NOTE DI LETTURA

Gaetano Spinnato IL VENTO TRA I PAPAVERI

  

Il vento tra i papaveri, edito da Youcanprint, è il titolo di una recentissima plaquette di versi pubblicata da Gaetano Spinnato, autore che già in passato ha pubblicato una piccola raccolta di racconti dal titolo L’odore del tempo, edita da Il Centro Storico, e una collezione di mutti, muttetti e jautru ru me paisi, dal titolo A miercu cunfusu.

Scorrendo le pagine della raccolta si capisce che il vento, soggetto del titolo del libro, è metafora del tempo che scorre e i papaveri sono emblema della natura cangiante a seguito degli effetti del vento.

Non a caso, forte e pregnante si staglia, ad inizio della raccolta, ovvero all’inizio del tempo considerato dall’autore, la figura del padre, che con commossa ansia non appena riceve l’ok, si precipita a osservare l’evento miracoloso della nascita del primo figlio: “Tanto mi parlavi / di una corsa, / con il vigore dei tuoi anni / verso casa / e di un bacio, / di te, curvo su di me, / appena nato.”

Un padre come tanti che guida il figlio lungo il percorso della vita, contento “ad ogni gradino della vita che salivo”. Un padre che, di norma, per legge naturale, precede il figlio in tutte le evoluzioni della vita, cosicché “ora sono qui, / chino su di te, per ritornarti quel bacio, l’ultimo bacio sulla tua fronte … fredda.

La metafora del tempo che scorre inesorabile si esplica in canto che accarezza i visi dei familiari tramite il ricordo di avvenimenti e sensazioni passati e presenti: “Con fili di seta ricamavi la vita, / su rami di sole posavano i giorni / che del dolore ignoravano il tempo. // E vennero pure momenti di sale, per te figlia, moglie poi Madre, / con gli occhi bassi vidi fermo il tuo labbro, / ma il tuo volto mai negò un dolce sorriso. // Seduta ormai in alto, sui gradini degli anni, / stringi forte in un pugno i giorni più belli, dall’altro allontani polvere e vento.

Anche il mistero della vita in procinto di finire che traspare sul corpo dell’amato cugino disteso, senza più coscienza di sé, su un letto d’ospedale è fonte di meditazione “C’è sempre una carezza sui tuoi occhi / che fissano muti l’orizzonte” e anche consapevolezza che la morte non cambia l’essenza del tempo passato: “l’ondata di risacca non cancella / le tue impronte lasciate in riva al mare.”

Seppure, lavorando quale infermiere presso l’ospedale, abbia professionalmente acquisito dimestichezza con le transizioni dei corpi, Gaetano Spinnato conserva una fresca sensibilità che gli consente ancora stupori verso quegli impercettibili miracoli che la natura continuamente riserva a quanti si accostano ad essa con animo di poeta che coglie le sfumature dei giorni che si rincorrono maturando anni eppure, al contempo, giorni composti di attimi dei quali gioire, seppure vittime dell’eterno fluire: “Mi è capitato svegliarmi all’improvviso / e tra le ombre lucenti del mattino / vedere nel mio giardino un fiore nuovo. / Scendo per non perdere il momento. / Solo ieri un filo d’erba puntato verso il cielo. / Oggi profuma di vento in riva al mare, / colora di un sogno con la luna piena. / Chissà domani … / Magico è il giro della vita. / Sbuca un fiocco alla finestra: / Sali papà è già tardi per la scuola.”

                                      Filippo Giordano

                       Il Centro Storico, Gennaio Febbraio 2015

 

                   

Gaetano Spinnato L'ODORE DEL TEMPO

L’interesse di Gaetano Spinnato per le composizioni letterarie è molto antico. Per “interesse” intendo qui quel rimescolio interno di umori e sensazioni che con imperio talvolta comandano alla psiche di uscire allo scoperto con ordine poetico soggettivo, cioè come sintesi umorale favolistica in grado di rimuovere l’amaro fiele che piove da un cielo di acide nuvole in alcuni periodi della nostra esistenza.

Già nei primi anni ottanta, infatti, Gaetano Spinato aveva aperto un cantiere artigianale di composizioni poetiche e con queste ebbe allora modo di misurare il proprio estro creativo coi componenti le giurie di alcuni concorsi di poesia che si tenevano in varie località della nostra isola, ottenendo alcuni significativi riconoscimenti. Successivamente, distratto da impegni sportivi (per circa 15 anni ha militato nella squadra calcistica del Mistretta) e subentrati impegni lavorativi prima e  familiari dopo, accantonò i versi scritti con la biro dedicandosi a quelli più urgenti e concreti che richiedevano le due splendide figlie nel frattempo nate. Fra l’attività lavorativa di infermiere professionale e quello, non tanto sporadico, di pastore di mucche indigene appartenenti all’anziano padre, fra   un cambio di pannolini e il canto di una ninna nanna non trovarono spazi altri momenti creativi. Era quello il periodo di accumulare esperienze e l’unico diletto artistico consisteva, talvolta, nel commentare alcune esperienze con una benevola ironia in grado di divertire gli astanti e di indurli alla riflessione.

 Ma, superata la soglia del terzo millennio, all’improvviso Gaetano sente ritornare la voglia per una passione che, evidentemente, era stata solo temporaneamente rimossa. Una passione verso la composizione letteraria mai abbastanza sopita, bensì latente e in attesa di risorgere alla luce di una  più ampia esperienza umana nel frattempo maturata fra le alture e le vallate campestri di queste propaggini dei Nebrodi, nonché fra le corsie dell’ospedale di Mistretta dove, lavorando, può soffermare l’attenzione verso una umanità che transita, talvolta sbigottita ma non rassegnata.

 L’imput per questo ritorno scaturisce dalla conoscenza del bando di concorso di narrativa che l’associazione Progetto Mistretta nel corso dell’anno 2004 indìce per onorare la memoria della scrittrice Maria Messina. La lettura delle opere della scrittrice siciliana, che visse sei anni della sua giovinezza a Mistretta, dove ambientò quasi tutti i racconti dei suoi primi due libri, pubblicati rispettivamente nel 1909 e nel 1911, si rivela così come momento propulsivo. La scoperta che tanti personaggi comuni della vita sociale di un secolo prima, filtrati dalla sensibilità creativa della giovane scrittrice, abbiano acquisito dignità letteraria e grazie a ciò superato l’oblio del tempo, riabilita nella mente di Gaetano le storie comuni, e talvolta infime, di altri personaggi da lui direttamente conosciuti e lo induce a ripercorrere alcuni suoi sentieri che si sono incrociati con altre umane esperienze che in lui hanno lasciato un indelebile segno.

Fra le sue figure descritte giganteggia, anche per la sapiente impostazione, quella di “nonno Tano”, persona che egli descrive con rapide pennellate di colore agreste, lungo un sentiero temporale che attraversa buona parte del ventesimo secolo. Al di là della avvincente trama che conquista la simpatia del lettore, il valore essenziale del racconto e l’opera meritoria dello scrittore si colgono nella sapiente collocazione di termini bucolico – agresti dei quali dimostra una padronanza linguistica precisa e puntuale che denotano una conoscenza delle arti silvo – pastorali non comune.

 Il racconto diventa così una specie di punto d’incontro fra presente e passato remoto, un archivio museale dei gesti e delle consuetudini di una classe lavoratrice mai sufficientemente tenuta in debita considerazione, detentrice di una professionalità misconosciuta.

Ecco quindi che il pregio maggiore dei racconti è, secondo me, da riscontrare in questo consapevole lavoro di ripescaggio di verbi e vocaboli tipici, finemente allineati in consequenziale progressione.

E di questo sapiente lavoro si sono accorti le giurie di alcuni concorsi, composte da qualificate personalità della cultura isolana, premiando i lavori di Gaetano Spinnato. Valga per tutti la edizione 2006 del premio Erice-Anteka presieduta dal prof. Salvatore Di Marco, poeta fra i più validi del panorama siciliano contemporaneo e studioso della lingua siciliana.

A Gaetano, poeta che alla ricerca di uno stile personale, negli ultimi anni si è voluto mettere in discussione e confronto fra i molteplici concorsi isolani ai quali ha partecipato, arrivando sempre più spesso fra la rosa dei premiati, relativamente alla narrativa vorrei dire che secondo me il suo tragitto personale e da perseguire proprio lungo questa scia di connessione fra presente e passato perchè coi suoi fluidi innesti gergali egli occupa, senza usurpare ad altri, la sedia di bravo consigliere alla corte del tempo che, tutto modificando, scorre imperturbabile sulle vicende umane.      

                                                                           Filippo Giordano    

Gaetano Spinnato A MIERCU CUNFUSU

Dopo questa ultima pubblicazione, acquisiamo certezza che alla pazienza del ricamare versi e a quella dello elaborare aneddoti,  Gaetano Spinnato aggiunge quella della raccolta dei motti e proverbi prettamente dialettali in uso a Mistretta, alcuni dei quali certamente di esclusivo uso locale e altri probabilmente comuni ad altre aree geografiche della Sicilia. 

Nella sua introduzione  alla raccolta Gaetano scrive “In questo volume  ho raccolto motti, imprecazioni e modi di dire in lingua “Mistrettese”, così come uscivano dalle bocche di questi uomini, nella maggior parte analfabeti, che, solo oralmente, sono riusciti a tramandare parte della loro cultura; una cultura che si muoveva nell’area della natura, nel paesaggio bucolico e negli umori agresti. L’emigrazione fece considerare questa cultura come espressione di arretratezza e per questo motivo, quindi” da emarginare se non addirittura da dimenticare.”

Gaetano non si è limitato alla mera raccolta delle frasi particolarmente colorite dei motti. Ha anche condotto una ricerca etimologica, senza le quali, molte frasi colorite corrono il rischio di essere incomprese oppure male interpretate. Ad esempio, io la frase: “O unchj o sdunchj a essiri o carciri ri Longi”(o gonfi o sgonfi, devi essere al carcere di Longi) l’avevo sentita dire, ma non ne comprendevo, a pieno, il significato: Un contadino preoccupato perché qualcuno rubava nel suo campo di fave, decise di appostarsi di notte per cercare di sorprendere il ladro.

Fu soddisfatto quando scoprì il colpevole che non era altro che un grosso rospo. Lo legò e mentre lo trascinava gli recitava il detto. Ecco un piccolo campionario di altri motti: Cu ra vecchia si nnamura si la pila la vintura; socchi si manìa nun si risìa; ri schiettu a-ffinuocchi, ri maritatu a carduna; n’aviri né re, né regnu; Ciccu cumanna a Cola e Cola cumanna a Ciccu; ccià-rrivaru i bbaddi nno culu; cci fici veniri u tuòmmulu.  

È questo libro, dunque, una sorta di patrimonio lessicale parzialmente ancora in uso, pazientemente annotato nel corso del tempo. Un ulteriore prezioso tassello di un ricco mosaico verbale tramandatoci dai nostri progenitori che sebbene già abbondantemente trascritto dal maestro Enzo Romano, non sembra ancora avere esaurito la vena.

Filippo Giordano

Il Centro Storico, n. 5-6/2012

Francesco Cuva GIARABUB

Dopo il saggio storico dal titolo “Cerami”,  edito nel 1984; l’approfondito studio monografico sullo scultore Noè Marullo, edito da Thule nel 1985; “Società e cultura a Capizzi”, pubblicato con la Pungitopo nel 1987; “Mistretta, da Martino il giovane ad Alfonso il Magnanimo”, segmento storico (1392-1468) pubblicato nel 1991 (edizioni Valdemone); l’affresco storico “Mistretta nel ‘500” stampato nel 1997; “Sulla linea del fuoco”, elaborazione del diario del tenente Bartolotta sul fronte della prima guerra mondiale, al confine con l'Austria, pubblicato nel 2005, nel corso del corrente anno 2012 il professore Francesco Cuva ritorna in libreria con un ennesimo libro storico: “Giarabub”, pubblicato da Thule di Palermo, che vanta una prefazione di Tommaso Romano, direttore editoriale della casa editrice, già assessore alla cultura della provincia regionale di Palermo. Giarabub si trova in Cirenaica, Libia, in pieno deserto. Nel 1925, grazie all’acqua che vi sgorgava dappertutto, era un’oasi  divenuta col tempo fortino, che costituiva un punto di riferimento per  tutti i nomadi e i carovanieri. Per la sua collocazione geografica era considerata la porta del deserto libico. A 120 chilometri di distanza  Siwa, altra oasi, caposaldo inglese a est, era considerata la porta del deserto egiziano. Nel Giugno del 1940, al momento della dichiarazione di guerra fatta unilateralmente da Mussolini alla Francia e all’Inghilterra, l’esercito italiano di stanza in Libia, si trovò improvvisamente in guerra coi vicini inglesi. Scarsamente armati, i giovani soldati italiani, combatterono strenuamente per quasi un anno in difesa di quell’avamposto, fino alla inevitabile capitolazione. Francesco Cuva narra le gesta di quei ragazzi strappati al nativo suolo italiano dal dovere patriottico imposto dalla illusione del Duce di spartirsi l’Europa con Hitler. Al piglio distaccato dello storico, l’autore alterna la pietà per quegli  audaci soldati (alcuni dei quali suoi conterranei successivamente conosciuti  nonché fonti dirette di alcuni degli episodi narrati) fatti prigionieri  dagli inglesi e ritornati in patria solo nel 1946.

                                                                                  Filippo Giordano     

Francesco Maria Di Bernardo Amato ELEGIA DELLE BEATITUDINI

Collocando la terra in una posizione affatto speciale all’interno dell’universo, il principio copernicano ha implicitamente detronizzato l’umanità da una posizione di privilegio. La qual cosa   ha trovato enormi resistenze da parte di chi vedeva pericolosamente crollare una parte delle impalcature filosofiche sulle quali aveva costruito il proprio potere. La feroce caccia alle streghe venne quindi estesa agli scienziati che propugnavano la tesi, tacciati per questo di implicita eresia. La stessa teoria evoluzionistica di Darwin, secoli dopo, sfatando il mito dell’eden primordiale, ha causato l’apertura di un baratro fra detrattori e sostenitori. Gli uni arroccati su posizioni dogmatiche, gli altri propensi a rimettere in discussione le presunte bibliche certezze. La divaricazione fra le parti ha innestato preconcetti e reciproca estraneità ai rispettivi valori. Così, per spirito di contraddizione nei confronti di sciocchi ministri, molti di noi hanno estraniato Dio dalla propria quotidianità, salvo poi riscoprirlo come somma algebrica di una serie di frazioni non infinitesimali di valori della propria esistenza, altrimenti figlia del caso, fratello gemello del caos “E dentro da Oriente ad Occidente / L’Invisibile non è luogo ma Speranza” osserva Francesco Maria Di Bernardo - Amato, “Perché poi, quando la nebbia / Dirada, riappare il colore celeste / Del mare e del cielo e quasi / Impercettibile un sorgere di raggi / Un Oriente…” Certo è fatica improba e appesantita dalla  gravità terrestre il risalire dal basso la china del monte dal quale rilanciare uno sguardo per colmare il vuoto dello spazio intorno. Una risalita lenta, intervallata da pause speculative come quella di  Umberto Eco, a commento di un ottimo libro di Marcus du Sautoy, docente di matematica all’Università di Oxford, apparsa in una delle sue famose “bustine di Minerva” dell’editoriale “L’Espresso”,  in calce ad una serie di interrogativi sulla caotica apparizione dei numeri primi all’interno dei numeri naturali: “Ora smetto di fare il matematico, e passo alla metafisica. Immaginiamo che ci sia un Mente Divina (per gli intimi, Dio) che, essendo infinita, coglie in un battibaleno (come faccia, sfugge alle nostre capacità di comprensione) la serie infinita dei numeri. Azzardo anche (e irresponsabilmente) che possa esistere una Matematica Curva per cui, giunti a un numero di fantastilioni di fantastilioni di cifre elevato ad altri fantastilioni, il numero successivo imploda su se stesso e si riduca all’unità (Dio, uno e infinito, non sarebbe allora altro che la serie circolare dei numeri primi). In tal modo Dio conoscerebbe anche la serie (finita o infinita) dei numeri primi. Ora, o la loro successione segue una regola, noi non la conosciamo ma Dio si, e allora tutto andrebbe bene, almeno per Dio. Oppure i numeri primi arrivano davvero per caso, e in tal caso Dio si troverebbe di fronte al Caso, e del Caso sarebbe l’effetto, o almeno la vittima non onnipotente (oppure Dio e il Caso sarebbero la stessa cosa). Quindi trovare la regola per prevedere la successione dei numeri primi sarebbe l’unico modo per provare non dico l’esistenza ma almeno la possibilità di Dio.”     

Ma qualcuno certamente finirà col trovarla, oppure l’ha già trovata, la legge matematica che regola il flusso dei numeri primi, una legge “ontologica” che è disegno di perfezione (anteriore all’umanità) come tutte le leggi della matematica e della fisica che rispondono a disegni della natura e che però per “apparire”, per farsi vedere, abbisognano di un preciso approccio, contatto che mi sembra di scorgere  anche in questi versi: “In tutto il cielo con l’occhio cerco il passaggio / Tra un buio e l’altro delle stelle / E sola col pensiero naviga la mente / Estesa e senza tempo all’infinito / Senza più l’ansia del niente // Tutto (ora) si empie immenso in me / Il cielo delle età che non vidi / E passanti i confini di Babele / Quanto dopo verrà nel silenzio / Assoluto della storia.”

Approcci che sono flussi a cui, inevitabilmente, seguono riflussi perché il seme del dubbio mai lascerà l’umanità (Padre, perché mi hai abbandonato? chiede gridando finanche il Nazzareno), come bene interpreta Di Bernardo:  “Sfiorati / da un battito d’ali e ce ne andiamo / con la mente in bilico sul filo di Gorgia / che non ha più valore sul nulla che genera / la bellezza in fronte: il Bene è più su e non scorge il filo sottile, Gorgia i suoi anni assimilati al millennio / e il battito d’ali sopraggiunto lassù sul promontorio / azzurro che scintilla al sole occhio del divenire…”  

Oggi anche i cosmologi riconsiderano l’ipotesi di una possibile posizione speciale “della nostra galassia che si troverebbe al centro di un gigantesco vuoto cosmico” causato da un “universo non omogeneo in quanto la densità di materia potrebbe variare a grande scala, e la terra potrebbe trovarsi nei pressi del centro di una regione relativamente meno densa rispetto ad altre, altrimenti indicata come vuoto” (Le Scienze, giugno 2009). Guardandoci indietro nel tempo, i passaggi dalla scoperta del fuoco, a quello della parola e della scrittura hanno certo richiesto secoli e secoli e sembreremmo (e siamo) a quei cospetti, in fase evolutissima, ma niente sappiamo di altre intelligenze extraterrestri ed anche a scoprirle domani, chiederemo e ci interrogheremo se un disegno del caos possa generare un pensiero perfetto.

                  Filippo Giordano

Francesco Maria Di Bernardo Amato IL SILENZIO DEL LETE

Ho letto più volte “Il silenzio del Lete”, edito a Bologna da Book, di Francesco Di Bernardo, medico cardiologo nativo di Mistretta (Messina), da diversi decenni residente a Pordenone, per sincerarmi di una angosciosa impressione ricavata ad una prima frettolosa lettura, suggestionato dal titolo e dall’immagine della copertina (particolare della “Villa sul mare” di Arnold Bocklin) e da alcuni versi, fra i quali: “Forse si sente solo la voce / Come un richiamo o grido / O lamento singhiozzato / Di un invisibile gufo fra i cipressi / O una civetta mentre l’anima / In compagnia di un’ombra lieve / scorre muta verso l’isola di Bocklin”.

Lo confesso: nonostante i diversi passaggi non sono più riuscito a scrollarmi la impressione che il libro, sia pure arricchito da diverse preziosità barocche, è pervaso da un humus disperante. Quella sensazione che ciascuno vive accanto al feretro di una persona cara. Una sensazione profonda che ti pervade tutto e ti conduce nel tempo lontano che è stato tuo e ancora oltre. Ecco, l’autore descrive ciò con abile regia, recuperando a flash-back  scene di vita “Babette vendeva scarpe a Portocervo /  Io e Cosimo la conoscemmo in spiaggia / Mentre prendeva il sole / Nuda coi suoi peletti biondi // Finita la stagione sarebbe ripartita / Girava realmente per tutti i paradisi / Della terra così leggera / Da un’estate all’altra”.

Un prologo solare ma lontano nel tempo che mi viene da associare alla musica che apre il secondo atto di “Thais, opera della maturità di Jules Massenet: la Meditation, brano orchestrale di grande lirismo, trasognata poesia e intima religiosità. Ma, sovente, i flussi dei ricordi si ritraggono come una marea meditando il destino comune: “Quelli che alla stazione / Agitano la mano per salutare / Il treno che parte hanno / La tristezza nel cuore / Nel vedersi lasciare / L’inferno per questo / Sapere tutti i giorni / Come è bello vivere / E un giorno / doversene andare” e mi viene da associare questa struttura del libro ad un altro conosciuto brano della musica strumentale barocca: il “Canone a tre voci in re” di Pachelbel, una melodia che è riecheggiata dalle altre voci e che sembra distribuirsi in una serie di cerchi concentrici, cerchi che, nel libro, si espandono in molteplici esperienze e si ritraggono e confluiscono nel “nessundove”: “Ma non è nulla / Ora che agosto finisce e la tragedia / E tutto è finito”.

E mi viene da pensare ad un brano di musica classica che scoprii quando avevo circa vent’anni nel juke – box di un bar: il Largo dall’opera Serse di Haendel, una melodia struggente che mi piaceva molto, nonostante i vent’anni. Ma nonostante somigliasse ad una melodia funerea (come diceva un mio amico che con me sorseggiava un caffè caldo) era, invece, nell’intenzione dell’autore un canto d’amore. Così come, tutto sommato, è “Il silenzio del Lete” di Francesco Maria Di Bernardo Amato.

                               Filippo Giordano  

Sebastiano Lo Iacono (Auto)RITRATTI

SEBASTIANO LO IACONO, (Auto)ritratti, Mistrettanwes 2012, pagg. 246, € 16,50

Gli “(Auto)ritratti” di Sebastiano Lo Iacono, Tatà per amici e familiari, è una delle ultime pubblicazioni che si avvicendano nelle edicole locali. Si tratta di un corposo volumetto di oltre 240 pagine, stampato con la sigla editoriale Mistrettanews2012. Il libro, che in copertina si avvale della riproduzione di un quadro dell’artista Antonino Tamburello dal titolo “Crepuscolo onirico”, raccoglie una serie di commenti  sulle opere letterarie e artistiche di una densa schiera di autori mistrettesi, in prevalenza contemporanei, in precedenza singolarmente pubblicati sotto forma di prefazioni  di libri di poesia e depliant artistici, nonché  relazioni di manifestazioni culturali e lettere semi ufficiali ad amici scrittori. Scrive, fra l’altro, l’autore nella sua prefazione:  “Questi (auto)ritratti hanno un destinatario: Mistretta, città madre e paese dell’anima. Sono cenno, segno e simulacro di un amore (temo non ricambiato) alla città natale. Sono frutto di un’amicizia anche intima e intensa. Amicizia e innamoramento sono stati i moventi. Auspico che non siano rinviati al mittente. Sono fotografie di  identità individuali che danno statuto ontologico al ritratto della mia identità. Sono riflessi. Immagini speculari. In loro mi conosco e sono ri-conosciuto”.

Chi sono, quindi, questi individui che, nel tempo, hanno inconsapevolmente offerto l’occasione di dibattere temi culturalmente proiettati nelle varie latitudini della umana dimensione a colui che attentamente osserva le originali escrescenze verbali e/o immaginifiche del territorio? Antonino Pagliaro, Mario Biffarella, Enzo Salanitro, Giuseppe Sirni, Giuseppe Ciccia, Felice Pignatello, Francesco Maria Di Bernardo Amato, Mariangela Biffarella, Enzo Romano, Liborio Oreste, Tommaso Aversa, Nella Seminara, Nina Valenti, Liria Ribaudo, Mariano Bascì, Noè Marullo, Gaetano Di Bernardo Amato, Gaetano Todaro nonché l’autore del libro e l’autore di questo articolo.  Il libro, quindi, è per Lo Iacono l’occasione per ri-parlare di temi a lui cari: dallo studio colto del linguaggio, espresso dalla magistrale avventura professionale del professor Pagliaro alla lingua popolare  magistralmente interpretata dai racconti di Enzo Romano; dall’arte pittorica a quella scultorea; da quella fotografica antica a quella moderna; dalla poesia alla narrativa.

Questa sorta di specchio che soggettivamente filtra e sintetizza l’alterità, offre, al contempo, ai soggetti focalizzati, specchiandosi, la possibilità di godere di una propria immagine con chiaroscuri diversi da quelli abituali, più gratificanti rispetto ad una generalizzata indifferenza da parte di quella umanità rivolta altrove che quotidianamente rincorre soluzioni di stabilità in un mondo perennemente precario: “Enzo incespicava con gli SMS e decisamente rifiutava le e-mail. Questo non significa che fosse fuori dal tempo. Sono, piuttosto, certi giovani che rifiutano la lingua madre in quanto abitano in un tempo falso e in autentico”.  Spesso la necessità di elevarsi dal quotidiano  (pur essendovi perfettamente integrati) è per l’artista e il poeta una specie di dannazione cromosomica dalla quale non si guarisce e che fa sentire isolati. Trovare, ogni tanto, uno “specchio parlante” che armoniosamente ricompone la frammentata immagine del sé aiuta a ritrovare la oggettività persa nei meandri delle sere che chiudono i sogni e bisogni quotidiani. 

Eppure, questa specie di smania ritrattistica che giova al ritrattato e al ritrattante, questo “specchio parlante” non si limita al mero riflesso dell’immagine asetticamente circoscritta poiché il periodare è frequentemente e piacevolmente fabulatorio: “Pignatello girò paesi e città, contrade e trazzere, masserie di campagna e terrazze di famiglie borghesi e aristocratiche, cucine e fucagni, forse bordelli e certamente salotti dell’alta borghesia terriera onde sfogare la voluttà del guarda che ti guardo, vera e propria follia, ebbrezza, delizia, estasi, eccitazione del vedere dal mirino di un qualche strumento fotografico  che, sicuramente, all’epoca, era privo di diavolerie tecnologiche”. Annunciato, in apertura del libro, come volume primo questo(Auto)ritratti avrà evidentemente un seguito e la qual cosa servirà a consegnare ai posteri del nostro circoscritto territorio un pezzo dello specchio culturale di questo nostro tempo che tristemente s’invola. 

Sebastiano Lo Iacono IL CIRCOLO UNIONE DI MISTRETTA, 150 anni dopo

Il libro “Il Circolo Unione di Mistretta, 150 anni dopo – Nostalgia dei Gattopardi, borghesia e classe media a Mistretta-” amplia la relazione tenuta nei locali della vetusta Associazione cittadina in occasione della celebrazione dell’avvenimento (Natale 2009) della secolare istituzione nata  nell’ormai lontano 1859 ad opera della classe nobiliare del luogo, passandone in rassegna gli avvenimenti salienti, conditi da gustosi episodi avvicendatisi nel tempo, dei quali è rimasta traccia negli archivi cartacei del sodalizio e in quelli mnemonici di qualche suo socio. Questo libro, che si avvale della prefazione dell’attuale Presidente del Circolo, Mario Salamone, stampato dalla Kompu Grafica di Nicosia, elenca, fra l’altro, tutti i nomi (ad eccezione di alcuni periodi) dei presidenti che si sono succeduti alla sua guida.

Sebastiano Lo Iacono RICORDO DI ENZO ROMANO

“Ricordo di Enzo Romano”, è stato pubblicato nell’immediato periodo successivo al decesso dello scrittore amastratino, sull’onda della profonda emozione scaturita dalla sua improvvisa scomparsa, avvenuta il 12 giugno dello scorso anno. Si tratta di un colloquio magistrale col “maestro” del dialetto siculo – mistrettese, intriso di sensazioni scaturite dalla musicalità della lingua dei libri di Enzo Romano, di confessioni,  di deduzioni sapienti. Eccone un breve passo: “E’, comunque, linguaggio dell’anima – dice Lo Iacono riferendosi al dialetto di Romano-. È lingua che ci sta nella gola, come il midollo osseo si trova dentro la colonna vertebrale. Per la verità, il tuo linguaggio è così ricco di articolazioni fonetiche da somigliare a uno spartito. Ci sono miriadi di suoni, risonanze e sfumature che, a volte, stento a riprodurre e pronunciare. Non è solo questione di accenti tonici. E dire che frequento il siciliano da quando ciclostilavo i copioni di Martoglio! (…) La tua prosa non è dialetto. È autentica poesia dell’oralità. È letteratura”. È, quella di Lo Iacono, quindi, una articolata professione di fede nella oggettiva valenza della operazione culturale promossa da Enzo Romano coi suoi scritti. Una professione di fede che mi sento di condividere non tanto per mera partigianeria linguistica quanto per oggettivo valore dell’avvenimento culturale che assume pregnanza quanto meno regionale, avendo egli dato corpo, col linguaggio dei popolari personaggi dei suoi racconti, ad una sorta di ultimo “monumento linguistico” della Sicilia.

Sebastiano Lo Iacono ISABELLA E LIBORIA

Isabella e Liboria – La venerabile di Palma di Montechiaro e l’indemoniata di Mistretta”, è un corposo volume di 224 pagine a colori. Ecco come l’autore stesso ne sintetizza il contenuto: “E’ l’edizione definitiva di una ricerca durata tre anni di letture e scrittura. Un viaggio alla ricerca di due donne siciliane che ebbero singolari esperienze mistiche e contatti con il demoniaco. Un pezzo di storia della Sicilia che attraversa i secoli XVII e XIX, passando dalla famiglia dei Gattopardi, gli scrittori Tomasi di Lampedusa e Andrea Camilleri, Mistretta (Messina), Palma di Montechiaro (Agrigento) e i "misteri" del monastero delle Benedettine”.

Il libro trae spunto dal racconto di Enzo Romano, pubblicato alcuni anni fa sulle pagine del “Centro Storico” che ha per titolo “Cu cci u purtau?” e successivamente compreso nella raccolta dal titolo “Cuntari pi nun scurdari” edito dalla Università di Palermo. Tentando di trovare una risposta al quesito posto da Romano, Lo Iacono allarga l’indagine a tutto tondo, facendo un excursus encomiabile su fatti e avvenimenti che in tempi diversi hanno interessato sia la comunità di Mistretta che quella di Palma di Montechiaro. Con dotta sobrietà l’autore esplora in tutte le sfaccettature gli eventi legati a due figure femminili tra di loro legate da uno spesso filo di misticismo, mantenendosi  all’esterno di qualsiasi precostituita gabbia culturale e lasciando così il lettore libero di interpretare i fatti secondo un personale convincimento, indenne da qualsivoglia influenza.

Michele Sarrica SEMAFORO ROSSO

Cento anni fa, in Sicilia, era in pieno svolgimento un dramma di vasta portata che coinvolgeva le comunità dell’intera isola. Dall’ultimo decennio del secolo diciannovesimo fino agli anni venti del secolo successivo, infatti, si attivò un costante flusso migratorio verso l’America che  più volte raggiunse apici di grandi dimensioni. Era, allora, in atto uno sconvolgimento demografico destinato a sventrare i paesi della forza lavoro che non riusciva a sfamarsi a causa di una economia asfittica.

Tramite i registri di sbarco di New Jork dove venivano annotati i nomi degli emigrati è stato calcolato che nell’arco di tempo che va dal 1897 al 1924 (poco più di un quarto di secolo) sbarcarono nella metropoli americana ben 3714 nativi di Mistretta, (paese sui Monti Nebrodi, in provincia di Messina, che ai primi del Novecento contava una popolazione di circa 13.000 abitanti).

Tali numeri, letti in proporzione, sono impressionanti. In quegli anni, dunque, diverse centinaia di migliaia di siciliani sperimentavano l’amaro sapore della propria sconfitta in patria, così come si può interpretare la incapacità di sopravvivenza, e il conseguente abbandono della propria terra, con tutti le annesse e connesse sensazioni di sradicamento.

A questa fiumana di uomini e donne che scappavano dalla miseria e che spesso nella difficoltà della traduzione, si ritrovavano col cognome storpiato, Maria Messina, scrittrice siciliana nata a Palermo, vissuta nel periodo 1887-1944, i cui romanzi e racconti sono stati ripubblicati dalla casa editrice Sellerio di Palermo, dedicò nel corso della sua attività letteraria tre racconti, il primo dei quali apparve nella raccolta “Piccoli gorghi” che uscì nel 1911. “…Tutti partivano, nel quartiere dell’Amarelli; non c’era casa che non piangesse. Pareva la guerra; e come quando c’è la guerra, le mogli restavano senza marito e le mamme senza figlioli. (…) E i meglio giovani del paese andavano a lavorare in quella terra incantata che se li tirava come una mala femmina”.

Più tardi, nel dopoguerra, ci furono i grandi flussi migratori dei nostri corregionali, verso il Nord Europa: Germania, Belgio, Olanda, Francia e poi ancora il Nord Italia. Vite sradicate che pativano le umiliazioni dei divieti e che frequentemente venivano additate come esemplari di razze inferiori. Mi torna in mente un testo di Stefano Vilardo dal titolo Tutti dicono Germania Germania: (…) Parlano della Germania come fosse il Paradiso / come se i soldi te li regalassero / invece se non ti sfianchi di lavoro / per dieci dodici ore al giorno / a casa non manderesti che pidocchi”.

Penso pure a quel bel libro semi sconosciuto pubblicato nel 2005 da Gaetano Cassisi, originario di Licata, partito a sedici anni per la Germania dove svolse parecchi mestieri fino a divenire insegnante di lingua italiana, dal titolo “Io italiano, domani altro cantiere”.

Certo, fino ad alcuni decenni fa, non pensavamo che la nostra terra fosse destinata, sia pure con la molteplicità di problematiche che la attraversano, a rappresentare il punto di approdo verso l’eldorado per una molteplicità di etnie provenienti dalle regioni più impensate e lontane. Invece è successo ed è cronaca quotidiana silenziosamente vissuta da noi tutti la convivenza con i “vu cumprà” sulle spiagge e ai semafori, che rappresentano le presenze più visibili e invadenti, mentre più silenziosamente molti altri lavorano nei campi, nelle fabbriche, nei bar, nei forni.

 Talvolta perché direttamente vissuta, più spesso in quanto raccontata, abbiamo esperienza delle sensazioni del siciliano emigrante. Sconosciamo invece quelle che ospitiamo, seppure vagamente le immaginiamo.

 Ma noi, che almeno per esperienza diretta o raccontata sappiamo quali sgomenti hanno attraversato i nostri emigranti, quale sensazioni proviamo nella veste di signori di un territorio quotidianamente attraversato da facce sconosciute delle quali diffidiamo? Abbiamo o no paura di subire, alla lunga, una cultura profondamente diversa dalla nostra?

Di questi quesiti si è fatto interprete Michele Sarrica, autore di questa breve e intensa silloge dall’emblematico titolo “Semaforo rosso” cosciente che le risposte non le troveremo sigillate dentro la busta del notaio: “Il tuo mondo / è lontano dal mio tempo / e non basta uno sguardo / per capire chi sei” avendo preso atto che “Nel tuo domani / c’è anche la mia storia”. Quella del poeta è una disanima attenta e a tratti sofferta, non scevra da complessi di colpa per la superficialità con la quale spesso siamo portati ad estraniarci dalle problematiche altrui: “Ti offro gli avanzi / per capire la fame / la tua… / Sono un vero bastardo”. Ma la estraniazione di cui si fa colpa la sensibilità del poeta è probabilmente dettato dallo istinto di conservazione di chi non vuole sommare alle problematiche proprie anche quelle altrui. D’altronde non per deduzione egoistica si afferma che “La nostra ricchezza / è la diversità” ma per oggettiva esperienza della terra. Per ciò, al fratello di etnia diversa, il poeta tende la mano da amico, ammonendolo, al contempo, ad essere rispettoso della ospitalità offerta da una terra da egli amata e venerata (Per questa terra).

Mi pare che, nel panorama poetico contemporaneo, mancava una raccolta tematica d’autore avente per oggetto il tema della immigrazione. Probabilmente, considerata la vastità e la presumibile durata del fenomeno, altri, in futuro, lo riaffronteranno. Intanto questa antesignana raccolta di Michele Sarrica, tessuta in forma semplice, senza ridondanze lessicali, forse perchè ostici al destinatario internazionale, si propone come candidata alla lettura, come carme di presentazione e/o messaggio di benvenuto.      

                                                                           Filippo Giordano

Michele Sarrica PAROLI VATTIATI

Autore di diverse opere teatrali, Michele Sarrica, nato a Castelbuono, ma residente da diversi decenni a Capaci, si dedica con passione e diligenza alla poesia da oltre un trentennio e periodicamente sforna delle piccole raccolte molto apprezzate dalle qualificate giurie che popolano le molteplici piazze italiane che a questa musa riservano annualmente un particolare spazio del prezioso tempo corrente, facendone degli avvenimenti sociali particolarmente graditi agli amanti delle patrie lettere. Di recente Michele si è avvicinato anche alla narrativa, facendosi notare dalla giuria del concorso dedicato a Maria Messina che gli ha attribuito un significativo riconoscimento nella recente edizione del 5 Ottobre. Con le edizioni Drepanum, Michele Sarrica ha pubblicato una bella raccolta di poesie dialettali che ha titolato “Paroli vattiati: ciauru di sonnira e limuna”; una sorta di panegirico della antica lingua di Sicilia che niente ha a che fare con la retorica che spesso insidia l’argomento, essendo, invece, quello di Michele, un sincero e commosso ripasso delle esperienze maturate sul campo degli affetti familiari (frequente il richiamo ancestrale della madre nelle molteplici valenze di terra, lingua, e quant’altro può essere simboleggiato dalla creatura di carne che ci ha generato)  La nostra lingua nasci nta li campagni / mmenzu li voschi e supra li muntagni / La siminò la storia e l’addivò lu suli / Pi matri eppi la terra / La terra si la misi nta li vrazza / e la vattiò cu l’acqua di lu mari / Criscìo dintra li grutti e dintra li pagghiara / tra pecuri e viddani / pitittu e pani duru / (…). Dirimpettaiodellaeco, che risalendo dalle caverne della memoria giunge ai nostri giorni, è il poeta, una spugna che assorbe acqua e fango  dal ruscello del tempo e, metabolizzando gli eventi, pazientemente distilla passato, presente e futuro col filtro della personale sensibilità modella fragili ali al baco da seta sperando di vederlo tramutare in poetica farfalla. E tuttavia in quel frangente, la poesia “t’arrobba lu tempu / ti fracassa li jorna / ti scava li sensi / e pua scappa luntanu / e si torna o nun torna / nun lu dici a l’amanti / (… ) / M’incatina a la seggia / m’arrisceri lu cori / mi teni vigghianti / e mi lassa sunnari.”

 

                                                                                                                     Filippo Giordano

                                                                                                        Il Centro Storico, n.12/2013

Scrivi un nuovo commento: (Clicca qui)

123homepage.it
Caratteri rimanenti: 160
OK Sta inviando...
Vedi tutti i commenti

Commenti più recenti

11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

...
19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

...
25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

...
25.04 | 12:49

QUANDO SI AGGIUNGE UN NUOVO TASSELLO A QUALCOSA DI MISTERIOSO ,C'E' SEMPRE UNA GRANDE GIOIA CHE CI RISCALDA IL CUORE, LA MENTE E L'ANIMA. EUREKA!

...
A te piace questa pagina