli occhi della cittadinanza, la sua passione, stante che, di fatto, egli recuperava reperti archeologici sottraendoli alla pubblica incuria (laddove e quando veniva a sapere di lavori pubblici o privati in corso andava spesso a fare dei sopralluoghi). Non avendo però uno specifico titolo di archeologo, nessun amministratore, fintanto che egli rimase in vita, lo prese mai in seria considerazione.

 

Durante le nostre attuali ricerche storiche sulla antica Mytistraton, scambiandoci qualche commento, a proposito del ritrovamento di tali reperti in Via Serpeggiante, qualcuno ha ricordato di avere da giovane associato il racconto del ritrovamento delle “pignate” e la lettura del libro del Pagliaro Bordone, col sospetto che dentro il deinoi fosse custodito il tesoro di una o più famiglie abbienti di Mytistraton, la qual cosa, alla luce della recente attribuzione dell’epoca di fabbricazione di quei contenitori si rivela un sospetto compatibile coi tempi remoti di riferimento. In particolare, il sospetto è che durante l'assedio dei Romani avvenuto nel 258 a. C., alcuni Mytistratini, prima della temuta capitolazione, quando i soldati Cartaginesi che presidiavano la città una sera presero la decisione di fuggire nottetempo, (probabilmente avvisando di ciò i maggiorenti della cittadina) nascosero sotto terra dentro questo vaso, i loro gioielli, sapendo che era consuetudine dei vincitori fare razzie dei beni posseduti dai vinti, sperando poi di poterli recuperare in seguito, quando le acque si sarebbero calmate. Ma, poiché i Romani rasero al suolo la città uccidendo migliaia di persone e traendo prigionieri le giovani e i giovani per venderli come schiavi, non essendo rimasto alcuno che fosse a conoscenza del nascondiglio, il tesoro rimase sepolto sottoterra.

 

Quando si diffuse la notizia del ritrovamento di quelle sotterate “pignate”, così come venivano volgarmente denominate dagli abitanti del quartiere, sul luogo accorsero molti curiosi e tanti, influenzati  dalle leggende dei tesori nascosti che si rincorrevano da secoli, sperarono forse di poterne personalmente godere. Quando le autorità comunali arrivarono sul luogo, del Deynos esterno trovarono i cocci sparpagliati in giro mentre quello interno, sebbene fosse stato scheggiato sul labbro e sebbene fosse vuoto era lì a indicare uno sconosciuto passato remoto della città.  I cocci vennero amorevolmente raccolti e custoditi dal maresciallo in pensione Egidio Ortolani, unico a pensare che, sia pure ridotti in frammenti, potessero avere un valore archeologico, mentre il Phitos rinvenuto integro venne raccolto e portato in Comune.  Nient’altro fu evidenziato nell’aria circostante e niente la ditta che aveva in appalto il lavoro riferì che fosse stato trovato. 

 

Alla luce di ulteriori considerazioni, tale fantastica ricostruzione dei fatti potrebbe corrispondere al vero. Infatti, quale altro motivo avrebbe potuto indurre a nascondere sottoterra due contenitori vuoti? Ammesso che il luogo (sottostrada) dove sono stati ritrovati fosse, in tempi remoti, la cantina di una casa mai più ricostruita e che i contenitori fossero, da chi li possedeva, utilizzati per derrate alimentari, come mai i due contenitori si trovarono l’uno dentro l’altro? Il loro razionale uso quotidiano li avrebbe voluti collocati vicini ma separatamente. Il fatto che, invece, siano stati trovati l’uno dentro l’altro, legittima il sospetto che all’interno del recipiente posto dentro l’altro fossero collocati beni preziosi (oro,argento, gioielli e monete) nascosti temporaneamente per qualche straordinario motivo, quale era certamente quello di volerli salvaguardare dalle razzie dell’esercito invasore. In tal caso che fine hanno fatto tali oggetti preziosi? Potrebbe darsi che qualche superstite dell’assedio di Mytistraton, a conoscenza del nascondiglio, si sia impossessato, in seguito, del tesoro lasciando al loro posto i contenitori. Di fatto, nessuno potrà più comprovare che i deinoi ritrovati contenessero un tesoro, ma è noto il fatto che in Sicilia (vedasi casi di Ognina e Villabate) siano stati ritrovati dei ripostigli contenenti monete e oggetti preziosi. Tuttavia, il fatto che il ritrovamento dei due contenitori, pieni o vuoti che fossero, sia avvenuto in Mistretta e il fatto che tali reperti siano di certo attribuibili ad epoca preromana (sesto secolo a.C.), attesta che la città che nel 200 a.C. effettuò la monetazione col nome etnico latino di Amestratinon è indiretta testimonianza di una storia urbana anteriore all’epoca di tale monetazione che richiama Mytistraton, per  chiara influenza della colonia greca presente, città che in epoca ancora più remota, quando la Sicilia era divisa in tre grandi aree etniche (Elimi, Sicani e Siculi), intorno al decimo secolo a.C. venne denominata Mut Ashtart dai Fenici che in tale area di pertinenza dei Siculi stabilirono una “stazione di commercio” e che probabilmente eressero un tempio alla loro dea.

 

 

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Mariano Bascì | Risposta 11.12.2016 12.32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

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Commenti più recenti

24.10 | 13:50

Buon giorno,
abbiamo ricevuto con piacere le sue pubblicazioni in dono. Tuttavia ci occorre la sua e-mail per una più celere corrispondenza.
Cordiali saluti

...
19.04 | 18:25

Ho scoperto che 2 miei antenati (Monreale),venivano da Mistretta:Ludovico Smiriglio di Pietro e Margherita, e Rosalia Giordano di Andrea e Sebastiana 1696

...
11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

...
19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

...
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