Se dura l'inverno (prima edizione: 1980)

Recensione di Gianni Amarù su ADIGE PANORAMA

La sicilianita’ di Filippo Giordano in “Se dura l’inverno”

Tratto, di solito, con cautela le opere risultante vincitrici  nei sempre più numerosi premi e concorsi letterari che vengono indetti in Italia. Il motivo è intuibile, se si considera la frequente improvvisazione e il dominante “provincialismo” che ne caratterizza l’organizzazione. Tuttavia, sfogliando “Se dura l’inverno” di Filippo giordano, silloge vincitrice della edizione 1980 del Premio Quasimodo” di Augusta e pubblicata, a cura degli organizzatori, da Seledizioni, mi sono dovuto ricredere.

Si tratta, infatti, di 44 poesie brevi, costruite con buona sintesi ed efficacia comunicativa, dove il tema dominante è la vita degli uomini di un paese di Sicilia situato “sulla groppa dei Nebrodi”.

Una “groppa” dove si sono diradati gli uomini e le speranze ed è stata depredata la cultura millenaria (frantumata e dispersa nei mille ghetti del Nord Italia, della Svizzera e della Germania, dell’America e dell’Australia), trasformata e vincolata con violenza alle precarie certezze della civiltà dei consumi, del sogno della “Coca-Cola” e della società di “tutti uguali”  (monotonamente, all’insegna dei gusti e dei comportamenti conformistici, prevedibili per il potere dei politici romani e i padroni delle grandi industrie lombarde e multinazionali).

Sulla “groppa dei Nebrodi” Giordano intona il canto di dolore di tutto il popolo siciliano, di coloro che sono partiti (ma che vorrebbero ritornare), di quanti, strumentalizzati, criminalizzati, discriminati dal potere economico e politico (“costituzionale” e non), dalla televisione, dal “Corriere della Sera” o dal “L’Unità” o dal “Giornale Nuovo”, nonostante tutto, continuano a vivere caparbiamente la “sicilianità”, seminando continuamente speranze nuove.

Sino a quando? Di certo, si sa, per memoria storica, coscienza e temperamento di popolo, che sarebbe terrificante, ma grandemente liberatorio, se risuonasse ancora sulla “groppa dei nebrodi”, nelle gole dell’Alcantara, sulle rovine di Selinunte e di Kamarina, l’eco di “Antud”, l’antico e sanguinoso grido di guerra dei Vespri.

Gianni Amarù

Adige Panorama – Bolzano

N. 44 – Giugno 1981

 

Nota di DINO PAPETTI su Alla Bottega

La raccolta ha vinto il 1° premio “S. Quasimodo 1980”. Si tratta di liriche che coprono un arco di tempo che va dal 1976 al 1980 e descrivono il preciso e compiuto itinerario poetico di Filippo Giordano: dai temi ricorrenti di un mondo contadino e arcaico, coperto di filari di miseria e di oppressione, e bagnato dai sudari dell’ignoranza imbelle segnata a sangue sulle braccia vendute–comprate Giordano passa rapidamente alla problematica d’una cultura preindustriale , là dove la plebe deve continuare ad essere plebe per altro tempo, là dove la fatica si inserisce a cavallo dell’emancipazione e del dolore. “Piano si alza il sipario / sulle felci infreddolite dalla luna / che dispare / ingoiando l’eco dei cani. / Poi quel tratto di strada / dove vigilano / minacciose sentinelle/ i cipressi in fila / e il cuore si raggrinza / per allargarsi invece all’erba / appena mietuta sotto i gelsi. / E finalmente il mio mandorleto / col grano tentennante ai piedi / e il salice di guardia alla fontana / e il torrente magro / dove vivevo le mie lotte con le rane… / … Ora l’alba preme sui vetri”. Ma della cattura a vuoto d’una nuova dimensione vitale l’uomo-poeta del Sud rimane impagliato nell’urlo-rifiuto, nel delirio d’una terra sempre in fiore e sempre in ginocchio, nell’accusa al passato nefando ed al presente d’inganno: un piccolo universo di rivolte e di amare, stanche retoriche sul dramma più grande… più facile l’esodo (l’autostrada… veloce… l’automobile a tutti) in terre lontane , più facile dilatare così il deserto nel vasto silenzio del passato  o nel caos rumorso delle beffe sociali, della pazzia dentro l’angelismo esemplare dei valori traditi, dentro l’orrore delle vite divenute museo.

Eppure, in questo groviglio di situazioni, Filippo Giordano sembra nascere ancora alla spuma del mare e di Venere, sembra triturare lo sgomento di ataviche paure nel risvolto di una diversa coscienza, sino a giungere alla secchezza, (forse lacerante, talvolta ci pare soltanto a livello epidermico di nausea, di sgomento) di un’analisi dinamicamente sicura e di contenuti e di forma: “…Noi ci stiamo / con una mano a Messina / l’altra a Palermo, testa sui Nebrodi,  piedi a Capopassero)…un po’ crocifissi”.

Abbiamo così una serie di composizioni particolarmente connotative, strutturate secondo un verso breve ritmato con cadenze rapide e pregnanti, dove le immagini da un lato scosse, e diremmo, strappate a forza da un contesto quotidiano, s’allargano a una significazione semantica più universale e riflessa, e pervengono a una dimensione di denuncia, senza tuttavia cadere nella grossolana ma, insidiosa trappola di un convenzionale impegno socio – politico o nell’ormai rituale vitalismo pseudoromantico, passato e presente male di tanta nostra letteratura: “Eppure esistono le spalle sensibili / al peso delle ingiurie. / Le teste pronte a diventare protesta. // Dieci giorni di sciopero:/ i problemi appesi ai cartelli: / grugnito sputato al vento. // Siamo ritornati all’ovile / stritolati da catene secolari: / anelli di rassegnazione intrecciati.”

E certo, se dal punto di vista formale la raccolta presenta una sua omogeneità d’impostazione, di ricerca stilistica ancora in movimento ma già saldamente matura, come dicevamo all’inizio, ci piace ricordare la capacità di decantazione delle passioni più violente, la gioia di sorprendere il lettore con la schiettezza d’immagini solari, l’incanto sciolto nella rete attenta della ragione: un fare poesia sensibile alle possibili fughe dell’uomo, alle determinate indeterminate felicità dell’esistenza, ed insieme, la lucida pena di affrontare le stagioni della vita con solidale decisione e comprensione, fuori e dentro le tragedie, sopra e intorno alle cose e per le cose, per crescere e passare nel cuore, senza tante definizioni, spogli di metafore e di sillogismi.

Un modo senz’altro positivo di tentare il superamento di un formalismo convenzionale e di avanzare nella rarefazione rigorosa del verso una selettività a livello anche delle più semplici strutture semantiche e sintattiche, mantenendo ben saldi i riferimenti a quella controllata elaborazione che è propria della migliore tradizione del novecento italiano.

 Dino Papetti

 Alla Bottega, Milano

 Anno XIX, - Gennaio-Febbraio 1981    

       

Nota di Carmelo Ciccia su LA PROCELLARIA

Filippo Giordano è un siciliano (di Mistretta) che ha conosciuto la disoccupazione, l’ingiustizia sociale, la rabbia, la ribellione; e perciò grida alta la sua parola. Ma il suo grido non è vuota retorica o sola ricerca tecnico-linguistica: il poeta, ché di un vero poeta si tratta, si è fatto portavoce di tutti quelli come lui che continuano a soffrire in questa generazione e degli altri che hanno sofferto nelle precedenti e giacciono “nella pace del Signore”.

Si tratta, dunque, di un poeta impegnato, nell’accezione migliore di questo aggettivo; di uno che ha messo le sue capacità espressive al servizio del suo impegno politico-sociale oppure, viceversa, che è riuscito a sublimare e rasserenare le tensioni, le inquietudini e le frustrazioni di un’amarissima condizione umana in versi di autentica poesia.

Francamente questo sbocco ci consola, perché ci fa capire che, nonostante tutto, il Giordano crede ancora in qualcosa: crede nella poesia, non soltanto come insula felix, ma anche come forza penetrante e dirompente, come messaggio, come sostanza di cose sperate.

All’insula felix fa da contrasto, è vero, l’insula infelix: la Sicilia con tutte le sue piaghe, che poi sono le piaghe di tutto il Meridione; mali antichi e nuovi dovuti più alla cattiveria dell’uomo stesso che a quella della natura, contro i quali i soliti “lupi”, mestieranti della politica, altro non sanno offrire che l’ululato di parole non tradotte come libertà e democrazia, “arroccati dietro i loro portafogli”. Perciò la Sicilia è vista come “Incomparabile triangolo, s’è detto / in teoremi di forme. Noi ci stiamo… /un po’ crocifissi”.

Leggendo e rileggendo queste 44 composizioni, il nostro cuore si gonfia di tristezza di fronte ad una rassegna di disperazione. Disoccupazione, concorsi-beffa, emigrazione, violenza e teppismo, P38, flauto-mitra, suicidi, sfilate di morti, fantasmi di emigrati, terremoti funerali, campane a morto, tradimenti, condanne da parte di vecchi e nuovi Sinedri, carcere e… un numero che ritorna con ossessiva ripetizione nella seconda parte del libro. Due-otto-cinque. Eppure in questa rassegna di disperazione, trovano spazio quadretti idillici e arcadici: “E’ luglio e le riviste” (in cui un contadino, irrigando in piena estate, mentre le spiagge sono piene di turisti, conosce come unica e ultima sua spiaggia solo le “conche” ripiene d’acqua del suo “giardino”) oppure “Sulla groppa dei Nebrodi”, “Fiori e petali” e altri, specialmente con paesaggi siciliani.

Dopo un discorso di questo genere, tutto particolare, qualche lettore sprovveduto potrebbe essere tentato di star lontano da siffatta poesia; e lo stesso poeta in chiusura si giustifica di poter offrire al lettore solo questo “rantolo”. Ma questo sprovveduto sbaglierebbe di grosso, perché, in realtà, Se dura l’inverno (emblematico questo titolo!) è uno dei migliori libri di poesia apparsi in questo biennio: ne sono prova il premio – pubblicazione (1° premio) “Quasimodo” attribuito alla silloge ancora inedita, il premio “Città di Marineo” e altri riconoscimenti conseguiti dal Giordano. Non abbiamo motivo di esagerare o di adulare se affermiamo che l’altezza espressiva di questo poeta attinge spesso i vertici della poesia, con modulazioni e cadenze che sanno di tragedie e cori greci, come in “Dodici lune” ad esempio, e altrove.

Per questo il lettore attento, appassionato, sensibile e intenditore non può non essere felicissimo che vengano alla ribalta poeti come Filippo Giordano e che questi poeti continuino a credere nella poesia come necessaria catarsi, dandocene ancora validi saggi, per un mondo migliore.

Carmelo Ciccia

La Procellaria, Reggio Calabria,

Aprile – Giugno 1982

 

                                                                                

 

Nota di Nino Genovese su IL PUNTO

SICILIA AMARA

 Il volume del mistrettese Filippo Giordano (vincitore del premio Quasimodo 1980) ripercorre certi moduli espressivi dell’ultima stagione poetica contemporanea, quella, per intenderci, che – lontana da spericolate avventure linguistiche – riesce a fissare in immagine poetica una materia che è vita stessa dell’uomo, in quello che ha di contingente e di necessario.

Dispiegandosi su piani espressivi concreti, scanditi da un ritmo lento, quasi sonnolento, la poesia di Giordano riesce ad oggettivare una realtà primaria di una Sicilia geograficamente e storicamente connotata, alla quale l’autore è legato in radice e di cui recupera motivi affettivi, stimoli psicologici, momenti specifici di storia, di vita e di società.

La Sicilia (vista in quella problematicità che trascende gli eventi isolati: miseria, disoccupazione, emigrazione, noia) diventa l’idea poetica della raccolta, risolvendosi in un dialogo costante con questa terra richiamata sulla pagina con sorprendente incisività mimetica: “Agosto. Sono tornati / uomini fatti di saluti agli amici / dispersi nell’anno a Torino o chissà / e ora ritrovati (…).

Reale presenza, più che impressione o nostalgica “eco” di memorie, il mondo siciliano costituisce il plancton naturale di cui si nutre la poesia di Giordano, se è vero che anche in una raccolta più recente, I fili si allungano verso i balconi (Edizioni della Società Storica Catanese, 1981, L.5000) il piano tematico rimane immutato, ritornano i richiami frequenti dell’autore al suo mondo, all’humus di atavici conflitti e di assurde speranze; ritorna il tema dell’emigrazione e della disoccupazione, che ci pare il più ricco di implicazioni, variato ma pur sempre drammaticamente uguale a se stesso: Cresce uomini / e subito li espelle / Mistretta. / E vedove bianche / attendono mariti. / E al morto del giorno / si piangono anche i vivi.

 Nino Genovese

 Il Punto, Milazzo

 6 Febbraio 1982

 

 

Nota di Nino Agnello su ADIGE PANORAMA

La prima sezione della silloge si apre con una esemplare composizione ritmata sul cammino memoriale che con un salto all’indietro “alza il sipario / sulle felci infreddolite dalla luna” . Qui è implicito l’impatto col presente reso a nudo col verso epigrafico “Ora l’alba preme sui vetri”. In questo testo è contenuto tutto il discorso poetico che Giordano va sviluppando via via sull’onda del ricordo e con l’amara constatazione del tempo presente – con tutte le amarezze, attese, ansie, e paure del presente privato e sociale (Disoccupati I, II, III, Nomi qualsiasi… Eppure esistono…) e sotto lo stimolo di un passato riemerso, limpido nei toni e nell’andatura (Lievi ondeggiano le canne, La vendemmia), amorosamente accarezzato e ricomposto nei suoi tratti umani, gestuali, quasi sacrali (Era giugno con giri di mulo).

Mi sembrano queste le due componenti, le due linee tematiche che si intrecciano e si rincorrono mescolandosi, e con apparente distanza del presente dal passato, senza concessioni però al pericolo della retorica. C’è un controllo estremo dei mezzi espressivi, pienamente equivalente al pudore di un riserbo, di un freno interiore.

Il presente, l’attuale, il quotdiano prende più ampio posto nella seconda sezione e si dipana con la dovuta misura dell’essenziale, ma ora esplode nei toni della rabbia, della satira, della ironia, ora si purifica nella mestizia dell’elegia (“Una fetta di rabbia e l’altra di dolore” “mentre andiamo al calvario dell’ignoto”).

Nell’insieme si nota subito il tocco di una mano esperta e scaltrita, una sensibilità fresca ma controllata, un linguaggio essenziale, icastico, incisivo, sia pure non scevro di qualche convenzionalità o di qualche arditezza, e spesso nitido in linee di composta riuscita armonia.

Nino Agnello

Adige Panorama, Bolzano

Anno XIII, n.49 – Settembre 1982                                                         

Nota di Elisabetta Salati Di Iaconi su SILARUS

Il messinese Filippo Giordano, molto attivo nel campo della poesia, con questa raccolta ha vinto il premio-pubblicazione “Salvatore Quasimodo” 1980. La sua isola rivista con gli occhi della “infanzia incavata nella memoria” emerge spesso nel mare delle osservazioni, sulla corrotta via contemporanea, come uno scoglio consolatore. Torino è il nido di solitudine di tanti emigrati meridionali, “agrumi trapiantati sulle alpi”. I suoi versi scabri di fattura moderna da cui traducono fatalismo e rassegnazione, sono spesso una denuncia. Le figure più dolenti sono quelle dei braccianti, mentre sui politicanti e sui burocrati cala il pungolo dell’ironia. L’amarezza prende continuamente alla gola l’autore che si arrende soltanto di fronte alla natura, alla invidiata primavera di quell’ “incomparabile triangolo” che è la Sicilia.

Elisabetta Salati Di Iaconi

Silarus, Battipaglia,

n.93 – Gen./Feb. 1981.

 

Nota di Onofrio Lo Dico su AUSONIA

Impegnata, carica di nuovi fermenti sociali, in un linguaggio polemicamente dichiarato sostenuto da “un breve mazzo di parole colto dall’usato”, la poesia del Giordano riprende i temi noti dell’esodo dall’isola, della rabbia impotente, dell’attesa tradita, della vuota rassegnazione, temi – passaggio obbligato di un’eredità, di un’appartenenza a una terra e a un tempo storicamente definiti, per scuoterne la sopravvivenza, le radici alla luce di una nuova coscienza sociale che tenta fratture col passato e non si sente più disponibile all’atavica rassegnazione. E il quadro della realtà si allarga: accanto alla presenza del disoccupato l’angosciante risposta degli uomini nuovi con i drammatici interrogativi del loro nuovo linguaggio. L’isola non è per Giordano tempo mitico, arcadia, ma realtà in movimento, dove l’uomo cerca il riconoscimento alla sua umanità.

Onofrio Lo Dico

Ausonia  (Aurisina, Trieste)

Anno XXXV – n.5-6, 1981

 

Nota di Selim Tietto su IL TRATTO D'UNIONE

Pur necessari, in arte i confronti sono sempre odiosi; e maggiormente lo diventano quando siano riferiti a messaggi (meglio, linguaggi) che prescindano totalmente dalle possibili mercificazioni. Proprio perché in essi linguaggi pulsa una umanità dichiarata e al di fuori del facile “inganno”. E chi scrive versi, in fondo, chi si esprime in poesia sa benissimo le contraddizioni che subisce il libro prima di diventare tale, e le contraddizioni che ancora sopporta nell’acquisita veste dopo. Per questo torna gradito il presentare poeti non facilmente comparabili tra loro, e dal punto di vista contenutistico e da quello estetico. Anche perché ognuno ha tracciato la propria strada ed ha già programmato (almeno così agevolmente si legge) il proprio itinerario.

Filippo Giordano, in ordine di lettura, ci si presenta col suo “Se dura l’inverno” (Seledizioni). Vincitore premio “Quasimodo” 1980, è cantore, ma anche tribuno!, della vissuta realtà meridionale. Con versi carichi e tesi, in composta e tagliente denuncia, sa unire alla chiarezza dell’analisi che inchioda: “E la rabbia macina la strada. / Ed è una beffa Pasqua che arriva”. Una parola-sassata, che però trova anche momenti per farsi dolcezza, amore, che sa tradursi in umanissima dimensione: “Ti amo. Ben altro che questo effimero / canto di cicala vorrei alzarti, / amore; toglierti dai saturi fogli / di fiori e petali. Tu invece perdona / questo breve mazzo di parole / colto dall’usato”.

(…)

Che dire dunque, se non che questi nostri giorni travagliati ed inquieti hanno anche altre credibili letture? Nuovo Rinascimento, com’ebbe a sostenere Alberoni? Forse no (il dubitativo soltanto per non essere trancianti). Ma un panorama, almeno in prospettiva, del pianeta-uomo diverso dalla visione disperata che certa apocalisse dominante vorrebbe, in modo del tutto disinteressato…

Questi volumi comunque ci aprono alla speranza. E non è poco, tra tanti che amano definirsi poeti.   

 Selim Tietto

Il tratto d’unione, Brindisi

n.5,  Sett./Ottobre 1981

 

Nota di Teresio Zaninetti su LOGOS

La poesia d’apertura (“Sulla groppa dei Nebrodi”) della raccolta “Se dura l’inverno”, di Filippo Giordano, è insieme preludio e condensazione d’una problematica tanto ricca, quanto felicemente giostrata attraverso ritmi, cadenze, spartiture organiche. Il suo specifico grado di movenza sta nella continuità, da una parte, del verso oltre il verso – al quale ciascuno di essi si piega spontaneamente, formando una specie di multiforme e particolare circolarità, talora polisegnica – e, dall’altra, nel susseguirsi concatenato dei fatti, sempre in bilico tra passato e presente (ma quasi senza spacchi evidenti, almeno a livello linguistico), in dialettico e contrappositivo rapporto. La rievocazione (o rielaborazione) di una “infanzia incavata nella memoria”, poi di adolescenziali abbandoni e ruvidi furori, e poi ancora di giorni e giorni sempre più stretti e ammorsati in “l’alba preme sui vetri”, fa riemergere, a vari piani esistenziali, il passo obbligato e implacabile del tempo, riuscendo infine il poeta, proprio tramite i differenti passaggi temporali, a delinearne un tracciato che converge nel duro, aspro mondo della quotidianità anonima e alienante, che sottintende rabbia, impotenza e rassegnazione.

Sogni, illusioni, dolcezze e timori, infatti, oggi si tramutano, da astratte ma vivide presenze com’erano, in “minacciose sentinelle” che pongono il divieto alla fantasia, ad una libera, naturale esplicazione di sentimenti  (Batte il cuore all’orologio: / vive. La mattina non prende / caffè come talaltri; brucia, / robusto, le tappe al millesimo / Pompa / batte / monta… cento / esatti secondi /sopra la donna”), umori, impressioni, desideri. La crosta dell’abitudine, l’annullamento dell’individualità in quanto tale (resa, più che altro, lancinante solitudine), frantumano la presenza di ognuno nella macina d’un ingranaggio per il quale l’essere umano si fa oggetto fra oggetti e dal quale la sconfitta viene decretata in anticipo. Pacata e sofferta, meditata quanto basta perché non rimanga semplice sfogo ma, anzi, oggettivazione inequivocabile, la poesia di Filippo Giordano viene porgendosi come lucido, razionale, accorato momento di riflessione. Le pause temporali, ripercorrendo un cammino difficile e pericoloso, si muovono come arti piagati e mutilati  cui non sono consentite incertezze né soste. I brividi che, durante la lettura, salgono al cuore di chi legge hanno il sapore dolce e insieme terribile dell’impatto col reale. Sempre, in Giordano, il reale si mostra brutale e implacabile, inatteso e inarrestabile, nel suo carnevalesco variare di eventi e di formule. Le ferite si raggrumano, l’istinto porta l’uomo a difendersi con spasimi indicibili e la sua nudità diviene ancora più esposta e vulnerabile (“Mio confine è la pelle. / E mi dondolo umile nella tana”). Tanto che gli stessi ricordi, offesi nella loro genuinità, si ripresentano come beffe, come menzogne che rendono di tanto più crudele il calice del vivere.

Il salto dall’individuale (in senso lato) all’oggettivo, in Giordano avviene gradualmente, mediante un verseggiare lineare e tranquillo e un disincanto che, all’apparenza, può ritenersi sereno, ma mai abbastanza da non lasciare intuire la sofferenza, quell’acuto dolore che, con esatta misura, va ad indicare il carnefice in quella realtà sociale che tutto determina. Ottima, in questo senso, la poesia “Libertà”, dove l’accusa si avverte avvoltolata in una controllata tensione, ma contemporaneamente rovente: “Quasi trentenni con speranze / ora confinate nelle liste speciali, / condannati a non avere un figlio / per non poterlo crescere. / Intanto dal pulpito / della roboante parola non tradotta, / arroccati dietro i loro portafogli, / ululano democrazie i lupi”. Parrebbe ovvio, da qui, il ritrarsi, il cercare una tana dove lasciarsi guarire le ferite (“Il giorno è esploso / e ora cade in minuti frammenti / sulle radici del domani. L’ansia / è l’attesa che da qualche fessura / del loculo apra una breccia / alla vita un remoto canto di zufolo”). Proprio la naturalezza primigenia, l’orgasmico rapporto con la natura e con le cose viste e godute con altri occhi, spingono invece l’indagine e lo scavo verso una disanima attenta: “Il grande Sinedrio s’è espresso, /s’esprime il piccolo Sinedrio. / Un giorno va e l’altro torna / infinita nenia di marranzano. / Ove cadrà Domani? E come incolpare / quei suonatori di flauto – mitra / che hanno inventato un nuovo minuetto?” La realtà e la falsità della realtà, ovvero i suoi duplici aspetti, viene espressa da Giordano con incisività esemplare; in cui la pena dell’uomo non riesce, in ogni caso, a nascondere ciò che potrebbe – o dovrebbe- essere: “e non l’ombra / d’una quercia robusta nel folto / d’un bosco che nessuno pianta”.

Teresio Zaninetti

Logos, Milano

Gennaio / Febbraio 1983       

Nota di Giacomo Ferro su Adige Panorama

Collaboratore assiduo a riviste letterarie e poeta di forte tempra è il siciliano Filippo Giordano che con la presente raccolta ha vinto il premio-pubblicazione al “S. Quasimodo 80”.

“Se dura l’inverno” comprende cinque anni di attività poetica del Giordano, il quale può affermare ormai d’aver raggiunto la piena maturità artistica e un suo stile personale. Il poeta descrive nelle varie composizioni di questa silloge la vita semplice e problematica del mondo che lo circonda. Un mondo contadino coi suoi problemi e le sue eterne angosce. Omogeneità, compostezza e spontaneità caratterizzano questo dettato poetico di ampio respiro privo di immagini ricercate, di parole forti, di forzature stilistiche. Pur nella loro brevità le poesie racchiudono tutto un messaggio di tacita ribellione, di speranza forse in una stagione più bella per il nostro sud così ancora depresso e misero.

Significativi e singolari sono le immagini asciutte e garbate con le quali il poeta esprime la realtà contadina siciliana. È una cronaca agreste e sofferta dove, seppur limati, riaffiorano i ricordi infantili del Giordano quando “intriso di polvere di paglia” partecipava ai lavori del padre ormai “vecchio che non semina più”. Quello stato di cose vissuto dal poeta in prima persona negli anni giovanili, oggi purtroppo, avverte con cambiato: dura ancora l’inverno per la gente del sud.

Disoccupazione, emigrazione e sfruttamento sono i temi espressi con tono mai polemico dal nostro poeta ricco di umanità e di sensibilità sociale. Spera il poeta che questa Sicilia possa conoscere una vera estate, dove soprattutto i giovani abbiano un futuro migliore che sembra loro negato giacché niente ha fatto lo Stato per migliorare questa situazione drammatica dove “i triti problemi restano cancro”. Poche, tuttavia avverte il Giordano, forse sono le speranze per un futuro di sole dove non ci siano più giovani “condannati a non avere figli per non poterli crescere”.

È dunque una poesia molto impegnata dove affiorano le pene della miseria e la speranza di una redenzione sociale.

                                   Giacomo Ferro

                                   Adige Panorama, Bolzano

                                   Anno XIII, n.47 – 1982

Nota di Stefano Valentini su LA NUOVA TRIBUNA LETTERARIA

A prima vista il tono di Giordano può apparire dimesso, cosicché questo piccolo libro rischia, se scorso frettolosamente, di passare quasi inosservato: ma certi squarci lirici (a cominciare da  quelli di tono civile e “politico” in senso nobile, nei quali l’oggetto è la miseria quotidiana, la mancanza di lavoro, la disperazione del sud) richiamano alla memoria alcuni momenti del miglior Scotellaro, e qualunque voce induca ad evocare questo nome merita un ascolto attentissimo. Rispetto a quelli del poeta lucano questi versi sono ancora più scabri e meno “lirici”, ma di portata emotiva quasi altrettanto vasta: “Passate le palme uccidono Cristo; / ucciso Cristo alzano lune; a lune alzate attendi chiarore; fra un chiarore e l’altro / si frappongono nubi; / fra nubi e nubi arriva la rabbia. / E la rabbia macina la strada. / Ed è una beffa Pasqua che arriva”. E’ una poesia dolente, armata di una estrema lucidità e di una inventiva leggera ma nitida: “Pazientare, calcolare, votare. / S’allunga intanto come serpente / il giorno rinserrando sconfitte. / E quando / alle desolazioni in agguato / risponde una scheggia di pazzia / prima di sollevare la condanna / si permetta uno spazio di dubbi / a chi sosta sulle braci dell’attesa”. Dilagano amarezza e disincanto (“D’amara risacca è viva / l’onda infranta sullo scoglio”. “Siamo cresciuti con teste / di preoccupate formiche / e la canzonatura è… /che abbiamo raccolto zero”), tuttavia attenzione: la poesia non consola né sarebbe giusto lo facesse, ma una denuncia espressa in questa forma non è, per questo, meno denuncia. Anzi.

 Stefano Valentini

 La Nuova Tribuna Letteraria,

 Abano Terme, Nov / Dic 1994

 

Nota di Carmelo Vitellaro sul sito www.ilmiolibro.it

Un rantolo d’acqua che evapora
Leggendo mi è subito ritornata alla mente la canzone di un altro poeta: "Inverno" di De Andrè. Al primo ascolto triste ma in realtà semplicemente malinconica. "Se dura l’inverno" significa che l’inverno è cominciato (forse un tempo lontano è stato pure estate), che siamo in inverno, ma anche che l’inverno finirà, pur non sapendo quando. E’ il desiderio, la malinconia, la tonalità in cui suona Giordano. La Sicilia c’è tutta: i campi, il bar, l’ufficio di collocamento ... Torino ... Oggi, per quanto riguarda la letteratura dell’isola (ma anche per certo cinema emergente), si parla tanto di sicilitudine. La sicilitudine non è altro che uno status-sentimento (naturale per noi siciliani) che si traduce in sicilianità! E che forse solo noi possiamo pienamente capire, infatti, solamente un grande maestro siciliano come Cammilleri lo ha potuto ben spiegare. "Se dura l’inverno" è imperniato di sicilianità, anzi, essa è la sua essenza, la materiadi cui è plasmato, sino a esprimerne i tratti meno prossimi e più particolari come, per esempio, l’emigrazione. Nonostante ciò rimane: 1-Universale: il "discanto del disoccupato" è la chiave di lettura (magnifica) doverosa e costante, attraverso la quale non si deve dimenticare di leggere tutta l’opera (e oggi la disoccupazione non è più una piaga solo siciliana); 2-Compatto: in barba alla brevità dei componimenti che, in questo raro caso, si traduce in pregio perchè le rende prive di superficialità ed è sintomo di sudore; 3-Attuale: nonostante la data di composizione, l’opera non è anacronistica nè temporalmente nè tematicamente (in particolare, ripeto, la disoccupazione, oggi, non è più un problema solo siciliano). "Se dura l’inverno" è impegnato al punto giusto, giustamente senza reggiungere estremi a volte inutili. Emerge, potente e leggera, l’indiscutibile bellezza naturale e storico-artistica della Sicilia ma anche gli ormai millenari problemi dell’isola (la prima rende ancora più amari i secondi). Giordano, insieme alla malinconica (perchè la fine sembra ancora lontana) certezza che l’inverno finirà, non può darci la sicurezza di cui si necessita nella caldissima Sicilia, "non l’ombra di una quercia robusta" ma un "rantolo d’acqua che evapora (ruscello percosso dal sole)".
                                                                      Carmelo Vitellaro

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Commenti più recenti

11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

...
19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

...
25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

...
25.04 | 12:49

QUANDO SI AGGIUNGE UN NUOVO TASSELLO A QUALCOSA DI MISTERIOSO ,C'E' SEMPRE UNA GRANDE GIOIA CHE CI RISCALDA IL CUORE, LA MENTE E L'ANIMA. EUREKA!

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