Reperti archeologici

Il tesoro di Mytistraton

Intorno alla fine degli anni ’50 del secolo scorso, durante gli scavi effettuati nella zona sud del quartiere posto alle pendici del monte del castello, probabilmente per la sistemazione della nuova rete fognaria su due strade periferiche, in via Serpeggiante, sottoterra, furono ritrovati, una dentro l’altra, due grandi contenitori in terracotta di derrate alimentari (Deynos). Purtroppo quella esterna andò in frantumi sotto i colpi di piccone dell’ignaro operaio intento a scavare e fu possibile soltanto recuperarne i cocci, mentre quella interna venne recuperata quasi integra e tratta in salvo (ora si trova presso il Museo di Palazzo Tasca).  Da esame archeologico, sembra che si tratti di reperti riconducibili al VII – VI secolo avanti Cristo, o forse qualche secolo più tardi, comunque di epoca preromana.

 

         

           

La via Serpeggiante è una piccola stradina tortuosa, in pendio di circa 30 metri che congiunge due strade fra loro quasi parallele delle quali quella posta più in alto serve le case situate orizzontalmente al confine con la rocca del monte Castello. È, quindi, una delle strade più interne  rispetto al muro di cinta che circondava, in epoca remota,  l’antica città e, al contempo, è una delle più vetuste vie, essendosi la città originariamente sviluppata attorno alle falde del roccioso monte, a forma di cono rovesciato, dalla cui cima si gode, a 360 gradi, un ampio panorama delle vallate e dei monti circostanti nonché, verso nord, di una fetta del Mar Tirreno e alcune delle isole Eolie.

Quando si diffuse la notizia del ritrovamento di quelle sotterate “pignate”, così come venivano volgarmente denominate dagli abitanti del quartiere, sul luogo accorsero molti curiosi e tanti, influenzati  dalle leggende dei tesori nascosti che si rincorrevano da secoli, sperarono forse di poterne personalmente godere. Quando le autorità comunali arrivarono sul luogo, del Deynos esterno trovarono i cocci sparpagliati in giro mentre quello interno, sebbene fosse stato scheggiato sul labbro e sebbene fosse vuoto era lì a indicare uno sconosciuto passato remoto della città.  I cocci vennero amorevolmente raccolti e custoditi dal maresciallo in pensione Egidio Ortolani, unico a pensare che, sia pure ridotti in frammenti, potessero avere un valore archeologico, mentre il Phitos rinvenuto integro venne raccolto e portato in Comune.  Nient’altro fu evidenziato nell’aria circostante e niente la ditta che aveva in appalto il lavoro riferì che fosse stato trovato (non si sa se al momento della scoperta fossero presenti sul luogo uno oppure più operai). 

Finito presto il clamore della scoperta, probabilmente con uno strascico di delusione degli abitanti del quartiere che non riuscirono a vedere né, tantomeno, mettere le mani su uno di quegli agognati tesori di cui si favoleggiava nelle serate in famiglia trascorse d’inverno attorno ai bracieri, l’episodio venne pian piano dimenticato. A questo punto, è opportuno ricordare che le leggende sui tesori nascosti che il popolo tramandava concordavano sul particolare che affinché i ritrovamenti dei tesori nascosti si rivelassero fruttuosi era necessario che essi fossero scoperti allo scoccare della mezzanotte poiché, in caso contrario, l’incantesimo non sarebbe riuscito e il tesoro “scurrìa” cioè sarebbe fuggito altrove. Questa credenza popolare servì probabilmente ad allentare i sospetti nei confronti degli operai che avevano fatto la scoperta.   

 

Rimase, d’altronde, di datazione incerta la “pignatta” recuperata integra, mentre i frammenti custoditi religiosamente nel museo del maresciallo in pensione Egidio Ortolani pare che, su suo apposito incarico, vennero classificati, da un “esperto” (del quale si sconosce la reale capacità di classificazione) di epoca fenicia. Tuttavia non godendo il maresciallo di molta credibilità, essendo egli sprovvisto di un titolo specifico che nobilitasse, agli occhi della cittadinanza, la sua passione, stante che, di fatto, egli recuperava reperti archeologici sottraendoli alla pubblica incuria (laddove e quando veniva a sapere di lavori pubblici o privati in corso andava spesso a fare dei sopralluoghi). Non avendo però uno specifico titolo,  nessun amministratore, fintanto che egli rimase in vita, lo prese mai in seria considerazione.

 

Durante le nostre attuali ricerche storiche sulla antica Mytistraton, scambiando qualche commento con l’amico Mariano Bascì a proposito del ritrovamento di tali reperti in Via Serpeggiante, egli ha ricordato che da diversi decenni , cioè da quando ha preso cognizione, tramite la lettura del libro di Salvatore Pagliaro Bordone, della storia di Mistretta associandola all’episodio del ritrovamento di quei reperti archeologici raccontatogli dalla madre, si trascina il sospetto che dentro il Pithos fosse custodito il tesoro di una o più famiglie abbienti di Mytistraton, la qual cosa, alla luce della recente attribuzione dell’epoca di fabbricazione di quei contenitori si rivela un sospetto compatibile coi tempi remoti di riferimento.

In particolare, il sospetto è che durante l'assedio dei Romani avvenuto nel 258 a. C., alcuni Mytistratini, prima della temuta capitolazione, quando i soldati Cartaginesi che presidiavano la città una sera presero la decisione di fuggire nottetempo, (probabilmente avvisando di ciò i maggiorenti della cittadina) nascosero sotto terra dentro questo vaso, i loro gioielli, sapendo che era consuetudine dei vincitori fare razzie dei beni posseduti dai vinti, sperando poi di poterli recuperare in seguito, quando le acque si sarebbero calmate. Ma, poiché i Romani rasero al suolo la città uccidendo migliaia di persone e traendo prigionieri le giovani e i giovani per  venderli come schiavi, non essendo rimasto alcuno che fosse a conoscenza del nascondiglio, il tesoro rimase sepolto sottoterra.

Alla luce di ulteriori considerazioni, tale fantastica ricostruzione dei fatti potrebbe corrispondere al vero. Infatti, quale altro motivo avrebbe potuto indurre a nascondere sottoterra due contenitori vuoti? Ammesso che il luogo (sottostrada) dove sono stati ritrovati fosse, in tempi remoti, la cantina di una casa mai più ricostruita e che i contenitori fossero, da chi li possedeva, utilizzati per derrate alimentari, come mai i due contenitori si trovarono l’uno dentro l’altro? Il loro razionale uso quotidiano li avrebbe voluti collocati vicini ma separatamente.  Il fatto che, invece, siano stati trovati l’uno dentro l’altro, legittima il sospetto che all’interno del recipiente posto dentro l’altro fossero collocati beni preziosi (oro,argento, gioielli e monete) nascosti temporaneamente per qualche straordinario motivo, quale era certamente quello di volerli salvaguardare dalle razzie dell’esercito invasore. In tal caso che fine hanno fatto tali oggetti preziosi? Potrebbe darsi che qualche improbabile superstite, a conoscenza del nascondiglio, si fosse impossessato, in seguito, del tesoro lasciando al loro posto i  contenitori,  ma in tal caso, successivamente, avrebbe certamente recuperato anche i due contenitori rappresentando anch’essi dei beni materiali di cui potere fare uso. 

 

La cronaca popolare affidata a persone ormai decedute non ha più memoria degli operai che operando nella suddetta via Serpeggiante scoprirono i reperti, tuttavia qualcuno che all’epoca era un ragazzino di dieci o dodici anni, ricorda una “strana” storia, da egli allora sentita raccontare in giro, che potrebbe essere associata al ritrovamento dei reperti: la storia di un giovane comune operaio, che da sempre aveva sbarcato il lunario alla meno peggio,  il quale costruendo qualche tempo dopo una bella e grande casa per la propria famiglia, ai curiosi che gli chiedevano dove e come avesse recuperato la notevole somma necessaria per quella costruzione, raccontava di avere sognato una persona morta (della quale faceva il nome) il quale in sogno gli avrebbe indicato il luogo dove era nascosto un tesoro.  L’associazione a posteriori di tali fatti,  quasi 60 anni dopo il loro svolgersi, induce a ritenere probabile che in realtà, quell’operaio avesse recuperato, senza essere visto, il tesoro nascosto dentro il Pithos. Forse questa ricostruzione sarà considerata troppo fantastica  nonché figlia del desiderio di costruire una ulteriore “prova” che Mytistraton e Mistretta siano i diversi toponimi assunti dallo stesso luogo geografico. Di fatto,  nessuno potrà più comprovare che il Deynos ritrovato contenesse un tesoro.

Tuttavia, il fatto che il ritrovamento dei due contenitori, pieni o vuoti che fossero, sia avvenuto in Mistretta  e il fatto che tali reperti siano di certo attribuibili ad epoca preromana, attesta che la città che nel 200 a.C. effettuò la monetazione col nome etnico latino di Amestratinon (una delle quali è stata ritrovata durante una piccola campagna di scavi archeologici sulla sommità del castello) sono ulteriore testimonianza di una storia urbana ancora più pregressa rispetto all’epoca di tale monetazione e, al contempo,  che se nessuno degli storici che parlano dei fatti antecedenti al 200 a.C. citano Amestratum allora è alquanto probabile che la città fosse in precedenza nota con diverso nome (o, meglio, col nome leggermente modificato) e che tale altro nome, verosimilmente, era Mytistraton, per chiara influenza della comunità greca ospite, città che in epoca ancora più remota, quando la Sicilia era divisa in tre grandi aree etniche (Elimi, Sicani e Siculi), col nome di Mitistrato faceva parte dell'area di appartenza dei Siculi.    

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Mariano Bascì | Risposta 11.12.2016 12.32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

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Commenti più recenti

11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

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19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

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25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

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25.04 | 12:49

QUANDO SI AGGIUNGE UN NUOVO TASSELLO A QUALCOSA DI MISTERIOSO ,C'E' SEMPRE UNA GRANDE GIOIA CHE CI RISCALDA IL CUORE, LA MENTE E L'ANIMA. EUREKA!

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