Minuetti per quattro stagioni

Nota di Valeria Serofilli

Sembra impossibile come nella rigidità metrica dell’haiku possa palpitare tanta vita. Eppure questo accade nello scrigno poetico che Filippo Giordano ci ha regalato.

In pregnanti sinestesie ecco la terra, allegoria del corpo femminile, la madre Gea, solcata e fecondata (“Vomere solca”) stillare dai seni turgidi (“Monti e colline”) e ormai umida e nutrita, nutrire a sua volta (cfr. “Dlen dlen di vacca”).

Nelle liriche di Giordano  un avvicendarsi di stagioni che emergono fresche, saporose (Squarotti) come nelle raffigurazioni pittoriche: la primavera di Ermes, con corone di mandorli e peschi in fiore, e le immancabili api; l’estate consacratala dio solare Apollo, con covoni di grano e falce; l’autunno, mese di Dioniso, il dio delle vendemmie, con pampini e tralci; l’inverno di Efesto, il dio dell’arte del fuoco e dei metalli, con focolari che portano la calda notizia di una nascita inattesa (“dal Nord arriva”) ma anche fiocchi di neve.

Il succedersi delle stagioni, come le varie fasi della luna, scandiscono il ciclo della vita: nascita, formazione, maturità e declino. Così nel prezioso volumetto di Giordano, alternanza ciclica ma anche continuo ricominciamento, come solo la forza della parola poetica sa operare.

            Valeria Serofilli – Literary n. 6/2007

Prefazione al libro di VINCENZO ROSSI

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IL TEMPO E LE STAGIONI NELLA POESIA DI FILIPPO GIORDANO

                                              

 Con figure veloci e lievi, ma cariche di potenti simbologie, il poeta Filippo Giordano in due strofe e in sei versi dà il la allo spartito del tempo. A ben intendere in questi sei versi si sente la voce del tempo con le sue caratteristiche spaziali e musicali. Coinvolge nel suo passo le forme e le espressioni, i frutti, il linguaggio della terra e delle stagioni. Dentro le sue leggi tutte le creature vivono e si alimentano (dall’umida terra / l’erba strattona) e sui tetti pronunciano il loro discorso di canto e di lamento.

 La natura produce i suoi effetti e vive le sue ore tra colori e carezze di scirocco: con assidua azione la fantasia corre dalla lava alle api, al rosa fiorente del pesco, con passaggi ora veloci, ora lenti, ora immobili, ma sempre carichi di vitalità. Nelle inafferrabili dimensioni del tempo scende dal Nord la legge di Ogino e tutto diventa sorpresa: ecco il figlio emergere “dal buio alla luce”, superando i tremiti d’amore. Il poeta di fronte al portento rivolge mute domande alla vita “che tante e irrisolte / domande scorri!”. Aquile, maiali e cavalli passano nel battere delle ore…

Nella scheletricità delle parole di tratto in tratto lampeggia con le sue potenti germinazioni la terra cui si rivolge e guarda e ascolta emozionato il poeta: ne ammira la bellezza e la vitalità: “Guarda il verde / che in aree boscate / chiude le ombre. // I monti ammira / che trattengono il cielo / ancora lassù”. In questi brevi sei versi affiorano e si distendono i potenti segni dell’universo. Il tempo si incorpora nel tramutante moto delle stagioni e la vasta e varia offerta assorbe in sé il vitale gioire del poeta. L’uomo, la natura, l’universo sono un’armonia di creazioni: “Dopo il fiorire /senza fretta aspettarne / il granulare”. Rare volte il nostro si lascia attrarre dagli interni dove gli umani si scontrano con interrogativi altalenanti tra abilità e fortuna.

Lo sguardo e l’animo del poeta amano gli spazi, gli alti e lontani orizzonti, i densi colori e i dolci frutti della terra, gli odori genuini e i respiri delle foglie che purificano il sangue intorbidato dagli irrazionali illusori progressi e ridanno il piacere di vivere: “Tigli odorosi, / di giorni caldissimi / invocate ombre. // Mare, miraggio / di fluide carezze, /amaca azzurra”. Filippo Giordano ama sostare tra le pulicarie cariche di foglie e in colloqui con il mare in un continuo sorriso di vita e di purezza. Il suo idillio con le tenere e vitali offerte della natura attraverso la poesia mira a rigenerare l’armonia e la fratellanza di tutte le creature. Infatti in queste veloci annotazioni liriche  vi è sempre una correlazione di dialogo, di gioioso scambio di affetto e di comprensione. Egli non si sente un individuo isolato bensì concentra in sé simbolicamente tutta l’umanità, poiché la sua poesia a ben intenderla non esclude mai la presenza di tutta l’umanità e il suo canto si estende in tutte le forme di vita, coinvolgendo in ogni essere il respiro dell’eternità… In questo suo svariare di incanto e di amore ecco apparire le donne che procedono per i viottoli con lunghe cosce abbrunate, vissute e sentite dal poeta come parte integrante del paesaggio e della vita universale.

 Le due strofe e i sei persistenti versi penetrano dentro le stagioni e di esse fissano gli aspetti più vivi che le caratterizzano. Intanto che il tempo batte le sue ore la vite distende gli ubertosi grappoli nei loro vari colori di maturazione dentro il mite respiro dell’autunno, affinché ne colmi i cesti. Le maturazioni autunnali hanno vasti colori nelle svariate dolcezze di sapori e generose si offrono alle mani, all’animo, alla vita di tutti i viventi: a tanta abbondanza si associano lieti l’emozione poetica e i rapidi versi che ne nascono dall’abbraccio con la maternità della terra: “Firma l’autunno / di uva appena colta / il cesto pieno”.

 Queste gioie dell’essere vivi tra tante offerte richiamano commossi ricordi di quanti lì vissero e ora dormono in cimitero. Ma già alle cime dei monti si annuncia  novembre e reca un giorno per i morti “che vedemmo qui // vivi tra i vivi / appena l’altro ieri; / ora dispersi”. Ma chi ferma la ruota del tempo? “Eccolo, arriva, / misterioso e altero, / squarciando il mondo, // l’ultimo giorno, atteso e temuto / … / dentro fiocchi di neve / viene gennaio”. Così il cerchio delle stagioni, dei mesi e dei giorni si chiude. Ma chi arresta l’assillo misterioso ed eterno della vita?

 Dal punto di vista strutturale  questa poesia di Filippo Giordano ha come valori essenziali, oltre le intense adesioni stagionali, il vigore verbale / espressivo delle parole, sempre cariche di senso, di simboli, di figure, di colori, di una concisione eccezionale che costantemente invitano il lettore a procedere con dolcezza ampia e profonda dentro la riflessione che congiunge la terra al cielo, tutta la vita nella sua vastità universale. I sensi, le emozioni, le riflessioni, il mistero, l’incanto, la luce della vita, si devono saper cogliere e vivere non solo nei versi e nelle strofe, ma soprattutto nella energia delle parole, delle singole parole.  

                                                            

Vincenzo Rossi

 

Da una lettera di Giorgio Barberi Squarotti

 (…) Adesso i Suoi Minuetti, meglio accorpati e così opportunamente condotti fino al racconto, all’incontro saporoso e alacre, alla rapida e vigorosa descrizione, mi sembrano davvero molto belli e originalissimi. Fa bene a pubblicarli in modo autonomo per rilevarne meglio l’esemplarità.

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Nota di SEBASTIANO LO IACONO (sul lembo di copertina)

Fragile, ahimé, l’essere è. Tuttavia insiste, esiste e coesiste nel circolo rotondo dell’eterno ritorno. Haiku giapponesi, imagismo, riflessi, assonanze, gioco di specchi. Verseggiare scarno. E, al tempo stesso, denso e intenso.

Liricità epigrammatica. Naturalismo etico. Togliere è meglio che ridondare in questi Minuetti a una sola voce.

Tutto ritorna nell’universo delle stagioni siciliane e nebroidee di Giordano. Amori, sapori, colori, ardori.

La terra è un utero. La montagna è un seno (non solo materno). L’arancio delle arance, il bianco della neve bianca e dei mandorli. Gatti sensuali e dlen dlen di vacche. Il rosso dello scirocco e quello della lava etnea. Il rosa dei porci e dei fiori di pesco. Il verde dei prati, il grigio della roccia e i cavalli al biviere.

L’azzurro del cielo, che è sempre tale dall’era della creazione, è segnato da fiori di melograni.

C’è pure l’acqua, segno di trasparenza e impermanenza dell’essere. Ci sono ancora il vino, il tressette e il gioco a scopa (anch’esso circolare).

La fortuna, dea cieca e pagana,  che non concede lo stesso miraggio che i tigli odorosi accordano alle narici, è un numero. Una cifra pitagorica. La donna è femmina. Come la pulicaria dei campi.

Ogni sguardo è una freccia. Stessa freccia rese martire il martire Sebastiano, due volte martire.

Anche la speranza, come gli arnesi di Cupido, è fatta di dardi e saette.

Arriva l’autunno. L’estate si sgonfia. Con strazio.

L’uva è matrona. Ogni grappolo è follia. Estasi dionisiaca. E non mancano i cachi e neppure i ficodindia.

La poesia si fa spina. Spina di cardo. Chiodo. Ferita. Punge l’anima. Punge per il giorno dei morti e punge fino alla fine dei tempi. Quando ritornerà dicembre. Ci sarà una nuova epifania: il bianco della neve bianca e l’arancio delle arance.

Il fiore della speranza sboccerà ancora. Fiore irritante e urticante. Come quello (viola) del cardo.

Sebastiano Lo Iacono

 

Nota di SANDRO GROS PIETRO

MINUETTI PER QUATTRO STAGIONI

Una nuova raccolta di versi del mistrettese Filippo Giordano è appena uscita per i caratteri del Centro Storico di Mistretta, Minuetti per quattro stagioni, che si avvale di una prefazione di Vincenzo Rossi e di una nota di lettura di Sebastiano Lo Iacono. Sorprende la capacità di invenzione e di variazione poetica che Filippo Giordano sviluppa negli ultimi tempi. Infatti le ultime poesie erano in dialetto siciliano (Scorcia ri limuni scamosciata, buccia appassita di limone, 2003, cui ha fatto seguito Ntra lustriu e scuru, tra luce e buio, cfr. Vernice nn° 33/34 e successivo n° 35). Ora c’è il ritorno all’italiano, in gioiose e leggiadre forme a versi brevi –quinari e settenari- che potrebbero anche rappresentare un’evocazione fantasiosa della poesia giapponese: non si parla solo di natura e di spazi interiori dell’anima corrispondenti agli spazi esteriori della natura, ma si raccontano anche brevi ma luminosi e intensi incontri di amici, serate al bar, giochi di carte, la vita che si consuma gioiosamente nell’uso quotidiano che se ne fa. Giordano conferma di essere un poeta capace di cogliere con facilità e con felicità espressiva i modi e i momenti esemplari della nostra giornata, sempre troppo breve e dispersiva.

Sandro Gros Pietro

Vernice, Torino, Anno XIII, N.36

Settembre 2007

 

Nota di ANTONIETTA TAFURI su "Il Convivio"

Il poeta celebra la bellezza della natura, cogliendone la vitalità e la capacità di creare dei veri miracoli quotidiani e celebra altresì il ritmo delle stagioni che con il loro rincorrersi senza fine dimostrano la valenza del rispetto delle regole, quelle regole naturali e biologiche che ogni individuo è poi chiamato a onorare nella propria vita. Un saggio speciale, quello del Nostro, che spinge la propria sensibilità in un territorio ricco di colori, di profumi e di accese tonalità di luce, che coglie il senso profondo della vita agreste e di una natura che ci pregia dei suoi doni arricchendoci di una bellezza ineffabile che troppo spesso non cogliamo impegnati come siamo nella vita troppo “cittadina” e fatua che svolgiamo.

Un compito importante, quello del Giordano, un volerci tramandare valori semplici e importanti, un celebrare un ritorno alla natura e all’esaltazione dei suoi doni abbondanti e prelibati apprezzando la condiscendenza del creato e il rispetto di quelle regole che fanno di quell’universo rurale l’unico mondo veramente perfetto. Apprezzabile la forma e lo stile che senza enfasi e in modo chiaro e lineare permette all’autore di suscitare nel lettore la riflessione su temi tanto importanti e universalmente condivisi.

 

Antonietta Tafuri,

Il Convivio n. 40

Castiglione di Sicilia, 1° trim. 2010

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Nota di CARMELO CICCIA su Il Centro Storico

A questa pubblicazione fuori commercio, degnamente introdotta da un saggio di Vincenzo Rossi, volentieri si può dare la definizione di libricino per la graziosità dell’aspetto grafico – editoriale, per la piccola quantità di pagine e quindi di componimenti, per la brevità di questi ultimi, che spesso si riduce all’essenzialità e che in ogni caso favorisce la lettura. Diciamo subito che sono questi i libri di poesie preferiti, perché non hanno la prolissità, le ripetizioni, i vaniloqui e le fuorvianti divagazioni di certi mattoni. D’altronde un libricino come questo ha il vantaggio d’essere tascabile e quindi di poter essere tenuto come un vademecum.

            Il fatto è che il Giordano in molti anni di esercizio della poesia s’è scaltrito abbastanza e sa usare dettati e tecniche che colpiscono positivamente il lettore. È il caso di questi Minuetti che avevamo letto a chiusura della raccolta Rami di scirocco (2000), dove per la loro esiguità apparivano di qualità inferiore rispetto al resto del volume, e che ora qui vengono riproposti con una forma e una consistenza che li fanno apparire nuovi, grazie anche alla migliore disposizione e alla nitidezza dell’impaginazione.

Si tratta di componimenti che per lo più s’assimilano agli haiku, conservandone la sinteticità e la freschezza, mentre qualche altra volta, s’estendono con alcuni versi in più, assumendo quasi un aspetto narrativo e anzi favolistico. Oltre al ricercato ritmo, c’è in questi versi uno scorrere di paesaggi che si sostanziano in “pennellate di colori”, mentre alle descrizioni s’accompagnano brevi o brevissime riflessioni, ora romantiche ora realistiche, che hanno il sapore degli epifonemi: “Mare, miraggio / di fluide carezze, / amaca azzurra” (pag.19). Ed è ovvio che in una poesia del genere abbondano ellissi, anacoluti, anàstrofi e ipèrbati.

Certamente un libricino siffatto “si colloca sul piano d’un gradevole poetare” ed è fonte di opportune riflessioni –oltre che per l’autore- anche per il lettore non superficiale, il quale sappia cogliere nell’essenzialità dei componimenti il pulsare d’un cuore e la profondità d’una mente alla ricerca del bello, del saggio, dell’infinito, com’è esplicitato nei versi “Ritorna spesso / ad evocare il cielo / della montagna. // Talvolta trova, /a punger la poesia,/ spine di cardo” (pag.28).

Infine qui merita d’essere ricordata l’intensa attività culturale e giornalistica svolta dal Giordano nel suo comune e della quale è una testimonianza la recente raccolta d’articoli intitolata Ritagli di Mistretta dall’Unità d’Italia ai nostri giorni (Il Centro Storico, Mistretta, 2007).

 Carmelo Ciccia

Il Centro Storico, Mistretta

Numero 10, 2007

 

Nota di Emilia Greco Genesio sulla rivista Talento n.1/2009

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La prefazione di questa raccolta di poesie di Filippo Giordano è stata curata da Vincenzo Rossi che, fra l’altro, annota: “… Lo sguardo e l’animo del poeta amano gli spazi, gli alti e lontani orizzonti, i densi colori e i dolci frutti della terra, gli odori genuini e i respiri delle foglie che purificano il sangue intorbidato dagli irrazionali illusori progressi e ridanno il piacere di vivere…”; ed anche Giorgio Barberi Squarotti, in poche righe ne parla in modo decisamente positivo: “… mi sembrano davvero molto belli e originalissimi…”.

Quasi tutte le liriche sono composte da due strofe e propongono l’alternarsi delle stagioni in terra di Sicilia. La terra che trattiene il seme durante l’inverno sotto la neve, come il ventre materno lo custodisce, per poi farne germogliare i frutti: “Vomere solca. / Utero inseminato, /la terra geme // Dicembre vola / dentro fiocchi di neve / viene Gennaio”.  E’ il paesaggio l’ispiratore di queste poesie, così monti e colline, sembrano seni della natura che offrono arance dai rami colmi, i colori dell’alba, con il vento dello scirocco sui mandorli ricoperti dai fiori bianchi annunciano nuove notizie, le api si posano sui fiori rosa del pesco. Il melograno, i monti, il verde dei boschi, tutte queste cose, parlano dell’alternarsi delle stagioni, ma anche del passatempo al bar , dove si gioca a tressette e la fortuna va al giocatore più bravo: “Al Gran Bar / per il torneo di tressette / stanno assiepati / …”; “Al gioco vince / chi fra i fortunati  ha / più abilità?/…

Anche i profumi, nell’alternarsi delle stagioni, cambiano, così l’estate, con i giorni più caldi e con il mare azzurro, spande nell’aria il profumo dei tigli: “Tigli odorosi, / di giorni caldissimi / invocate ombre. // Mare, miraggio / di fluide carezze, / amaca azzurra”. Le feste, d’estate portano tanta gente in piazza per festeggiare il Santo patrono, recano tante speranze che s’innalzano verso il cielo, insieme ai palloncini colorati, mentre di notte i fuochi artificiali illuminano il paese: “E con la festa / s’alzano colorate / tante speranze. // Di luce vanno / il buio a fecondare, / in cielo, fuochi”. 

L’autunno è ricco di vigneti, con grappoli profumati che riempiono i cesti ed i fichi d’india rossi e gustosi: “Sotto il cappotto / qua puoi scoprirle bianche / oppur dorate, // gustose dentro, le rosse più dell’altre, fico dell’indie”.

Emilia Greco Genesio

Talento, n. 1/2009

Fulvio Castellani su "Poeti nella Società"

 

Tutto ritorna nell’universo delle stagioni siciliane di Giordano. Amori, sapori, colori, ardori”, ha scritto in maniera elegante e immediata Sebastiano Lo Iacono a proposito di questi minuetti, che hanno trovato l’avallo anche di Giorgio Bàrberi Squarotti dicendo, tra l’altro, che sono “davvero molto belli e originalissimi”. Da parte nostra entrando nei momenti creativi di Filippo Giordano, che abbiamo già avuto modo di leggere e apprezzare, non abbiamo potuto che constatare l’esattezza di tali autorevoli affermazioni. Ed è stato un piacere, anzi, seguire gli sviluppi poetici messi in moto e realizzati con estrema scelta di parole e di ritmi; una scelta che ha reso ancor più efficaci i paesaggi raccolti dal vivo e dalla memoria, e che ha finito, seguendo gli schemi stessi delle stagioni, per movimentare al massimo la nostra attenzione attorno agli esemplari scenari di mandorli in fiore, di tigli odorosi, di gatti sensuali, dell’estate che sfugge, del vino che rallegra e che invita a giocare a scopa, a tressette… Filippo Giordano ha, in pratica, creato dei minuetti “che battono il tempo con ritmica cadenza, secondo lo schema haiku” e che sollecitano emozioni condensando il sapore generoso della vita e del mistero, della nascita e del respiro allargato in direzione di un fiorire armonioso di sogni e di piccole-grandi certezze. Ciò che colpisce soprattutto è l’energia delle parole come ha rimarcato con puntualità Vincenzo Rossi nella prefazione, “sempre cariche di senso, di simboli, di figure, di colori, di una concisione eccezionale che costantemente invitano il lettore a procedere con dolcezza ampia e profonda dentro la riflessione che congiunge la terra al cielo, tutta la vita nella sua vastità universale”. Davvero un ottimo lavoro, questo di Filippo Giordano, che sta a testimoniare quanto il poeta siciliano dedichi se stesso e quanto con la poesia riesca a tonificare ogni suo incontro con l’ambiente usando un pentagramma ricco di musicalità interiore e di spazio.

 

Fulvio Castellani,

Poeti nella società, Napoli

Anno VI – Numero 30 – Settembre Ottobre 2008

 

                                                                      

Roberto Carifi sulla rivista "Poesia"

 Filippo Giordano, di Mistretta (Messina), mi manda un libro intitolato Minuetti per quattro stagioni (Edizioni Il Centro Storico). A penna, in una delle prime pagine, mi scrive così (ammesso che riesca a decifrarne la scrittura): “A Roberto Carifi. Quando leggerà questa nota ricordi che la penna che l’ha scritta la conservo sulla tasca della camicia, in prossimità del cuore, laddove tengo anche le persone che anche di poesia condiscono il fare loro di ogni giorno”. È una dedica a tutti quelli che di poesia fanno la loro ragione di vita, quindi è una bella dedica. Mi pare che i versi di Minuetti per quattro stagioni siano in sintonia con la natura, con l’estate, con i tigli odorosi, con il vomere che è come un utero “inseminato”, e sono semplici ma mai semplicistiche, si respira aria pura. “Scrive Vincenzo Rossi nella prefazione: “Le due strofe e i sei persistenti versi penetrano dentro le stagioni e di esse fissano gli aspetti più vivi che le caratterizzano. Intanto che il tempo batte le sue ore la vite distende gli ubertosi grappoli nei loro vari colori di maturazione dentro il mite respiro dell’autunno, affinché ne colmi i cesti”.

 

TIGLI ODOROSI

 

Tigli odorosi,

di giorni caldissimi

invocate ombre.

 

Mare, miraggio

di fluide carezze,

amaca azzurra.

                                                                                                Poesia,

N.231/2008                                                                                             

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Commenti più recenti

11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

...
19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

...
25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

...
25.04 | 12:49

QUANDO SI AGGIUNGE UN NUOVO TASSELLO A QUALCOSA DI MISTERIOSO ,C'E' SEMPRE UNA GRANDE GIOIA CHE CI RISCALDA IL CUORE, LA MENTE E L'ANIMA. EUREKA!

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