Il canto dei paesi (Ditirambi, lai e zagialesche)

Recensione di Norma Malacrida su "Cultura e Prospettive" n.7/2010

Ditirambi, lai e zagialesche (Il canto dei paesi) 

E’ una raccolta di venti componimenti lirici medio lunghi, espressi in uno stile esperto ed accurato che, pur rimanendo al di fuori degli stessi riferimenti formali e tecnici espressi nel titolo, determinano nel corso della versificazione rimandi sonori e fonici capaci di imporsi per fluidità e gradevolezza, in una libertà di rappresentazione che sa farsi canto suggestivo e accattivante.

Ditirambi, lai e zagialesche, composizioni corali arcaiche, risultanza di armonica fusione di poesia, musica e danza molto in uso nell’antica Grecia e nel Medioevo per celebrare manifestazioni religiose e vittorie o accompagnare cortei in forma di grande esaltazione collettiva.

Molti poeti e letterati, nel corso dei secoli, hanno attinto e utilizzato forme metriche e strofiche legate a tali modelli (Nietzsche utilizzò il ditirambo come strumento di versificazione in molte poesie e per esprimere la sua filosofia nell’opera maggiore. “Così parlò Zarathustra”).

Filippo Giordano le richiama nella titolazione del testo ma se ne discosta, forse incalzato dalla forza d’onda della sua creatività e delle sue emozioni che hanno scaturigini in una interiorità attenta alla vita in ogni manifestazione. In un mondo dove spesso la poesia si fa strumento mediocre per apparire, involucro del nulla, (o neanche) senza luce, sapore, profumo di pensiero che s’imponga, egli ne recupera il senso vero in un concetto esperienziale che non si attua nell’estetica, nell’esigenza snobistica di essere poeta a tutti i costi o in forma asettica, affannosamente cercata e “ricercata”, ma si trova nell’azione e si fa voce di eventi esistenziali, nella tensione di dire per far conoscere perché si mediti in vista di positivi cambiamenti. Egli penetra la realtà, ne assorbe le essenze, come ape che bottina nettare dai fiori, lo rielabora, scomponendolo nelle sue parti, nei meandri segreti di un’anima vigile e attenta a non lasciarsi sfuggire il minimo particolare e la riporta in superficie, sublimata, in messaggi chiari, fruibili di una religiosità laica che non predica, non grida, ma dice e interroga Dio. Ma lo fa sommessamente, senza irriverenze, con uno sguardo rivolto al passato che ritorna “come onda che si frange sullo scoglio”, ma non diventa immotismo sterile che ferma e impaluda la vita in vuoti sentimentalismi e rimpianti, perché la sua mente, mentre accarezza il presente con un misto di malinconia e “qualche spina d’ironia” per il male del vivere, forse per esorcizzarli, si proietta nel futuro di una speranza non proclamata, quasi nascosta ma presente di bene.

Il giorno della festa del Patrono, per il figlio, diventa un’occasione per divertirsi, “per saziarsi fino all’orlo” nel “debito conto” che /il brivido sottile delle spine / è / a margine del profumo della rosa/ e “che inciampare dentro il fluttuante fiume / di umane acque lungo la discesa / dietro la statua del Santo, sulla scia degli avi, può indurre il Santo Protettore a fornire i giovani di ali per volare, rimanendo tra le vie del proprio paese, affrancati dalla piaga dell’emigrazione che ha indotto i padri a partire e a vivere in “lazzaretti di quartiere” in luoghi lontani e in condizioni coatte e alienanti. L’emigrazione, dunque, “un oleandro luminoso dalle foglie belle ma tossiche” come vera piaga sociale che deborda in ogni parte del mondo, una tematica che sta molto a cuore dell’autore e, contro la quale, egli non ha alchimie se non la sua struggente partecipazione che si fa protesta e dolore come nel canto: “Mare nostrum”, un omaggio a Maria Messina, scrittrice palermitana di notevole limpidezza narrativa, anch’essa costretta ad emigrare per sfuggire ad un destino di stenti e di mediocrità ed esercitare la propria libertà interiore, divenendo voce di tanti che, insieme a “paesani nostri”, come nota Giordano, in un ulissiaco viaggio senza ritorno, hanno soltanto l’Atlantico, sgomenti, per inseguire il sogno di una vita più agiata col “soldo guadagnato”; un viaggio che si ripete, talora in forme mostruose, per migliaia di disperati che / sui barconi alla deriva / buttano i figli morti al “Mare Nostrum” nei nostri giorni disumanizzati, dominati dal bestiale, insensata egolatria. Ma Filippo Giordano ha in sé la filosofia del buon vivere che s’impernia nel movimento dell’uomo interiore che dimostra nelle sue opere di non impoverirsi  mai nel ruolo di turista che fotografa la realtà e colleziona inutili foto per il piacere angusto di collezionarle. Egli si fa costantemente attore che pensa e agisce in una tensione verso l’alto, verso il più nobile, il migliore rispetto al mediocre e al più basso, avendo un’alleata che mai tradisce e delude: la Poesia: /soave luce / che fluttua lieve sopra le parole / la lucciola adagiata sulle secca / erba del prato nella oscura sera/.

Ma soprattutto ha l’amore per la sua gente con cui si ritrova in un rapporto famigliare allargato che l’appaga e lo completa me che pure lo pone in una condizione di sofferenza, nel pensiero di chi è andato lontano e, solo di rado o per caso, ritorna al “luogo-tempio”, per goderne profumi e Natura, assalito al primo arrivo del vento caldo dei ricordi, sopiti ma vivi di primi amori, di goliardia, di lotte, “indottrinati”, per imporre ideali nuovi in giorni di giovinezza lontani, di sacrifici, di proteste, che hanno condotto “in sella ad un cavallo” si, ma bisogna faticare per restare in sella. Ma  “i figli, i figli nostri a terra, / forse oggi non li comprendiamo”. Versi che marcano l’insicurezza,  la perdita a-priori nei nostri giovani di speranza in un futuro sereno che li accolga e li inserisca in una vita di sicuro, onesto lavoro. Anche se, tra verso e verso spesso s’affaccia una visione pessimistica della vita, Giordano la scherma e la ricompone in una forma di giovialità e d’ironia che attinge alle sorgenti di valori ancestrali, all’humus di una cultura millenaria che si è fatta storia, all’amore per la sua terra e per le semplici gioie quotidiane, alla Natura, bella di frutti, d’erbe, di opulente rose canine, dell’albicocca di Tatà, di animali; della luna che, improvvisa, appare come innamorata semivestita che impudicamente lo guarda negli occhi e, intrigante, gli sussurra: “Sono tutta qui per te,  sono tutta tua” Il tempo per un’emozione, un attimo, e  /con ritrosia s’alzò nel cielo per illuminare tutti /.

Come la bellezza che appare dal buio della psiche come un folletto e, come un folletto scompare nel fluire rapido e inclemente del tempo. Versi intensi e leggiadri, magia della poesia e dell’arte di chi ha ideato la copertina del libro!

Le poesie di Filippo Giordano si leggono d’un fiato, si lasciano e si riprendono per scoprirle e assaporarle al meglio nella loro armonia di stile, di forma e di significazione e ricavarne un ritratto d’anima e di poeta che s’impone e rimane.

                                             Norma Malacrida

                                             Cultura e Prospettive n.7/2010 

Recensione di Franco Maria Maggi su "La Gazzetta di Bolzano"

La presenza del Daimon, un segno di salvazione

POESIA D’INCANTAMENTO

Autore siciliano raffinato, Filippo Giordano si presenta con questa silloge impreziosita da “incantamenti stilistici”, per farci conoscere un suo particolare  cosmo musicale corredato da ballate zagialesche, ditirambi, lai e “beltà poetiche”. Stilemi, morfemi, semantemi si alternano ad altre connotazioni stilistiche quali possono essere le sinafie e sinalèfe oppure l’impiego costante del gerundio per sottolineare una “temporalità” dei sentimenti, irreversibile nella sua spiccata dia cronicità. Poesie di speranza ma anche di profonda e ardimentosa progressività, fatte di fantasmagorie o fascinazioni naturali dove gli elementi estetici come il cielo, i fiori, i castelli, le acque, frane, roveti, diventano pregnanti di “Naturlichkeit”: (da “Il mondo dentro la quiete”) … quando si amplierà a questa figlia / l’orizzonte a tutto il grande globo / vorrei che, serena, ricordasse / l’immagine animata vegetale…”. Il liricismo, positivamente paludato di Giordano, è contrassegnato da metriche interpersonali, da canti liberi in cerchi di gravità dove la provvisorietà dell’esistenza fa sempre capo ad una trascendentale fede nello spirito creativo. La presenza del Daimon è pronta a dare salvazione ma anche a estendere il sentimento verso una normalità che non ha più per sfondo la “prova ontologica dell’esistenza di Dio”? E’ poesia calibrata, mai sconsacrata o sacrilega, sempre altamente spirituale che, però, lega la forma, ma, talvolta, la caratterizza uninominalmente, ad un Logos in cui il nulla attraverso la poesia si dirada nell’immateriale”: (da “Dubbio magistrale”) “…Penso, dunque sono minuscolo / granello di sabbia nell’immensità, / sale che le meningi spreme / sul caos e sulle forme del Signore”.  Immagini della memoria si susseguono penetrando l’obiettivo – psiche, sussumendo figurazioni imperscrutabili, indagando la coscienza e il suo fluire verso esponenziali fenomenologie. La compulsione “poietica” di Giordano rappresenta la genesi della sua illuminazione, arricchisce il suo iter, infonde persistenza e consistenza al suo “mondo mitico”, soprattutto al suo lucreziano intendere le “monadi” della Natura.  Un volume di notevole “armonia semantica”, rilevante per la parola, sprigionata dalla sinergia “anima-intelletto” con dovizia di tonalità. Filippo Giordano ha dimostrato che la “poésie” può essere qualitativamente apicale.

Franco Maria Maggi

La Gazzetta di Bolzano, n.36/2010

                                                                                                           

Nota di FULVIO CASTELLANI su "Poeti nella Società" n.43/2010

Filippo Giordano, un poeta che si è conquistato alla grande un posto nel diorama della letteratura italiana d’oggi, paragona la poesia ad un solitario maggiolino “perduto dentro un grande cimitero” e ad una coccinella che “dormendo sogna di svegliarsi, come un bel pensiero, / colorata all’alba dal radioso sole / che s’alza dietro le montagne oscure”. Un’immagine questa che conclude la sua ultimissima silloge e che rispecchia appieno il suo traslucido cercare scampoli di luce nel buio e nella penombra che aleggiano al di sopra della realtà, oltre il canto sommesso dei paesi che diventa quasi un lamento e una litania di fronte al dilagante oscuramento della memoria, della semplicità del vivere tradizionale, del dialogante avvicinarsi all’altro, a chi ci sta accanto… Filippo Giordano non concede sosta alcuna al suo dire elegante e ricco di significati reconditi, al suo navigare dentro un Io a dir poco prensile e sensibile, al suo imprimere nidiate di messaggi e di interrogativi, di dubbi e di proiezioni oltre “l’odore del pane caldo / davanti alle porte dei fornai”. È stato scritto che “le parole dei poeti non sono mai riuscite a cambiare il mondo”, ma a far meditare chi alla vita quotidiana chiede tranquillità e serenità, sicuramente sì. Ebbene Filippo Giordano, usando un linguaggio modulato sul filo di gioco a ritroso e di una ricerca costante di bellezza non soltanto formale, apre una grande finestra sui paesi (non a caso il sottotitolo della silloge è “Il canto dei paesi”) che si vanno sbriciolando a livello di presenze umane e non può fare a meno di scrivere, in una singolare poesia dai risvolti amari: “Addio nostro dialetto che muori / in bocca di chi parte e va lontano”. Se questo vale per i paesi e la realtà del Sud, un tanto si registra anche, purtroppo, per ogni comunità paesana della nostra Italia. Ed è un vero peccato, perché nei dialetti sta la vera identità di un popolo e nella memoria la sua storia, i tanti perché dei sogni e di quelle pagine di diario collettivo che ne hanno tratteggiato giardini  di “tenere viole”, “cespugli spinosi”, “la preghiera / di un’altra rigogliosa primavera” che non sempre si verifica e che anzi, sovente, rimane tale solo nelle attese. Una silloge, questa, davvero bene articolata, efficace e che fa meditare, come si conviene alla poesia se è veramente tale (e quella di Filippo Giordano lo è). Il libro si conclude con una attenta e puntuale postfazione di Sebastiano Lo Iacono, e con una “lezioncina di metrica”.

                                                                                                                 

Nota di Giovanni Dino sul sito www.literary.it (Padova)

Trovo affascinante e sempre coinvolgente la scrittura poetica dell’instancabile e produttivo messinese Filippo Giordano il quale è un poeta bravo e colto sia quando scrive in dialetto, sia quando si esprime in lingua, ed è così altrettanto bravo e colto anche quando stila giudizi critici o prepara recensioni o articoli culturali. Quindi abbiamo a che fare con un autore maturo e completo. La poesia di Filippo Giordano non è superficiale o effimera. Egli scrive versi coi quali indaga  e s’indaga sul perché delle cose e della vita. Ma sa anche prendere in giro e prendersi in giro attraverso la scrittura. Nei suoi versi dimora sempre un sole che irradia e riscalda entro una visione poetica del mondo e della vita positiva. La sua produzione è vulcanica con opere sempre agili e spedite e con una poetica sempre in progress verso ritmi e angolature dell’espressione sempre nuove e diverse. Un poeta che cambia registri adattando la sua poesia di volta in volta a un percorso nuovo con freschi effluvi di riflessioni. “Chissà come consolerà il Signore / lungo il tragitto dell’adolescenza / la bimba chiusa dentro la novella / della mamma assunta in cielo / per i fini imperscrutabili di Dio? “ (pag.25). “Qui si affacciano dai monti le giornate, / qui matura la zucchina verdolina / la nocciola, il basilico e il ciliegio / e, sottozolla, va gonfiando la patata. // Qui il tempo lavora tutto l’anno / e tutto l’anno il tempo si riposa / dallo stress delle città febbricitanti / che misurano il tempo col denaro” (pag. 37). A firma di Sebastiano Lo Iacono leggiamo un affascinante ed esaustiva postfazione nella quale fa un’attenta analisi critica e stilistica sull’opera del nostro Giordano mettendone in luce la brillante abilità poetica e culturale.

                                                                                                            Giovanni Dino

Nota di Giuseppe Ciccia su IL CENTRO STORICO n.1/2010

DITIRAMBI, LAI E ZAGIALESCHE

Ditirambi, lai e zagialesche è l’ultima fatica letteraria di Filippo Giordano. Il poeta mistrettese esce con questa nuova raccolta edita da “ilmiolibro”  dopo un silenzio durato un paio d’anni perché si è dedicato ad altre ricerche, appassionato com’è di matematica e principalmente di numeri primi. La silloge si avvale della postfazione di Tatà Lo Iacono, filosofo e critico, e della copertina realizzata dal pittore Mario Biffarella.  Poesia di semplice complessità, parole di canzoni che non potranno mai essere cantate, scritte per riflettersi, senza scosse o dolori, nel vivere quotidiano.

Il racconto di una passeggiata per le antiche vie, il gioco della (e con la) figlia Maria Laura dai bellissimi occhi azzurri, maliosi e magnetici, tre amici al bar, più uno, il poeta, per il rito domenicale dell’aperitivo da Esse Filetto, sono apparenze normali di chi sa toccare corde profonde senza dover ricorrere allo stereotipo del male di vivere. Ed anche quando il discorso si fa più alto, per affrontare l’eterno tema del divino, c’è sempre questa serena levità nel porsi la domanda che contiene una risposta di certezza: “seppure non sia fede consacrata / è lumicino che serbiamo in petto. / Speriamo di ingrandirlo per la strada / che un giorno giungerà al suo cospetto.” La poesia di Filippo Giordano è poesia antica, attraversata da una musicalità incisa nella parola. La poesia, per Giordano, “scorre (…) come un solitario maggiolino (…) dorme, nel buio, solitaria e lieve / e dormendo sogna di svegliarsi / come un bel pensiero”. Giordano continua a essere il poeta di una terra, la nostra, che sta invecchiando con noi e la sua poesia non è fatta per lanciare messaggi esistenziali, ma per recuperare con dolcezza la quotidiana voglia di vita che ancora, per fortuna, ci sorregge.

Giuseppe Ciccia

Il Centro Storico, n. 1/2010

                                                                                 

                                                                                 

                                                                                   

Nota di Maria Antonietta Di Pasquale sulla rivista TALENTO

Ditirambi, lai e zagialesche,

Il libro di Filippo Giordano colpisce i sensi del lettore con la generosa musicalità dei versi, la sorprendente ricchezza del linguaggio apparentemente semplice ma pregno di eleganza forbita, una cornucopia ridondante parole sciolte nel labirintico girovagare dei versi.

Leggere la lirica del Giordano è come affacciarsi su una balaustra sospesa su di un paesaggio incantevole, dove lo sguardo migra sullo scorrere della tranquilla vita quotidiana, dove aleggia un sospiro malinconico che malinconia non è, ma stasi di un occhio attento e disilluso, teso tra una palese e muta ironia ed un enigmatico sorriso giocondiano.

Metafore pacate s’alternano a temperati echi leopardiani, in una fusione emblematica acerba e personale che il Giordano ci dona con la sua serafica condizione di vessillario e mediatore del verbo.

È, quella del Giordano, una poesia pacata, un discorrere lento senza affanni o assilli esistenziali, un mero quadro della vita dipinto con il reale colore dell’umana esistenza, senza arcobaleni improvvisi a spezzare la mediocrità dell’essere.

Non vi è luce di speranza nella poesia del nostro autore, perché il Giordano non la ricerca e non la brama, perché la sua poesia è certezza tangibile, non aleatoria. Gli antipodi si incrociano tra l’essere e il non essere, l’amore e la morte, il divino e l’umano, nell’eterno gioco che fa del dilemma il fulcro della vita.

Solo la bellezza (della poesia) potrà indurre l’anima alla salvezza.

                                                                                                

Maria Antonietta Di Pasquale

Talento (Torino) n. 3/2010

Recensione di Pasquale Matrone sulla rivista LA NUOVA TRIBUNA LETTERARIA

DITIRAMBI, LAI E ZAGIALESCHE

La vita è un mare salato incapace di dissetare, è un viaggio disperato verso un sogno dannato a farsi polvere, è un oleandro luminoso e bello dalle foglie tossiche… Lo afferma con lucida e sommessa voce Filippo Giordano, in Mare Nostrum, una delle liriche più belle di Ditirambi, lai e zagialesche, la sua nuova raccolta di versi, impreziosita dalla postfazione raffinata, dotta e illuminante di Sebastiano Lo Iacono. Con coerenza e onestà intellettuale, il poeta siciliano continua un percorso di ricerca che, negli anni, ha imparato ad affrontare con strumenti sempre più sottili, grazie a un’esplorazione costante e creativa del misterioso e pluridimensionale universo della parola.

Quello di Filippo Giordano è un canto amaro, appassionato, ironico, scanzonato, graffiante, irriverente, lirico, sapiente. Ed è, soprattutto, un canto d’amore, per la sua empatica vocazione a innaturarsi (termine mutuato da Erri De Luca che lo usa come contrario di snaturarsi) nella materia cantata.

Accanto a De Luca, di cui ha scelto un brano come epigrafe del libro, Giordano pone Maria Messina e Giacomo Giardina, due artisti suoi conterranei che, come pochi, hanno saputo dare voce alla speranza dell’umano e nell’umano e cioè alla poesia come poesia, al di là di ogni rinuncia e disperazione. La sua scelta non è casuale; è, bensì, dichiarazione esplicita di poetica, messaggio, annuncio di possibili coordinate utili a percorrere un cammino sempre più accidentato da una ferale mistura di ingiustizie, dolore, contraddizioni, solitudine, angoscia e mistero. Le parole dei poeti non sono mai riuscite a cambiare il mondo, né a innaturarsi nel cuore della gente; ma non serve a nulla smettere di usarle; occorre, invece, insistere, indagarne le potenzialità inespresse, svelarne i segreti. Filippo Giordano ne è convinto: bisogna continuare a scrivere versi, perché talvolta il verso è “una soave luce / che fluttua lieve sopra le parole, / la lucciola adagiata sulla secca / erba del prato nella oscura sera”.

Pasquale Matrone

La Nuova Tribuna Letteraria, n.98/2010       

Nota di SANDRO GROS PIETRO sulla rivista VERNICE

DITIRAMBI, LAI E ZAGIALESCHE

Eco di un canto alluso e diffuso nei borghi e nelle campagne, e propiziato dall’omaggio iniziale offerto al poeta pecoraro Giacomo Giardina, anima bucolica della rivoluzionaria stagione futuristica marinettiana, Filippo Giordano, il poeta di Mistretta, ha pubblicato il libro di poesie intitolato Ditirambi, lai e zagialesche, che reca per sottotitolo l’espressione nuda e sognante di canto dei paesi, così ricca di emozioni folcloristiche e classiche, insieme unite in un amalgama insolubile e bene riuscito di alta e bassa cultura. Si tratta di memorie, testimonianze, episodi di vita spicciola, teorie argomentative di sopravvivenza e di sviluppo dell’esistenza catturata nella morsa dei lacci e legacci delle convenzioni utili e sociali, il tutto inserito in uno scenario sociale in cui l’antropocentricità non è così opprimente come solitamente accade nella poesia moderna di area metropolitana, ma al contrario Giordano sviluppa e avvalora la sua competente ricerca di una sponda poetica meno impastata di nevrosi urbane e di scontri con la verbosità ispessita nella cute della contemporaneità mito mediatica. C’è in Giordano la capacità e il merito di sapere attingere alle forme ispirative della cultura popolare e del folclore, in un’eco di memoria che, come lascia intendere il titolo del libro e l’erudito studio critico che fa Sebastiano Lo Iacono in postfazione, si riallaccia a una tradizione di alta cultura.

Sandro Gros Pietro

Vernice, n.43/2010

                                                                                                          

Nota di SANDRO ANGELUCCI su IL CENTRO STORICO

UNA DANZA INTORNO AL CONCENTO DELLA PAROLA

 

      Filippo Giordano è poeta estremamente attento alla scansione, al ritmo ed alla musicalità del verso: conosciamo la sua scrittura per essercene già occupati in precedenza, nel corso di un’antica e tuttora viva frequentazione letteraria.

      Abbiamo adesso tra le mani – oggetto di doni dallo stesso gentilmente ricevuti – due dei suoi ultimi lavori, nei quali questa sua disposizione è quanto mai evidente ed amplificata: stiamo parlando del recentissimo Ditirambi, Lai e Zagialesche e dei Minuetti per quattro stagioni. I titoli scelti non fanno che accrescere la nostra convinzione e ci persuadono sempre di più circa il ruolo essenziale assunto dal canto in questo dettato.

      Ma procediamo per ordine: il richiamo esplicito a forme compositive di tipo arcaico quali il ditirambo, il lai (o laio) e la zagialesca non deve trarre in inganno in quanto l’intenzione dell’autore non è certo quella di rifarsi a schemi e costrutti della tradizione ellenica, romana o medievale per seguirli pedissequamente, tutt’altro, egli vuole prenderne spunto per dare vita a creazioni assolutamente proprie ed originali che, di quelle figure, abbiano – per così dire – l’anima, l’interna risonanza, il clima spirituale e culturale che le contraddistingue.

      D’altro canto, basta sfogliare le pagine del testo e – in ultimo – quella posta in appendice dallo stesso Giordano, a mo’ di piccola lezione di metrica, per rendersi conto che al poeta interessa ricostruire una cantabilità – in chiave moderna – che sappia trasmettere al lettore, in toto, la straordinaria varietà cognitiva ed emozionale dell’universo-uomo. Prima di passare alla poesia, si ascolti, ad esempio, come dalle parole esplicative sul ditirambo trapeli – nonostante l’inevitabile prosaicità – il bisogno incoercibile di un dire armonico e di un concento: “Dicesi ditirambo un inno cantato e danzato in onore del dio Dioniso. . .Era una composizione poetica corale, dove poesia, musica e danza erano fusi insieme e tutti e tre indispensabili in ugual misura. . .”, e si rifletta su questa commistione di generi artistici diversi che, uniti, danno luogo a qualcosa di nuovo, ad una liricità che si giova dell’accompagnamento di flauti e tamburi, della grazia delle movenze di decine di danzatori. Il testo che ne scaturirà, quasi come un peana, porterà dunque con sé tutto questo; sarà sempre un testo poetico, che non avrà perduto, però, gli echi ancestrali della sua nascita, del suo formarsi e, in definitiva, del suo stesso essere contemporaneamente parola scritta, cantata e ballata.

      Ecco, di una parola siffatta è alla ricerca il nostro poeta; un verbo che abbia la forza di nutrire la sua fame di conoscenza ma anche il suo bisogno, l’aspettativa di una melodia che rechi suoni ed atmosfere del grande concerto universale. Viene in mente una lirica che accorpa le due necessità in modo mirabile: in Ancora e proiezione – questo il titolo – il dire poetico riesce nel recupero di una parola che ancorata, appunto, in un passato atavico, sa lanciare nell’avvenire il suo carico di suoni, d’amore e di promesse. L’ispirazione nasce dal ricordo di quel randagio, “una spinone a pelo crespo”, che “nell’estate del novantanove / . . . . / nel grembo di una sera con la luna”, venne notata “all’ombra accovacciata / talmente spelacchiata e magra / da impressionarci come un cimitero”; vinto l’iniziale timore, cresce l’affetto fino all’adozione: “Poi scivolò la nostra diffidenza / come acqua piovana giù dai monti / irrorando la bestiola d’allegria”. Potrebbe sembrare una delle tante storie (purtroppo oggi frequenti) di accoglienza di animali abbandonati ma non è così, perché il Nostro allarga infinitamente gli orizzonti giungendo – in una convincentissima chiusa – a proporre una riflessione esistenziale di largo respiro e fiduciosa prospettiva: “Ancora primitiva del bestiale / passato umano vuoto di parole. / Vivente speranzosa proiezione / di affettuosi tempi nel futuro. // Chissà se Bella è cane o è poesia?”. L’idea di un ormeggio in un tempo pre-coscienziale dà la possibilità di rinvenire il seme della parola e la domanda finale, lungi dall’essere dubitativa, ne è la più chiara riprova. “Accade – come sostiene Sebastiano Loiacono in postfazione – che le parole abbiano virtù come tali. Parole suono. Parole sensualità. Parole significato.”.

      Fin qui, parlando dell’ultima fatica del poeta di Ristretta, ma non dissimile risulterà il discorso se si volesse prendere in considerazione l’opera che, nel 2007, è stata presentata con il titolo Minuetti per quattro stagioni. Lo abbiamo fatto, e abbiamo creduto di individuare un parallelismo che ci sembra pertinente oltreché rivelativo di una continuità di pensiero che – come detto – s’impegna nella ricerca fonetica per disporre di tutte le potenzialità espressive che la parola poetica è in grado di trasmettere e di tramandare.

      Anzitutto, perché minuetti, perché il ricorso a questa danza antica in tempo ternario? Ce lo spiega, di nuovo, Giordano nel risvolto di prima di copertina, dove precisa che gli stessi “battono il tempo con ritmica cadenza, secondo lo schema haiku di 5/7/5 per ogni strofa”: è già, questo del ritmo, un singolare ed efficace accostamento del ballo alla scrittura e, perché no, di due culture, quella orientale e quella occidentale, che vengono così ad intrecciarsi facendo nascere dalla loro interazione qualcosa d’inedito che ha dell’una e dell’altra civiltà senza – per questo – ricalcarne vacuamente le impronte. E, ancora, sul piano strutturale, “una suddivisione matematica dei testi, 20 dei quali composti da due strofe ciascuno e 4 (uno ogni sei) composti da 5, seguendo uno schema ciclico”: un regolare ritorno, dunque, come quello delle stagioni che, succedendosi, misurano un tempo diverso, il tempo della vita. Un altro elemento si somma alla contabilità: la ricorrenza, il riproporsi sicuro e puntuale delle quattro età dell’anno che costruiscono le ere dell’eternità; una ripetizione sempre uguale e sempre differente che il verso asseconda nella piena adesione alle “tenere e vitali offerte della natura” (v. Vincenzo Rossi nella prefazione). Mai, nel Nostro, si avverte una lontananza, persino nei momenti (rari in verità) più apertamente – come dire – antropologici è sempre presente, più o meno diretto, il richiamo alla fatalità di un ordine naturale precostituito e infallibile, sebbene, a volte, difficile da accettare: “Al gioco vince / chi fra i fortunati ha / più abilità? // Oppure vince, / fra gli abili migliori, / chi ha più fortuna?” – “E poi Novembre. / Un giorno per i morti / che vedemmo qui // vivi fra i vivi / appena l’altro ieri; ora disparsi.”.

      La citazione di questi versi ci consente di concludere la disamina dei Minuetti con una nota prettamente semantica: la parola, in essi, non si sperpera e neppure, della stessa, si fa un uso consumistico, nel rispetto della sua sacralità; è, nello stesso tempo, il “vomere (che) solca” e l’“utero inseminato (della terra)”.

      È per mezzo di questo riconoscimento che la scrittura poetica di Giordano si eleva – tanto nei Ditirambi che nei Minuetti – ad una propria, certa ed esemplare cifra stilistica; è un innaturamento – per usare una terminologia cara ad Erri De Luca – questo suo canto, questa sua danza intorno alla parola.

Sandro Angelucci

 

Nota di Enrico Pietrangeli su OSSERVATORIO LETTERARIO, Ferrara

 

Ditirambi, lai e zagialesche, tutti ―in fila per tre, per le strade del mondo‖ immedesimano radici personificate, insite in antichi rituali pagani e propagate attraverso ballate medioevali. Sono il sapore di un retroterra mediterraneo, anello dove coniugare connotati e conoscenze di una cultura contadina scardinata da un erpice livellante. Giordano è ancora capace di trasmettere la poesia di una natura tuttavia tracotante, ancora intrisa di suadenti effluvi di erbe selvatiche, d’uva settembrina‖ bagnata dalla pioggia il giorno prima‖ e, naturalmente, dell’odore del pane caldo‖. Il glicine in terrazza ritrae momenti di vita quotidiana scorrere dalla sua pergola lasciando sovvenire pregresse stagioni che il poeta, leopardianamente, condivide.

Frequente è il ricorso all’endecasillabo alternato al verso libero e vincolato a temi classici, perlopiù bucolici. A Giacomo Giardina, poeta-pecoraio, viene dedicata una poesia, riferimento ad un’integrità culturale perduta che riporta a Pasolini, qualcosa poi ravvisabile soltanto ad alti livelli, ancora non adulterato attraverso la sottrazione d’identità della società dei consumi. Un caso, quello di Giardina, assai interessante, con vicende alterne e perlopiù legate alla figura di Marinetti.

Sullo sfondo un mare nostrum che vede migrazioni da sempre, navi che partono da Palermo e Napoli alla volta delle Americhe e diseredati d’oggi/sui barconi alla deriva‖. Il tutto in tempi che segnano un battito‖ per una popolazione che diminuisce‖, svuota paesi con dialetti che muoiono in bocca di chi parte e va lontano‖. Restano uomini che sostano fuori, sotto aureole di fumo ―qualche attimo, beati‖ d‘interdizione.

Scorrono scene di vita famigliare in cui l’attimo viene impresso e condiviso affidandolo in uno sguardo. Bella è il cagnolino rinvenuto, ―cane o poesia‖ e ―Il verso è soave luce/che fluttua lieve sulle parole‖. La depressione è ―un pensiero lungo che marcisce‖, ―verme putrefatto dentro notti insonni‖, l’animo che degenera decomponendosi ―impiccato all‘albero del tempo‖, mentre la mezzanotte è ancora occasione di un pudico spiarsi per acerbe passioni. Memorie di ―qualche liretta/per comprare riviste e nuovi dischi/della Premiata Forneria Marconi‖ meglio situano taluni retaggi giovanili. Leonard Cohen, invece, è un malinconico vitto dell‘anima che ―casca/a fagiolo‖ da ―radiodue‖.

Sociale e religione interagiscono in un dubbio magistrale e, dall’assunto cartesiano, riconducono a implicazioni trascendenti del pensiero agostiniano: ―penso, dunque sono minuscolo/granello di sabbia nella immensità,/sale che le meningi spreme/nel caos e sulle forme del Signore‖.

 ENRICO PIETRANGELI

OSSERVATORIO LETTERARIO Ferrara e l‘Altrove ANNO XV – NN. 79/80 MARZ. – APR./MAGG. – GIU. 2011

 

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Commenti più recenti

11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

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19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

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25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

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25.04 | 12:49

QUANDO SI AGGIUNGE UN NUOVO TASSELLO A QUALCOSA DI MISTERIOSO ,C'E' SEMPRE UNA GRANDE GIOIA CHE CI RISCALDA IL CUORE, LA MENTE E L'ANIMA. EUREKA!

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