Piccole storie di minima gente

CON GLI OCCHI CHIUSI

Foto Salvatore Portera

Racconto già pubblicato sulla rivista di letteratura ALLA BOTTEGA di Milano e successivamente nel volume "Voli di soffione" piccole storie di minima gente, edito nell'anno 2001 da "Il Centro Storico".  

 

Che quel suo figlio non avesse una grande voglia di lavorare la terra e che altrove avrebbe dovuto cercarsi un’attività lavorativa, il signor Basilio l’aveva messo nel conto. Egli, infatti, ogni tanto lo portava con sé, in uno dei suoi piccoli appezzamenti di terreno che quotidianamente coltivava, non tanto perché si voleva servire del suo aiuto, ma per distoglierlo dall’ozio paesano.

Le scuole avevano chiuso i battenti e lui portava con sé qualcuno dei suoi quattro figli maschi per non farli gravare sulla moglie, perché a casa anche lei aveva il suo bel da fare.

 Allora, nel dopoguerra, il pane era fatto in casa e per farlo, fra impastare la farina, preparare il forno e cuocerlo, se ne andava buona parte della giornata. Poi c’era da lavare, stirare, rammendare e da fare tante altre cose e cinque ragazzi, compresa la femminuccia, che entravano e uscivano di casa costituivano un fardello troppo pesante da sopportare per l’intera giornata. Né, d’altronde, il signor Basilio poteva portarli tutti con sé, perché pensava, non avendo loro in pratica i lavori dei campi e non avendo ancora messo la testa sulle spalle, avrebbero finito col distrarlo continuamente dalla propria opera. Dei figli, quello che aveva portato con sé quel giorno, era il più piccolo.

 Seppure sudando e non smettendo il suo lavoro, il signor Basilio teneva sotto controllo i movimenti del figliolo avendo sempre una buona cognizione dei movimenti dello stesso.

 Il figlio, d’altronde, seppure allontanandosi dalla postazione di lavoro del padre, rimaneva a sua volta ad una distanza tale che un qualsiasi alito di vento gli conduceva l’odore evaporato dal sudore del padre. Particolarmente vispo, tanto da sembrare morso dalle vespe, giocando, il ragazzo si era accaldato e stava fantasticando chissà che cosa, immobile, sotto un albero di ulivo.

 “Vito!” chiamò il padre calibrando il tono della voce a un’altezza tale che potesse coprire bene la distanza che lo separava dal figlio che non vedeva ma che intuiva in quale zona fosse dislocato.
“Viitooo!” ripeté il padre allungando il suono delle vocali, un poco stizzito per la mancata subitanea risposta che supponeva non fosse dovuta a improvvisa sordità del figliolo ma alla sua pelandroneria.

 

Vito, infatti, non aveva risposto, pur avendo udito il padre, perché aveva presagito una qualche richiesta che lo avrebbe costretto a muoversi controvoglia. Voleva fare finta di non sentire sperando che il padre, non udendo la sua risposta e immaginandolo lontano, demordesse dalla richiesta. Avendo però udito in seconda ripresa il tono stizzito della sua voce rispose, seppure controvoglia, con un: “Ooh?” che era la maniera volgare di rispondere intendendo, con quel semplice corto suono, confermare di avere udito e, al contempo, chiedere che cosa l’interlocutore volesse; forse una specie di eredità orale araba che potrebbe essere tradotta, a senso, con un:

“Sì, che cosa vuoi?”

 “Vammi a prendere una bottiglia d’acqua” ordinò il padre.

 “Aah?” chiese il figlio, ancora con un’espressione volgare e parca che voleva significare “Come?” sebbene avesse invece capito a pieno la richiesta del padre, volendo rimandare il momento di muoversi ma  il signor Basilio, che aveva intuito la svogliatezza del figlio, rispose con un tono forte e rabbioso:

 “Vammi a prendere, ah! una bottiglia d’acqua, ah!, dalla fontana, ah!” sottolineando con l’intercalare ah! Il fatto che lui avesse capito che il figlio aveva fatto apposta il finto tonto o, meglio, il finto sordo.

 “Va bene, va bene” aveva risposto Vito capendo dall’asprezza del tono della voce del genitore che era meglio allontanarsi in fretta dalla sua ira.


Sul finire del giorno, smesso di lavorare, il signor Basilio, lui in sella e il figlio in groppa, a dorso di mulo trascinavano i propri pensieri lungo la ripida salita che congiungeva il proprio fondo agricolo al paese. Passando davanti a una fontana posta a ridosso della mulattiera, Vito chiese al padre:

 “Papà, qui l’acqua corre sempre?”

 “Sì, Vito, qui c’è sempre tanta buona acqua” rispose il padre interrompendo il filo dei propri pensieri.

 

“Di chi è la fontana, papà?”

 “La fontana è del Comune – rispose il padre- perciò tutti quelli che passano per questa strada se ne possono servire.”

 

 “Quante persone ci passano per questa strada, papà?”
 
“Tutti quelli che hanno una campagna più a valle di questa fontana”


“Quanti sono papà?”

“Non li ho contati, Vito, ma saranno una trentina di famiglie”


“E la fontana che c’è da noi in campagna di chi è?”

“Quella è solo nostra.”


“Vi possono venire a bere le persone?”

“A bere possono venire, ma l’acqua non la possono usare senza il mio permesso”

“E gli altri le hanno le fontane nelle loro campagne?”
“Alcuni l’hanno e altri no”


“E quelli che non l’hanno come fanno a bere quando hanno sete?”

“Quando passano dalla fontana che c’è al lato della strada, se la portano”.


“E come se la portano?”

“La mettono dentro gli orci o le bottiglie o i bidoni … e se la portano.”


Per tutto il tragitto Vito continuò a fare una sequela di domande al padre, fino a quando, casualmente, il discorso non cadde su un grande argomento che il signor Basilio ritenne che non fosse il caso di fare gravare sulle spalle minute del figlio; o, forse, il signor Basilio, stanco della giornata, volle solo rompere l’assedio di domande.


“Di chi è quella casa, papà?”

“Di uno che è morto.”
 

“È morto?”

"Sì, è morto”
 

“Come è morto, papà?”
“Con gli occhi chiusi, Vito. Con gli occhi chiusi!” 

LA VALIGIA DEL MILITARE

 

Sceso dal treno, il giovane uomo in divisa militare prese la corriera che, arrancando lungo una dorsale di montagna, lo portò, curva dopo curva, fin sul cocuzzolo laddove avrebbe dovuto prendere servizio. Giunta in prossimità di quel paese posto in cima alla montagna, la corriera si addentrò in un banco di nebbia e il paesaggio delle vallate circostanti di colpo sparì. A quell’uomo che proveniva dalle solari spiagge della Campania quella nebbia fece un brutto effetto. Immaginò di stare per addentrarsi in un altro mondo, totalmente diverso da quello dove egli era vissuto.

Mentre la corriera tagliava il centro abitato per giungere al capolinea, l’uomo cominciò a scrutare le sagome umane che scorgeva oltre il finestrino. Erano avvolte dentro neri scapolari che si dissolvevano nella nebbia.

Finalmente la corriera arrivò al capolinea, nella piazzetta antistante a una chiesa. Il centro del paese era oltre, ma a quel tempo, primissimi anni del secondo decennio del ventesimo secolo, la via che congiungeva quella piazzetta all’altra più grande aveva delle scalinate e non era carrozzabile.

L’uomo scese dalla corriera e attese che il bigliettaio gli porgesse la sua valigia dal bagagliaio, guardando nel frattempo, quasi sgomento, quei rari crocchi umani, avvolti in quegli strani indumenti, che sostavano nella piazzetta. Ricevuta la valigia, la posò un attimo per terra per sistemarsi il cappotto mentre all’autista chiedeva dove si trovava la caserma dove egli avrebbe dovuto prendere servizio. Proprio in quel frattempo, veloce come un furetto, un uomo dal vestito sbrindellato impugnò il manico della sua valigia e si avviò spedito lungo una stradina che s’inerpicava verso l’alto. Accortosi con una frazione di ritardo che la valigia impugnata era la sua … il militare si lanciò all’inseguimento, intimando all’uomo di fermarsi ma quell’altro sembrava avere le ali ai piedi e, rapido, continuava a inerpicarsi per le stradine semibuie che bene conosceva.

Fermati, ti ho visto! Lascia la mia valigia!” gridava il malcapitato militare che nonostante non avesse il peso della valigia non riusciva ad acciuffare quello che riteneva fosse un ladro manigoldo. E nel frattempo pensava che quello dovesse essere proprio un bruttissimo paese dove i briganti apparivano dalla nebbia e nella nebbia scomparivano. Poi, l’uomo dal vestito lacero, finalmente si fermò davanti ad un edificio accostato da un lato da una Chiesa e dall’altro da una villa e così egli, ansante, finalmente lo raggiunse mentre quello gli porgeva la valigia e gli indicava la porta … che era quella della sua nuova caserma.

I Suoi commilitoni gli spiegarono dopo che l’uomo lacero che gli aveva preso la valigia, altro non era che un povero diavolo un poco sciocco, che viveva di piccoli servigi, al quale qualcuno della caserma aveva detto che quella sera con la corriera sarebbe arrivato un nuovo militare al quale egli doveva prendere la valigia per rendergli meno faticoso il tragitto e per indicargli la strada. Istruzioni che il povero uomo aveva troppo affrettatamente eseguito, senza niente spiegare.

L’ostile impatto col paese gli gravò per molto tempo. Aspirava di essere trasferito altrove. Poi la nebbia del cuore si dissolse pian piano … incrociando più volte un bel viso che si sciolse, dapprima in sorriso sereno e dopo in fuoco scoppiettante. Fin quando il suolo della piazzetta dov’egli aveva posato il piede arrivando la prima volta, lo risentì passare leggero, diretto alla chiesa, col vestito da sposo.

 

NITTO, CONTADINO SENZA TERRA

racconto già pubblicato sulla rivista di letteratura ALLA BOTTEGA di Milano e sul mensile LIBER'ETA', mensile dello SPI - CGIL. Lo stesso è compreso nel volume "Voli di soffione" piccole storie di minima gente, edito nell'anno 2002 da "Il Centro Storico".  

 

 Il drappo rosso sventolava a mo’ di bandiera, evaporando al sole di primavera il sudore delle mani del contadino che l’aveva attaccato con lo spago sul pero selvatico. Il fischio prolungato dell’uomo che stava di sentinella, allertò i dieci braccianti che avevano già occupato il feudo del barone e che stavano già provvedendo alla ronca dei rovi. Poco dopo, si avvicinarono tre carabinieri che li invitarono ad abbandonare il terreno.

 Centinaia di braccianti quella settimana, capeggiati dai rappresentanti sindacali arrivati dalla lontana Messina, avevano deciso di occupare uno dei tanti feudi di proprietà baronale, quello di Coniglio, una contrada che si trovava a circa quattro chilometri di strada mulattiera dal paese. Vederli mentre percorrevano quel tratto di strada che seguiva il crinale del monte, era uno spettacolo. Un nutrito gruppo di carabinieri li attendeva in prossimità del feudo, in un punto chiamato Stretto di Emanuele, dove la natura accidentata del terreno non consentiva altro passaggio oltre a quello della strada stessa. L’accesso sbarrato da quella ventina di carabinieri, fermò la fiumana d’uomini e muli.

 Erano quasi tutti reduci dai vari fronti di guerra. Avevano convissuto con la fame, il freddo, le bombe, il sangue e la morte. Le traversie sofferte li avrebbero spinti a scagliarsi contro gli uomini in divisa, che li separavano dal profumo di messi che avevano cominciato a desiderare fin dalle prime affollatissime riunioni che si erano tenute nella Camera del lavoro.

 Uno dei due dirigenti sindacali che capeggiavano la folla alzò la mano, bloccando sul nascere ogni pericolosa irruzione. Dall’altro lato, il maresciallo gridò categorico che da lì quella mattina non sarebbe passato nessuno e che lui aveva ordine di sparare contro di chiunque avesse contravvenuto alla legge. Poi aggiunse che, comunque, non valeva la pena di tentare di usare la forza per oltrepassare lo “Stretto di Emanuele” per occupare il feudo, perché sicuramente, entro brevissimo tempo, il governo avrebbe badato a emanare una legge che avrebbe consentito di occupare legittimamente la terra.

  Nitto tornò indietro lungo la strada, dove si erano fermati i braccianti e, con lievi movimenti del capo, invitò alcuni di loro a seguirlo. Percorsero svelti un pezzo di strada dietro la curva, poi si diressero verso lo scosceso pendio che conduceva alla vallata, ne attraversarono una parte e arrivarono al feudo, dove uno di loro issò il drappo rosso a mo’ di bandiera mentre gli altri iniziarono la ronca. Dall’alto, dove era fermo il grosso dei braccianti, qualcuno si accorse della bandiera e presto un urlo collettivo frastornò la campagna.

Grazie a quell’occupazione parziale, buona parte del feudo Coniglio venne, in seguito, divisa in quote di cinque ettari. I braccianti sapevano che le porzioni da assegnare non erano sufficienti per tutti, perciò si sarebbero accontentati anche di quote di un ettaro, pur di avere la sicurezza che a ognuno di loro, ne sarebbe spettata una, evitando il sorteggio; ma per garantire una discreta sopravvivenza alle aziende che sarebbero dovute nascere, la legge aveva quantificato in cinque ettari le quote.

 

La sorte volle che, come tanti, anche Nitto rimanesse escluso. Anche se lui era stato il capo del movimento, tanto da essere il più sorvegliato dai carabinieri che lo avevano pedinato e bloccato tante volte lungo il tragitto che da casa sua lo portava alla Camera del lavoro. E così a Nitto, fiero, dignitoso e caparbio, non restò che intraprendere la strada dei lavori stagionali; talvolta nella pianura di Catania a raccogliere agrumi e talaltra, in autunno, nelle aziende vitivinicole del trapanese.

Che non fosse protetto da una buona stella Nitto l’aveva capito molto tempo prima. Buona parte della guerra l’aveva vissuta in un campo di prigionia tedesco. Quando era tornato, a ventitré anni, pesava appena trentanove chili.

Allora, quando era in paese, Nitto partiva all’alba verso il proprio piccolissimo podere. Prima di imboccare la trazzera incontrava almeno tre o quattro uomini e assieme percorrevano buona parte del percorso. Il sabato sera, mentre i braccianti tornati dalla campagna aspettavano il proprio turno dentro la sala del barbiere, lui leggeva e commentava ad alta voce le notizie del giornale, colorando d’immagini lontane le fantasie di quei visi arrossati dal sole. Quando c’erano le elezioni, egli s’infervorava, argomentando le ragioni del suo credo comunista.

Passarono quarant’anni. Ora Nitto ne aveva sessantacinque e da un paio di mesi aveva conosciuto i letti di alcuni ospedali.

Aveva appena cominciato ad assaporare la serenità della vecchiaia dopo una vita di vagabondaggio, godendosi la sospirata pensione e la compagnia della moglie. Sulla soglia dei sessant’anni aveva trovato, oltre le tranquille chiacchierate in piazza con gli amici e le partite a carte, un posto di consigliere comunale del partito comunista. Per quel suo credo, il parroco, nel 1956, non lo aveva voluto sposare in chiesa. Oltre la soglia della sospirata pensione, un paio di anni dopo, trovò la malattia e la morte del fratello, poi il rapido sgretolarsi dell’Unione Sovietica, che nell’immaginazione del credo politico simboleggiava la realizzazione della giustizia sociale, e poi quell’idea italiana di cambiare il nome al partito.

Non aveva avuto figli, Nitto. Aveva speso la sua vita inseguendo il “sole dell’avvenire” ma tutte quelle cose, raggrumate in così poco tempo, velarono l’orizzonte di quel sole. Dal suo letto d’ospedale non chiese più notizie del male che lo lacerava. La giovane compagna che lo andò a trovare lesse nei suoi occhi una profonda prostrazione, forse anche per quel vento impetuoso che metteva in discussione tutta la sua esistenza.

E a lei, per quel sole che si stava spegnendo, brillarono gli occhi come gemme primaverili.

 

 

 

PAN PER FOCACCIA

Quello dello scherzo era, per Peppino, il passatempo preferito. Correvano gli anni e lui li inseguiva acchiappando i giorni con i suoi frizzi e lazzi. Fra dritti e mancini aveva portato a segno tanti di quei tiri che, se fossero stati cavalli, egli avrebbe potuto aprire una scuderia. Tante delle persone che orbitavano attorno a lui, prima o dopo, vi erano rimaste impastoiati. Secondo l’estro e dell’occasione, i lazzi potevano essere acri, mordaci o feroci. Poi, la sera, nella sala del barbiere, dove si trovavano gli amici, scioglieva le pastoie e faceva pascolare gli aneddoti in mezzo alle risate dei presenti.


Un giorno, dopo pranzo, Peppino aveva telefonato alla giovane figlia di una conoscente della moglie, signorina sui vent’anni. Camuffando la voce, si era finto anonimo spasimante della stessa e, edulcorando le parole, aveva suscitato un’interessata curiosità dall’altra parte del filo. Quando la vittima, dopo essere rimasta in silenzio, aveva parlato, chiedendo all’anonimo interlocutore di identificarsi, lui aveva risposto:


“Ma quanto vino ha bevuto a tavola signorina? Arriva una tale puzza attraverso la cornetta del telefono!” raffreddandocosì il calore suscitato dalla finta corte.


Peppino era un artigiano muratore. Un’estate, durante la costruzione di un villino in un vicino paese costiero, lui e gli altri operai avevano preso in affitto una casetta vicina al cantiere che serviva loro per mangiare i pasti all’ombra e, spesso, quando non rientravano al paese, per dormire. Pur rinfrescandosi alla fine della giornata lavorativa col bagno al mare prima di cena, la notte, a causa del caldo, dormivano nudi e senza coperte sulle loro brande, tutti in un'unica stanza. In quel periodo Peppino realizzò una serie di scherzi degna del repertorio dei “nonni” di una caserma.

A parte gli scherzi estemporanei a Peppino piaceva elaborare anche scherzi ricercati. Mentre stava restaurando una casa in un quartiere del suo paese, si accorse che uno dei suoi operai, al passaggio di una ragazza che abitava nei dintorni, sempre sospirava. Fingendo interessamento e solidarietà per la passione del giovane, s’inventò di avere appreso che la ragazza corrispondeva quella “bruciante passione” che però, poverina, non poteva manifestare a causa della morbosa gelosia dei genitori. Nel breve volgere di alcuni giorni, lo convinse a coronare quel sogno con una “fuga d’amore”. Gli suggerì anche di comprare, prima di compiere il fatidico passo, un piccolo corredo di biancheria intima, per non fare la figura dello zotico. Infine lo spedì all’hotel ristorante “Za Maria” dove il giovane avrebbe dovuto attendere l’arrivo, nella giornata, della ragazza.

All’hotel, le misteriose pulsioni che pizzicavano il corpo all’ingenuo operaio, poco a poco, facendosi lunga l’attesa, mischiandosi a una fresca brezza marina, prima sbiadirono e poi sparirono del tutto quando Peppino, assieme ad altri due amici, lo andò a trovare per comunicargli la brutta notizia che un imprevisto aveva impedito alla ragazza di raggiungerlo:
“I genitori della ragazza, si sono accorti di qualcosa e le hanno impedito di uscire …”.
Poi, tutti e quattro, giacché il “caso” aveva voluto che si trovassero assieme in quel locale dove spesso avevano mangiato frutti di mare, consolarono la “triste” serata con una cena a base di pesce, innaffiata dai soldi che il previdente ragazzo si era premurato di portarsi appresso. A Peppino, che a proposito di donne sapeva il fatto suo, e ai suoi amici, i gusci delle cozze, aprendosi, sembravano delle bocche spalancate alla risata.


Una mattina, Marta, la moglie di Peppino, dopo avere aperto una lettera indirizzata al marito che era appena arrivata, sbiancò in viso. Nella lettera, che proveniva dal capoluogo di provincia, Marta aveva letto:


“Egregio signor Peppino, con risposta alla Sua pregiata lettera speditaci la scorsa settimana, Le comunichiamo  che  il disegno di legge che il nostro movimento sostiene, stabilisce che, in caso di divorzio fra coniugi per motivi analoghi a quelli da Lei esposti, prevede che i figli vengano affidati metà al padre e metà alla madre. Nel caso prospettato, quindi, avendo Lei due figli, il maggiore sarà affidato a Lei mentre il minore sarà affidato alla madre. Essendo la colpa del divorzio imputabile al coniuge, lei sarà tenuto al mantenimento economico di entrambi i figli, ma non a quello del coniuge. Cogliamo l’occasione per porgerle i nostri saluti ed auguri per la sua e la nostra causa”.

A Marta vennero cento diavoli per capello. Questo frullava nella testa del marito? Il divorzio? E perché mai? Quali erano questi motivi che lui aveva descritto a quel maledetto “movimento per il divorzio”? Pensava a questo, dunque, il suo caro marito: il divorzio! Pensava di volersi dividere da lei; pensava di dividere i figli ma perché? –si chiedeva, senza riuscire a darsene una ragione. Magari c’è di mezzo un’altra donna e, solo per scusa, si è andato a inventare chissà che cosa con quelli là.

 

Fuori di sé chiamò per telefono la suocera, la quale in quel periodo abitava in un'altra città. Le raccontò confusamente dell’argomento della lettera. Sentendola oltremodo agitata e fuori di sé, la poveretta prese il primo treno e si recò subito dalla nuora, perché voleva vederci chiaro, lei, in quella storia. Che il figlio non fosse uno stinco di santo lo sapeva, ma, arrivare a pensare al divorzio, magari per un capriccio, un’infatuazione, non le garbava per niente.

Quando arrivò, dopo aver letto la lettera, chiese dove si trovava lui. Marta rispose che Peppino si trovava in una località di campagna, dove stava costruendo una casa rurale per conto del cancelliere Tale e che sarebbe rientrato, secondo le previsioni, nella serata.

La suocera propose allora di recarsi entrambe dal cancelliere Tale a fargli leggere la lettera in quanto, essendo egli un uomo di legge, avrebbe potuto dare loro qualche spiegazione.

Il cancelliere lesse la lettera e, dispiaciuto, alzò le spalle. Il senso della lettera era inequivocabile e corrispondeva a quello che loro avevano capito. Le donne allora chiesero al cancelliere dove, di preciso, lui aveva quella campagna, dove si stava fabbricando la casa perché avevano intenzione di andarlo a trovare subito in quanto volevano da lui conto e ragione della faccenda. Avuta indicazione del posto, si procurarono una macchina e si recarono in quella località.

Alla loro vista, Peppino, ignaro del motivo della visita, si preoccupò, temendo che fosse successo qualcosa di grave. La moglie, vedendolo venire loro incontro, prese un ciottolo da terra e urlando:


Testa vuota, questa hai nel cuore!” al colmo dell’ira, gliela scagliò contro.

Peppino non capiva la collera della moglie.

L’intermediazione della madre fece capire al figlio il motivo della visita. Peppino sembrò cascare dalle nuvole. Non si era mai sognato di scrivere una lettera a quell’associazione, diceva. Quello, sicuramente, era uno scherzo organizzato da qualcuno a loro danno. Le donne lo guardarono perplesse. Uno scherzo? Il dubbio di una tal eventualità non le aveva nemmeno sfiorate. Quella lettera, però, veniva da Messina, come si vedeva sul timbro postale di partenza.

Chi avrebbe potuto farlo?” chiedeva perplessa la moglie. Qualcuno dei loro conoscenti, aveva risposto il marito.

 

Tornando, tutti e tre erano andati a trovare di nuovo il cancelliere Tale al quale Peppino espose la sua tesi. Il cancelliere, con visibile soddisfazione delle donne, assentì. Disse che la cosa era molto probabile.

Guardate, aggiunse il cancelliere – l’intestazione col nome del movimento non è stampata sulla busta, è incollata. Incollata, capite? Evidentemente è stata ritagliata da qualche giornale”.

Finalmente tranquillizzate, le donne rientrarono a casa loro accompagnate da Peppino, il quale, smessi camicia e pantaloni da lavoro, uscì di nuovo e andò verso la piazza.

Con il sotterfugio di dovere scrivere a macchina un preventivo di spesa, riuscì a scoprire la fonte dello scherzo. Confrontando, intatti, il foglio del preventivo con la lettera che era arrivata, si accorse che in entrambi c’era un difetto comune riguardante la lettera G che, invece di allinearsi agli altri caratteri, si alzava un pochino al di sopra del rigo.

 

Ebbe quindi la conferma che a organizzare lo scherzo erano stati sicuramente alcuni degli amici ai quali lui spesso aveva raccontato, nella sala del barbiere, le proprie imprese. Tuttavia, a parte quello che personalmente usava quella macchina per scrivere nel suo ufficio, era curioso di scoprire chi erano stati gli altri artefici della missiva che aveva creato quella gigantesca collera della moglie. Fece una breve capatina nella sala del barbiere, cercando di far finta di niente, ma l’involontaria maschera della sua faccia, segnata dal turbamento avuto quella giornata si riflesse inequivocabilmente negli occhi attenti del barbiere. Tuttavia Peppino non disse niente in merito. Né complimenti, né imprecazioni.


Questo per non dare soddisfazione alla morte muore con gli occhi aperti” pensò il barbiere.

Dopo un poco Peppino andò via. Il fatto che egli non aveva minimamente accennato allo scherzo subìto fu un chiaro segnale che l’obiettivo era stato centrato. A uno degli amici venne anche il sospetto che fosse accaduto qualcosa che era andato di là dalle loro attese.

Così, graffiati dal complesso di colpa e, nello stesso tempo, curiosi di assaporare gli sviluppi che aveva preso l’arrivo della lettera, decisero di andare a chiedere scusa alla moglie, la quale, dello scherzo, era stata la vittima principale.

E la serata, com’era prevedibile, finì meglio che a tarallucci e vino, perché a render pan per focaccia, alla fin fine, era abituato il forno.

 

 

IL FIORE CHE VOLA

Assieme costituivano un’allegra brigata la cui filosofia spicciola scaturiva dalla considerazione che dovendo ciascun essere umano vivere una volta soltanto, la loro vita avrebbero dovuto trascorrerla godendo “a coro e in parti uguali” ogni arco di tempo comune, senza farsi assillare da alcunché.

Ogni piccola festosa ricorrenza, personale o familiare, era quindi occasione di gozzoviglia. Il nucleo della brigata era costituito da Romeo, Carmine e Calogero, spesso assecondati dalle rispettive famiglie. Tutti e tre si dilettavano con la musica che tiravano fuori dai loro strumenti.

Ben presto al gruppo si aggiunse Orlando. Quest’ultimo, seppure non sapesse suonare alcuno strumento musicale, deliziava gli amici con il suo ricco repertorio di aneddoti spiritosi, di tanti dei quali era stato protagonista. Romeo e Carmine lavoravano presso lo stesso ente pubblico; Calogero faceva il manovale presso una ditta edile. Orlando, che aveva una particolare passione per le macchine sportive, faceva il carrozziere.

Di volta in volta le loro festose riunioni erano abbondantemente contornate dalla più varia umanità paesana, perché, in fondo, loro costituivano l’essenza di una filosofia popolare che in ogni luogo ha sempre riscosso proseliti, sia pure temporanei e occasionali, fin dai tempi degli antichi epicurei. Così la loro intrinseca luce, di quando in quando, si avvaleva dello sfavillio di altre stelle: Ciano, Nino, Mario, Pippo e tanti altri che nel corso del tempo, secondo il punto di rotazione terrestre, servivano a distinguere le varie stagioni.

Toccandosi per scaramanzia la peluria del corpo, una volta fecero patto che se qualcuno di loro fosse morto, i superstiti avrebbero dovuto ricordare, la sera stessa del funerale, l’amico scomparso con una lauta libagione, liquefacendo ogni tristezza dentro sorsi di vino.

 **

Un pomeriggio di ottobre di uno dei primi anni novanta, Romeo, Carmine e Orlando, convinsero l’amico Nino, postino in pensione che dedicava buona parte delle sue giornate a coltivare un suo piccolo appezzamento di terreno, a trascorrere assieme la serata nella sua casa di campagna. Dotato di particolare socialità e provvisto di un’ottima dose di umorismo, Nino non si fece pregare. Comprarono alcuni chili di salsiccia e di pane, racimolarono formaggi, olive e altre vettovaglie e, all’imbrunire, i quattro amici, più Nenè che si era nel frattempo aggiunto alla combriccola, partirono con il fuori strada di quest’ultimo verso la contrada Santa Maria. Non appena arrivati, Nino accese il fuoco nel camino. Nino, Romeo e Nenè decisero di andare a caccia di lepri.

Dopo essersi accertati che il fuoco nel camino si fosse bene avviato e dopo avere raccomandato agli altri due amici, di stare attenti a non farlo spegnere i tre amici si avviarono, lasciando Orlando e Carmine in casa a giocare a carte. I due rimasti convennero che a ogni mano di gioco il vincitore avrebbe avuto il diritto di bersi un bicchiere di vino mentre il perdente avrebbe dovuto badare a rifocillare di legna il camino. Giocando a scopa avevano pattuito delle partite corte, al fine di consentire continui assaggi alla gola del vincente e a quella del camino.

Forse perché Nino, Romeo e Nenè tardarono più del previsto o forse perché le partite erano troppo corte, quando i cacciatori, di ritorno, giunsero in prossimità della casa, invece che vedere uscire il fumo dalla canna fumaria videro uscire grosse vampate di fuoco. Preoccupati, affrettarono il passo. Entrati in casa, si accorsero che tanta era stata la legna che i due giocatori avevano apposto nel camino che la canna fumaria era scoppiata e il calore dentro casa aveva accartocciato, come fossero pergamene, i fogli del calendario appeso alla parete opposta a quella del camino. Nino corse a portare fuori le taniche di benzina agricola che teneva sotto il calendario. Con i visi arrossati dal vino e dal calore, i giocatori, come se niente fosse successo, chiesero se la caccia avesse dato buoni frutti.

Quando, a seguito di una devastante malattia, Romeo fu prematuramente vinto dalla morte, il paese che andò al funerale ascoltò pensoso lo scalpiccio dei propri passi dietro il feretro e assistette sgomento all’allegria che tante volte lo aveva animato, venire chiusa dentro un loculo.

Nella serata gli increduli amici si radunarono per il “festino” pattuito. Ricordarono le innumerevoli serenate portate ai numerosi conoscenti in quel mazzo di anni che li aveva visti assieme e concordarono di portarne una, la notte dell’anniversario, proprio a Romeo, dentro il cimitero. Come fosse un loro particolarissimo, volatile fiore.

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Commenti più recenti

11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

...
19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

...
25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

...
25.04 | 12:49

QUANDO SI AGGIUNGE UN NUOVO TASSELLO A QUALCOSA DI MISTERIOSO ,C'E' SEMPRE UNA GRANDE GIOIA CHE CI RISCALDA IL CUORE, LA MENTE E L'ANIMA. EUREKA!

...
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