Scorcia ri limuni scamusciata

Nota di Michele Zagarella

Da qualche tempo in Italia vi è una rivalutazione della poesia in dialetto, questa lingua popolare e nobile allo stesso tempo e con la quale il popolo, ma soprattutto i poeti, ha da sempre espresso (in rima e non) le proprie gioie, i propri disagi, le aspirazioni e le denunce della collettività. Ma, ancora oggi, presentare un libro in vernacolo, è una impresa ardua, poiché la poesia in dialetto è considerata la cenerentola della “poesia ufficiale”.

Un’ufficialità che ci costringe all’obbedienza di multinazionali dell’editoria, che ci spinge, a fasulle cime eccelse della cultura di massa, la quale, a sua volta, sostiene che nell’era dei computer la poesia in dialetto è out (fuori moda). Attualissime invece mi risultano le liriche di Filippo Giordano, che, con la sua “parlata” di Mistretta (Me), ci propone la sua ultima raccolta di liriche dall’intrigante titolo “Scorcia ri limuni scamusciata”. Una testimonianza del suo mondo, quasi di pirandelliana memoria, in cui è evidente la personale (ri)costruzione di un endecasillabo ricco di poesia nella quale traspare chiaramente uno stato di irrequietezza poetica ed umana, che ci ricorda i sicilianissimi G. Meli, S. Calì ed anche Ignazio Buttitta. Certamente diverse le espressioni, ma ugualmente sicilianissima la spontaneità con la quale il nostro poeta racconta immagini, figure e luoghi da sempre amati e gelosamente conservati nella piccola teca dei suoi versi. Ma, nelle liriche di Filippo Giordano, non emerge soltanto il “bisogno” di dire e ricordare, disponendo in versi, i palpiti, le ansie o altri perenni motivi umani che hanno segnato la sua vita. C’è anche, e soprattutto, l’uomo ed il poeta che, in simbiosi, sorreggono una perseverante volontà di denunciare il disgregarsi di quei valori umani e culturali, oggi traditi dalla cultura di massa. “Scorcia ri limuni scamusciata” è una piccola raccolta di versi che rinfrancano lo spirito e  riaccendono l’amore per la lingua dei nostri avi e per quella cultura, ancora vivida e vitale, che proviene dalle nostre radici.

A Filippo Giordano facciamo tanti auguri per questo suo gioiello letterario ed attendiamo con impazienza un’altra più ampia raccolta di liriche in vernacolo.  

 

 

Michele Zagarella

L’eco dell’arte, Rieti, Luglio – settembre 2004

 

 

 

La prefazione di Giuseppe Cavarra

LE RAGIONI POETICHE CHE SI FANNO RIVELATRICI DI UNA LINFA VITALE STRAORDINARIA

Di Filippo Giordano conoscevamo Se dura l’inverno (Cultura Duemila Editrice, Ragusa 1994): un libro di una cinquantina di pagine, comprendente poco più di quaranta poesie in lingua raccolte intorno ad un punto nodale identificabile nella tendenza ben marcata a calare persuasivamente nella scansione agganci ai temi forniti dal reale nella quotidiana incidenza dell’esperienza nel mondo. Il fraseggio che ne deriva genera una scrittura che, contraddistinta com’è da virile dolenza, ha tutto il sapore di una germinazione interna, segnata da un’elegia contenutissima, a volte antilirica. Proprio nell’elegia e nello sforzo di drammatizzare una realtà che si offre dolorosa e martoriata, l’ansia del poeta trova la giusta misura non tanto nel denudare una realtà che continuamente si decompone anche nel momento in cui viene catturata, quanto nel raggelare, quasi epigraficamente, il flusso dei sentimenti che spesso nascono e si definiscono nel giro di un solo endecasillabo. Il risultato è una resa linguistica fortemente concentrata. Citiamo qualche esempio: “Se piovendo l’acqua trova l’alba” (Entroterra); “fra nubi e nubi arriva la rabbia” (Passate le palme); “…abbandonato alle gelate / e alle danze malefiche dei venti” (Era giugno con giri di mulo); “Il conto delle capre che non torna” (La lotta, la paura); “Non conosco il volo di farfalla” (Volo di farfalla); “E cadono le mosche ad una ad una” (Pina). Versi (ma altri simili se ne potrebbero citare) che si pongono già come spie di un procedimento volto al negativo, tutto proiettato alla ricerca di probabili raccordi smarriti nello iato che si è venuto a determinare tra l’ieri e l’oggi, tra il tempo perduto delle favole e il tempo presente in cui il destino dell’uomo sembra quello di “pazientare, calcolare, votare”, mentre il giorno “si allunga come serpente / rinserrando sconfitte” (Sulle braci dell’attesa). 

Il bisogno di ricordare ciò che si è compiuto (o perduto) si fa più pressante nella raccolta Scorcia ri limuni scamusciata che segna il passaggio dalla lingua della cultura al dialetto. La parlata usata dal poeta è quella di Mistretta, “paisazzu” (paesone) dei Nebrodi, dove Giordano è nato e dove abitualmente vive. Tredici liriche in tutto, sorrette da una volontà pertinace di denunciare le disgregazioni e le diaspore seguite allo sgretolamento delle radici etnoantropologiche legate ad una cultura, quella agropastorale, annientata dalla cultura di massa. Si aggiungano i fallimenti di tanti progetti non realizzati per mancanza di prospettiva politica immediata e una certa frammentarietà dell’ “esserci” (non dell’ “essere”) che come per folgorazione emerge, screziandosi di universalità, al piano della coscienza da un mondo in cui, come leggiamo nel testo eponimo, “i ciliegi erinu ggirasi”. A tal proposito si vedano le liriche Paisazzu ri muntagna e Aria ri muntagna, dalle quali emerge quello che possiamo considerare il nucleo centrale della poetica dialettale del poeta mistrettese. Esemplare sotto questo riguardo la poesia U sceccu (L’asino), dove il poeta prima sogna e poi, quando gli anni si sono ammassati pesantemente addosso, nessun progetto riesce a dargli conforto e consolazione: E quannu u tiempu /m’acchianau ri ‘ncuoddu / capii ca cumannava iddu… (E quando il tempo / mi salì addosso, / capii che a comandare era lui (l’asino)…).

 Il punto fermo a cui va riportato il dettato dialettale di Giordano è dato da un momento di annichilimento da dove il discorso muove mettendo in circolo tutti i possibili dati dell’uomo: il suo essere, il suo dover essere, il suo essere stato. Ciò significa per il poeta possibilità di inserire tutte le particule al loro posto nell’intarsio a cui esse appartenevano e di collocare l’io in un vissuto messo continuamente in discussione per rilevare sconfitte e disinganni. Il groviglio di situazioni e di motivazioni che viene a incidersi sulla pagina non reca mai segni labili o inerti: le ragioni poetiche si fanno rivelatrici di una linfa vitale straordinaria proprio mentre ci consegnano un mondo in frantumi. Il processo che viene a determinarsi è di grande interesse per la poesia che ne risulta: una poesia dolorosamente avvolta in parole che bruciano ogni possibile digressione per cogliere recondite pulsioni che ad uno sguardo superficiale potrebbero apparire dettagli di poco conto e che invece sono nodi che la poesia è chiamata a disbrogliare.

Il contesto a cui il poetare di Giordano si potrebbe ricondurre è uno di quelli in cui la parlata dialettale rivela tutte le sue ragioni per continuare ad esistere. Per lungo tempo si è assegnato al dialetto il compito di “repertare” l’impatto del poeta col mondo, come se i dialetti, per loro natura, fossero poco abilitati a ritrovare i raccordi smarriti, come se le parlate tradizionali fossero destinate a darci in ogni caso una poesia facile al canto, non problematica. Purtroppo, si è capito tardi che il dialetto non può essere ridotto a lingua esclusiva dell’utopia e dell’idillio. La grande poesia dialettale del Novecento dimostra a chiare lettere che il dialetto può andare molto al di là della ricostruzione della realtà in cui affonda storicamente le sue radici e attingere profondità in cui la poesia è chiamata a scoprire momenti di attrito e di lacerazione. Tessa, Pierro, Marin, Calì, Loi insegnano. Soprattutto grazie a loro, oggi nessuno dubita più che la poesia in dialetto possa dar luogo ad una poesia mossa, anche struggente, in bilico tra accettazione rassegnata delle ragioni non sempre accettabili che stanno alla base del vivere e ribellione alle spietate leggi della storia.

“Io posso scrivere soltanto stando saldamente appoggiato alla realtà”. Quella di Sergej Aksakov è una preziosissima indicazione di rotta per chi come Giordano vuol trarre la materia prima su cui operare in sede creativa dalle cose viste, toccate con mano e vissute in prima persona. Ciò basta per concludere che la poesia del Mistrettese è da considerare –stando alla famosa distinzione pancraziana – poesia in dialetto, non poesia dialettale.

 

Giuseppe Cavarra

 

La nota di Giuseppe Ciccia su IL CENTRO STORICO

ECCO IL DIALETTO, LA LINGUA CHE È MADRE

Un po’ a sorpresa, more solito, esce una nuova silloge di Filippo Giordano. “Scorcia ri limuni scamusciata” sono 13 componimenti poetici in lingua siciliana, lingua già sperimentata nella sua variante mistrettese da Enzo Romano, ma che ha una lunga tradizione in tanti altri autori che con successo si sono cimentati nel comporre nella lingua natia. Il libro, edito da Il Centro Storico, si avvale della prefazione del prof. Giuseppe Cavarra, letterato messinese, il quale, nella sua introduzione, riferendosi al linguaggio e ai temi poetici del nostro autore considera che “il risultato è una resa linguistica fortemente concentrata”. Ebbene, Filippo conferma anche in questa raccolta questa tendenza ad usare il verso in maniera quasi sincopata, ricco di suggestioni e di tonalità (…) Già nella poesia di apertura, e che dà il titolo all’opera, la leggera ironia, mista alla pulizia del verso  in perfetta rima, nasconde la velata malinconia del trascorrere del tempo che sembrerebbe fermarsi a quello che fu, mentre in realtà è radicato nel presente in quel “chi pi canticchia a usassi pi curuna”. Altrove la rima diventa frastagliata per sciogliersi addirittura in un inno alla tradizione: “ I palori” dedicata a Graziella Di Salvo e a Enzo Romano maestri ed antesignani della lingua mistrettese (…) Ecco il dialetto, la lingua che è madre a tutta una comunità e il dimenticarla, e soprattutto non alimentarla, e azione delittuosa per chi la compie. Altrove la poesia di Filippo è affabulazione, racconto, cronaca. “I carusi ru quarantuottu” è un piccolo bozzetto dedicato a chi nato in quell’anno, tempo addietro si trovò a festeggiarne la ricorrenza. “Paisazzu ri montagna” è una dura ed amara realtà per chi vive con tutti i disagi e la rabbia: “ci campi bastimiannu (…) Eppuru , si pienzi / ca pi travagghju / ti nnagghjiri assai luntanu / u piettu si sbacanta; / riesti sciuttu / cuomu liettu ri vadduni / chi nun sciata / mancu anticchia / r’acqua a stati / e l’aria sicca l’accuttufa.” Chi non è mai partito, chi non ha mai lasciato la propria terra non per diporto ma per il duro lavoro, non capirà mai la disperata poesia di questi versi. La gola secca dell’addio la conosciamo in molti, in pochi l’hanno saputa rendere in versi come Filippo.  Ogni tanto la mette in politica (aria ri montagna) e qui il discorso diventa forzato, ma il verso riprende il suo respiro ora ironico (talè, taliati), poi lirico (chinnicchennacchi), dove sa raggiungere quelle vette che fanno del nostro amico l’esempio per tutti quanti noi che ci dilettiamo a versare nelle parole stati d’animo e sentimenti.

Un piccolo capolavoro, venuto fuori a sorpresa, dicevo, ma che non è “scamusciatu” per niente e che va ad aggiungersi alle cose egregie fatte da Enzo Romano e Graziella Di Salvo, sebbene Filippo è poeta in proprio e non mutua da nessuno idee ed ispirazione.

Questa “scorcia ri limuni” sì, appartiene ad un giovane verdello.

 

Giuseppe Ciccia, Il Centro Storico, Mistretta, Ottobre 2003        

La nota di Angelo Manitta su IL CONVIVIO

SCORCIA RI LIMUNI SCAMUSCIATA

 La poesia dialettale negli anni passati era stata posta in secondo piano, in quanto ritenuta espressivamente inferiore e soprattutto meno raffinata che quella in lingua. Negli ultimi tempi invece c’è non solo una rivalutazione dei dialetti, ma pure una maggiore coscienza che il dialetto, quale lingua localizzata, è più espressiva. Ed in effetti espressioni dialettali, di qualunque dialetto, sono spesso intraducibili nelle lingue nazionali: più vasta è la lingua, e quindi utilizzata da un maggior numero di persone, meno espressiva e più banale essa appare. Il dialetto siciliano ha una sua lunga tradizione storica. Esso sta alla base della prima letteratura italiana. Ed oggi molti poeti siciliani scoprono il dialetto, anzi trovano molto confacente come propria forma espressiva solo il dialetto.

“Scorcia ri limuni scamusciata” è una silloge dialettale che sa fondere perfettamente tradizione, espressività poetica, memoria, sentimento e cultura contadina e popolare. Filippo Giordano in un percorso onirico da una parte e realistico dall’altra percorre i temi della tradizione attraverso il ricordo, evidenziando una società in continua evoluzione, cogliendola soprattutto nel suo passaggio dal mondo contadino a quello industriale, o meglio telematico. Il problema dell’emigrazione è forse il punto nodale, il tema che unisce il passato al futuro nell’ambito di una continua e perpetua trasformazione del mondo agro pastorale.

La silloge corre su due filoni particolari: il luogo e la memoria. Tanti e tanti sono i luoghi presentati nella silloge. Da Messina ad Enna, da Limina a varie contrade che suscitano continua emozione. Ai luoghi si contrappone la memoria: è la memoria della festa patronale, viva per chi è andato via e ritorna, è l’asino sostituito dai più moderni mezzi meccanici, i fichidindia, i limoni che evocano odori e profumi.

Il tutto si eleva poeticamente attraverso sottili riflessioni, una poesia che scaturisce dall’animo e dal cuore, dal legame con la propria terra e con la propria gente: amicizie, colloqui, ricordi. “Iddi, l’amici, / turnannu runni sunu, / (addabbanna ru mari, / addabbanna a muntagna) / pigghiaru i paroli, / i sfruniaru, i vuncieru”. A questo aspetto si contrappone quello riflessivo, che è dato dal momento di annichilimento da dove il discorso muove mettendo in circolo tutti i possibili dati dell’uomo: il suo essere, il suo dover essere, il suo essere stato” scrive nella prefazione Giuseppe Cavarra. “Il groviglio di situazioni e di motivazioni che viene ad incidersi sulla pagina non reca mai segni labili o inerti: le ragioni poetiche si fanno rivelatrici di una linfa vitale straordinaria proprio mentre ci consegnano un mondo in frantumi.”

 

  Angelo Manitta

 Il Convivio, Castiglione di Sicilia,  Gennaio – Marzo 2004     

La nota di Corrado di Pietro su LA TRIBUNA LETTERARIA

Tredici poesie in dialetto di Mistretta, nel cuore dei monti Nebrodi, in Sicilia. Tredici momenti di riflessione poetica  ed esistenziale formano questo libretto snello e sobrio che si fa leggere con piacere e interesse. Poesia matura linguisticamente e contenutisticamente, capace di esemplificare, attraverso piccole storie, un modo antico di vivere, una visione filosofica e morale del mondo organica e unitaria, come ci viene dall’antica dimensione paesana e contadina. Filippo Giordano è attento alle trasformazioni sociali e, attraverso le parole e i ritmi di un vernacolo ricco e fascinoso, ci da la chiave di lettura di alcuni fenomeni linguistici come la contaminazione delle parole d’origine con quelle acquisite e straniere, o di altre conseguenze come la pesantezza dei giorni che viviamo che ci condiziona nelle scelte e nelle attese, oppure quel sentimento della patria che commuove ancora quando si sente l’inno italiano. Sono gli antichi sempiterni valori che solo il dialetto, per sua naturale inclinazione, è ancora capace di ricordarci.

 Corrado Di Pietro

La Nuova Tribuna letteraria,

Abano terme, 2° trim. 2004

La nota di Francesco Cuva su IL CENTRO STORICO

Filippo Giordano, con le sue pubblicazioni, ci ha invogliato a scegliere la poesia come forma di comunicazione, invece con “Scorcia  ri limuni scamusciata” ci sprona ad una lettura allegorica sul tema del linguaggio. Non è da poco visto che il linguaggio viene definito da Marco Fumaroli uno strumento che ci aiuta a crescere offrendoci una rappresentazione fedele del nostro rapporto col mondo e con gli altri. Infatti, protagonista, in assoluto, del libro è il parlare “mistrittisi” che ormai è una “scorcia ri limuni scamusciata”. Non sembra vero: nel giro di pochi lustri una cultura originale, in quanto espressione di una condizione storico –sociale, è ridotta al nulla o meglio ad un suono onomatopeico allitterante. Di questa realtà disastrata se ne fa interprete, con tutta la sensibilità che lo distingue, il poeta Filippo Giordano che crea un nuovo Odisseo: una “scorcia ri limuni scamusciata” destinata a fare un lungo viaggio tra le menti umane. Per farla vedere a tutti la lancia in alto, tra le stelle: “A tutti i stiddi a jettu ‘ncudduriata / sta scorcia ri limuni scamusciata”.

 Il poeta sa che qualcuno ne assapori il profumo, ne ammiri la delicatezza, ne scopra l’originalità, anche perché tra ciliegi e ggirasi non c’è opposizione, non c’è contrasto, non c’è diversità sociale, ma l’uno è il completamento dell’altro linguaggio, avendo un’unica radice.

            Una volta raccolta “a scorcia”, il lettore, come il poeta, è indotto a domandarsi sulle cause che hanno determinato la fine di una civiltà, sfiorata appena dal postmoderno. La risposta è laconica, più efficace di un saggio: “ E quannu u tiempu / m’acchianau ri ‘ncuoddu / capii ca cumannava iddu / e u sceccu avissi statu iu.”

Da quel momento inizia l’odissea del linguaggio amastratino e le parole “chi sciurianu a tutti l’agnuni” e che avevano una valenza comunicativa forte, immediata, spontanea, resistettero finchè i cristiani “erinu pari pari nna si vaneddi / era china ogni vaddi e muntagna”.

 Ma quando la solidarietà sociale del buon vicinato si spezzò a causa della continua emigrazione, anche le parole si persero per strada e furono costrette a nascondersi, vergognandosi quasi di esistere. Tuttavia non potevano rimanere nell’isola lontana e sconosciuta e, come prigionieri o come Ulisse nell’isola di Calipso, “facienu fudda pi nesciri fora”. In tale esilio qualche navigante solitario ha tentato di recuperarle, incoraggiando la loro volontà di ritorno, ma solo Enzo Romano e Graziella Di Salvo le presero per mano e le hanno portate in piazza. Filippo Giordano va oltre, le lancia in alto, per farle brillare di luce propria e per farle incontrare con il pubblico. Si prepara così la rinascita di una civiltà attraverso segni che non sono altro che musica “chi trasi intra l’arma e l’arrivigghja”. Le parole con il loro significante e il loro significato possono avere la forza di ribaltare il destino e di risolvere i contrasti del vivere quotidiano. Esse uniscono e mai dividono, smorzano gli angoli e creano i presupposti della comunione, della fratellanza, della solidarietà. Tutto è poesia e la poesia è un dono per cui anche il contrasto tra l’innamorato e l’innamorata si smorza nel suono della poesia: “Mpuozzu veniri ca jappi n’attuoppu” / “C’avissivi attuppari piddaveru!”

In tale giuoco linguistico, costruito su una figura etimologica che si tramuta in poliptoto allitterante, emerge la grande capacità espressiva di Filippo Giordano, il quale sa coniugare, con effetti straordinari, intuizione lirica e tecnica espressiva. Una volta che le parole trovano posto nel contesto, il tempo si annulla e ciò che che è accaduto ieri sembra ripetersi oggi e ripresentarsi domani con le medesime forme, in quanto al centro della storia c’è l’uomo coi suoi valori e i suoi vizi, con i suoi egoismi e le sue generosità: “Vordiri ca iu, a panza leggia, / mi sientu talianu tuttu sanu / picchì sintiennu a miludia / u sangu si scummovi / e m’ammutta i palori pi ddi fora, / mentri a cui assai a sacchetta canta / a parola s’arritira ri nna vucca.”

“A palora”, simbolo di generosità, “ammutta” i pensieri “pi di fora”, aiuta l’uomo a essere entità nei momenti d’aggregazione, rende trasparente i comportamenti umani nei casi più salienti; “s’arritira ri nna vucca” di chi disprezza i valori nel nome del denaro. Allora “a palora” è il mezzo più concreto di distinzione morale per cui “pinsannu ssu fattu Vastianu canta / e cantannu cunsola a sorti ri mischinu / cu sacchetti senza sordo c’arriseri”.

In fin dei conti Vastianu, che fa uso “ra palora” è un uomo concreto, che sa vivere il suo tempo con slanci vitali e sa spaziare da un posto all’altro, contribuendo così all’amalgamazione delle varie culture; con l’uso “ra palora” si fa portavoce della esigenza universale di trovare un punto d’incontro per un dialogo, per un confronto, per un dibattito. Egli diventa così coscienza morale in quanto ammonisce su una questione cruciale: il punto di convergenza può essere anche “stu paisazzu ri muntagna” … “cu l’aria sicca”; può essere la festa del santo Patrono: “…ravanti ri dda chiesa,/…/ prima vannìa VIVA / e pui ci abbatti i manu”; può essere qualsiasi spazio purchè si faccia uso “ra palora”.

 Dopo tanta luce metaforica, il poeta Filippo Giordano, che ha dato dignità al nuovo Ulisse, con un dialogo apparentemente del non senso “chinnicchennacchi” rende protagonista di questo viaggio anche la memoria: “Supra n-fullizzu, unni stava assittatu / intra na casa tanticchia sdirrupata / vitti ‘nvicchiarieddu appinziratu”.

La memoria si personifica nell’immagine “ru vicchiarieddu” che rappresenta anche la tradizione. Tra “u vicchiarieddu” e il poeta nasce un dialogo che si ammanta di sacralità: “Sabbenarica, -ci rissi- Vossia / javi pi casu bisuognu ri mia? E che mette in moto un processo di coesione  a tal punto che essere, tempo e spazio si amalgamano: “Tu si figghiu ri Marianu, ti canusciu, / ch’iddu chi sta nna du quartieri vasciu” .

 Gli effetti dell’incontro – dialogo creano i presupposti per la socializzazione, il rispetto, la solidarietà l’amore, che diventano il motore della vita: “allieggiu allieggiu chi jievimu avanti”, con un senso altamente morale per cui è giusto che il vecchio “scudduriava pinzera ‘ntriganti”; è opportuno che ricordi “U viri dda, sutta ddu cunzarru ? / Dduocu spararu a Sciaccalimarru”;è significativo che si faccia riflettere sul crollo di una cultura: “dda casa a viri, chidda allivancata?” Ma forse Femio non cantava i ritorni dei Greci nell’inferno di Itaca? Infatti la poesia che narra sventura, per Omero, produce gioia ossia rinnovamento. A Scheria, isola dei feaci, dominava la poesia, che nasceva dal dolore ma che risvegliava la pietà, la misericordia, l’identificazione.

 Al termine di questo simbolico viaggio, il poeta ringrazia il vecchio per avergli donato “i so palori” : “Vossia nu rialu ggià mu fici: / i so palori intra sta curnici”.

 Noi ringraziamo il poeta Filippo Giordano per averci fatto scoprire una nuova Itaca e un nuovo Odisseo e averci fatto meditare su tematiche intelligenti ed attuali. Scorcia ri limuni scamusciata è un bel libro, scritto col cuore, e rappresenta una pietra miliare della civiltà.

 Franco Cuva

Il Centro Storico, Mistretta, Novembre 2003 

Cronaca di Luciano Catania su CENTONOVE

GIORDANO,  PROFUMO DI GIRASI

L’odore che il nuovo libro di poesie di Filippo Giordano spande è quello di “quannu i ciliegi erinu ggirasi”. Un profumo che è anche il bisogno di ricordare, di avversare lo sgretolamento delle radici etno antropologiche del “paesazzo” (Mistretta) dove Giordano è nato e dove continua a vivere svolgendo la professione di sindacalista.

Il libro, intitolato “Scorcia ri limuni scamusciata”, raccoglie liriche dialettali. I tredici momenti poetici sono tenuti insieme dalla volontà di ridare dignità alla cultura agropastorale, annientata dalla cultura di massa. A questo si aggiungano i fallimenti di tanti progetti non realizzati per mancanza di prospettiva politica immediata e –scrive Giuseppe Cavarra nella prefazione al libro – una certa frammentarietà dell’esserci che come per folgorazione emerge, screziandosi di universalità, al piano della coscienza di un mondo in cui, come leggiamo nel testo eponimo, “i ciliegi erinu ggirasi”. A tale proposito particolare rilievo assumono le liriche “Paisazzu ri muntagna” e “Aria ri muntagna”, dalle quali, per Cavarra, “emerge quello che possiamo considerare il nucleo centrale della poetica dialettale del poeta mistrettese”.

Giordano collabora da oltre un ventennio con diverse riviste specializzate. Ha vinto diversi premi tra i quali “Città di Marineo” edizione 1979 e “Bizzeffi” (Limina) edizione 1999. Le sue ultime pubblicazioni letterarie sono “Rami di scirocco” ed una raccolta di racconti brevi intitolata “Voli di soffione”. Oltre che poeta, il sindacalista mistrettese è anche un fine matematico. Grande riscontro hanno avuto tre suoi recenti scritti “Perfetto 6, il file nascosto dei numeri primi”, “Primi di Mersenne e numeri perfetti” e “Osservatorio delle terne pitagoriche primitive”. L’ultima fatica di Giordano è edita da “Edizioni il Centro Storico”.

Luciano Catania

Centonove,

Messina, 12 Dicembre 2003

 

 

 

Francesco Maria Di Bernardo Amato su IL CENTRO STORICO

LA SACRALITÀ DELLA LINGUA DEI PADRI

Nell’antologia di recente pubblicazione presso Bastogi “Poeti siciliani del secondo novecento” il curatore prof. Carmelo Aliberti, a proposito del nostro Filippo Giordano, lo definisce un poeta di elevata qualità che occupa già un posto a sé nella poesia siciliana di oggi. La connotazione non mi è parsa “di rito” come si usa fare spesso nei commenti delle raccolte antologiche, perché chi conosce Filippo Giordano sa che non è persona facile, né avvezza, sgomitando, a farsi largo per sedere in prima fila. Dunque, quello che emerge è un valore autentico e di questa autenticità senza ombre non possiamo che andare fieri tutti noi mistrettesi.

Mentre esce a Foggia l’antologia di Aliberti, Il Centro Storico pubblica a Mistretta Scorcia ri limuni scamusciata, una breve e densa raccolta di versi in dialetto mistrettese, a riprova per Filippo Giordano di una florida stagione letteraria. Ora mi chiedo se questo dialetto mistrettese non si possa dire lingua o un’altra lingua, essendoci oramai abituati a leggerla spesso grazie a Enzo Romano, a Graziella Di Salvo e agli altri che ci hanno allenati (molto per merito de Il Centro Storico) alla “cosa” scritta con uno slargamento oltre l’uso del campo semantico, tale da farci innamorare di queste Palori al di là del velo della memoria, che avrebbe di per sé una sua frontiera lessicale primitiva o ancestrale o che dir si voglia.

Filippo Giordano dedica non a caso a Graziella Di Salvo ed a Enzo Romano “I palori” nucleo centrale di questa importante raccolta in un importante abbraccio di immediate emozioni: “I palori, priati / r’essiri assiemi / ruoppu tant’anni /com’erinu prima, / ci rissiru a iddi: / Vulissimu nesciri … / Purtatinni a chiazza!”

La riscoperta in pubblico di una tale parlata che quasi spontaneamente assurge a dignità letteraria, forse allarma il suo stesso autore. “Ma ddi palori n-testa / s’arriminavinu / e facianu fudda pi nesciri fora”. Bisogna provvedere affinché non si disperdano e non svaniscano più. “Pinsai ca facissimu n-jardinu cu ddu porti; na chiavi a ramu o Sinnicu / e l’autra a cu a voli”.

Nei ritmi e nei contenuti  anche ora non si fatica a riconoscere la poesia franca di Filippo Giordano, tipica dei testi in italiano. Ma, forse, qui v’è di più, per un certo abbandonarsi voluttuoso ad un gusto senza vincoli formali e c’è pure l’ironia della maturità.

Se ci fate caso, Filippo Giordano ha atteso anni prima di pubblicare la sua poesia in dialetto e concedersi a questa forma originale, esclusiva. Il dialetto è difficile si sa, non perché è astruso, ma per il rischio della sua banalizzazione o della facile scivolata nel ridicolo, come in un battibecco di bottega o attorno alla sedia del barbiere. Filippo Giordano ha capito che la lingua dei Padri non va maltrattata per quel contenuto di sacralità che si porta dentro e, in più, per quell’altro rispetto (oltre all’amore) per la Poesia che ha dimostrato di osservare fin dai tempi di “Spirale” e di “Se dura l’inverno” (“non parlo di me inesperto / intriso di polvere di paglia / ma di mio padre”  … vi ricordate Era Giugno?).

 Perciò affida questa esperienza alla maturità, come se dovesse scrivere un cimento in una lingua straniera piuttosto che una confidenza d’arredo gergale. E quando il sentimento si lascia prendere la mano dal gusto di scrivere, nascono versi di cristallino petrarchismo (anche questo è novecento italiano) incontaminati: “Tu si figghiu ri Marianu, ti canusciu / ch’iddu chi sta nna ddu quartieri vasciu; / ora chiuru sta porta scancarata, / accussì cuminciamu a fari strata. / (…) / Parlannu, parlannu intra arrivau; / quattro sganghi, pi-fforza, mi lassau. / “Nun sacciu cuomu t’haiu a ringrazziari. / Finu a gghjintra mi vinisti a lassari!” / Nu-nni vuogghjiu! Vossia lassassi stari!” /”Chinnicchennacchi! Tu ti la pigghjari!” / Vossia nu rialu ggià mu fici: / i so palori intra sta curnici”.      

 Potenza narrativa e compostezza formale insieme, in una commovente armonia di tempi e luoghi che non giungono dalla periferia dell’esistenza, ma dal nucleo fondamentale dello spirito di un popolo. Tale è la poesia di Filippo Giordano, ancora una volta Poesia alta, centrata sui valori incorruttibili della vita.

 

 Francesco Di Bernardo Amato

Il Centro Storico, Mistretta, Dicembre 2003

Nota di Pacifico Topa su IL CONVIVIO

Con “Scorcia ri limuni scamusciata” Filippo Giordano offre una ulteriore prova delle sue eccelse capacità di maneggiare il linguaggio originale di una Sicilia ricca di storia

e di tradizioni. Il suo pensiero é semplice, coerente con la realtà, ricco di sagaci intuizioni. Questa “scorza di limone”, se stretta nelle mani, riesce a far rivivere una realtà caratteristica; già il suo profumo è un richiamo a quella terra umile e forte che li genera. Giordano prende spunto dalle cose più ricorrenti, egli intesse attorno alle parole delle dissertazioni sempre originali, ne evidenzia tutte le sfumature e le paragona alle colombe che sono alla ricerca del cibo senza mai stancarsi. Con realismo descrive la festa del Patrono e le particolarità che la contraddistinguono: le luci, le bancarelle, il rientro degli emigrati per incontrarsi con gli amici, gli applausi all’uscita del Santo. Simpatica la descrizione del “paesaccio di montagna” con i suoi difetti e le intemperanze oltre ai danni fisici recati dal cattivo tempo. Per i “ragazzi del quarantotto” ricorda le emozioni dell’interrogazione. Briosa la disavventura dei fichidindia: il giovane deve rinunciare all’appuntamento con la fidanzata per aver ingurgitato molti fichidindia che gli hanno occluso l’intestino, si sente la pancia pesante, si contorce e si batte la pancia per tutta la casa; promette che non ne mangerà più di due! Parla del calcio troppo ricco, della indifferenza che provoca il suono dell’inno nazionale, una musica che entra dentro l’anima e la sveglia. Originale il paradigma fra l’asino ed il tempo, il primo è dominabile, il secondo no. La silloge si conclude con una dettagliata descrizione della festa del Patrono San Sebastiano: “Che gioia la mattina nella piazza”. Piacevole l’attesa per vedere la processione col Santo sulle spalle, amara la conclusione: un altro anno é passato. Una raccolta effervescente di poesia dialettale!

Pacifico Topa

Il Convivio, n. 32, Gennaio-Marzo 2009

Castiglione di Sicilia (CT)

Nota di Sandro Gros Pietro su VERNICE

È uscita a Settembre 2003 una nuova pubblicazione in versi del poeta Filippo Giordano di Mistretta, Scorcia ri limuni scamusciata (buccia appassita di limone), in dialetto siciliano, con prefazione di Giuseppe Cavarra, il quale osserva che il libro è costituito da “tredici liriche in tutto, sorrette da una volontà pertinace di denunciare le disgregazioni e le diaspore seguite allo sgretolamento delle radici etno-antropologiche legate ad una cultura, quella agropastorale, annientata dalla cultura di massa”. Cavarra si richiama a Tessa, Pierro, Marin, Baldini e Loi per suffragare l’affermazione che la poesia in dialetto “può andare molto al di là della ricostruzione della realtà in cui affondare storicamente le radici” del poeta ed esplorare una ricerca “in bilico tra accettazione rassegnata delle ragioni non sempre accettabili che stanno alla base del vivere e ribellione alle spietate leggi della storia”. Se Cavarra ha ragione – e chi scrive non se la sente di dire che abbia torto – significa che alla poesia in dialetto, e nel caso specifico alla buccia appassita di limone di Giordano, va riconosciuta una valenza non solo letteraria, ma anche civile ed etica o quanto meno una potenzialità forte di incisione sulla coscienza e sulla consapevolezza maturata dall’intellettuale circa gli effetti trasformativi dell’erosione storica. Di Filippo Giordano come apprezzato e rappresentativo poeta in lingua ci siamo già occupati in Vernice n. 26, ove si diede notizia della sua antologia d’autore Rami di Scirocco.    

Sandro Gros Pietro

Vernice, Torino, Giugno 2004

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Commenti più recenti

11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

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19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

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25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

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25.04 | 12:49

QUANDO SI AGGIUNGE UN NUOVO TASSELLO A QUALCOSA DI MISTERIOSO ,C'E' SEMPRE UNA GRANDE GIOIA CHE CI RISCALDA IL CUORE, LA MENTE E L'ANIMA. EUREKA!

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