dalla raccolta IL CANTO DEI PAESI

IRONIA DI ROSA

Per qualche tempo vissi in un castello

eretto da un casato nobiliare

a strapiombo sul mediterraneo

e, notte e giorno, dentro quelle mura

sentivo l’onde frangersi allo scoglio.

 

Di rado, il giorno, all’orizzonte cheto 

passava il mondo in barca, dondolando

ma, al buio tetro, l’acqua si frangeva

gemendo fantasmi addosso al muro

(il tempo porta lenzuola di schiuma

da un passato remoto di assalti

di turchi, scimitarre e pugnali).

 

Gemendo qualche volta anche il futuro 

incerto dietro l’angolo di casa…

talvolta adotto compagnie

di parole elette dagli accenti 

e qualche spina fatta d’ironia

composta sullo stelo di una rosa.

DAL LATO DELLE COSE POSITIVE

(omaggio a Giacomo Giardina)

 

Caro poeta nostro di Godrano

che col tuo stendardo di parole doc

attraversasti quasi per intero

il lungo crinale del secolo ventesimo,

parlai di te a una nuova generazione

di lucertole acquattate al sole

di un tiepido Settembre levigato

da bianche nuvole sottili

sotto il cielo terso delle mie montagne

di quando eri poeta - pecoraio.

 

Esse ascoltarono, come virgole

posate sulla pagina del giorno,

un poco stupefatte,

ma poi svelte sparirono,

cancellate dallo spavento

alla vista del mio cane

quando mi raggiunse fiutando

dentro le fessure dove si nascosero.

 

Dai pioppi tremule foglie gialle

cadevano come coriandoli giganti

e un cra – cra di scarpe sconcertava

il vago silenzio attorno.

 

Vidi e odorai l’erba pulicaria

che sempre mi ricorda

la sua funzione matematica di scopa

che nettava chicchi di grano

dai leggeri involucri

nelle aie contadine impregnando l’aria

e appendendosi al resto dei miei giorni

dal lato delle cose positive

come l’odore del pane caldo

davanti alle porte dei fornai.

 

 

 

NEBRODI SOUND

La patria del cuore di certo è un giardino

di tenere viole che quieta il pensiero.

 

Amaca mentale che tiene distante

l’isterico bolo che celebra il mondo.

 

Caverna dell’orso o palazzo del re,

chi mai ci può dire questo posto dov’è?

MARE NOSTRUM

Casa di Via Paolo Insinga dove probabilmente abitò Maria Messina durante la sua permanenza a Mistretta.

(omaggio a Maria Messina che circa 100 anni fa scrisse dei racconti sulla epopea delle partenze degli italiani verso l'America)

 

Andarono per mare da Palermo

e Napoli verso il mondo nuovo

i “paesani” nostri

per tanti anni spinti dalla fame,

conquistati dal mito di una vita

con triboli smussati

dall’agio del soldo guadagnato,

nelle Americhe solcando

l’Atlantico sgomenti

come i diseredati d’oggi

sui barconi alla deriva 

che buttano compagni

e figli morti al Mare Nostrum.

 

Ahi, salato mare della terra,

anche gli oleandri luminosi

hanno belle ma tossiche le foglie. 

FRESCA E FUGACE

Fresca come l’uva settembrina,

(acerba ancora un poco,

penzolante fra le larghe foglie,

bagnata dalla pioggia il giorno prima)

 

dondolando la borsetta della spesa,

va, la ragazza assorta nei pensieri.

Senza voltarsi a guardare copertine

passa davanti al chiosco dei giornali.

 

Fugace come un vecchio motivetto

dispare dietro l’angolo di strada

lasciando gli attempati a bocca chiusa

a meditare lo scorrere del tempo.

                         

ÀNCORA E PROIEZIONE

 

Fu nell’estate del novantanove

(quando nel bosco ancora i ciclamini

erano speranza prematura)

nel grembo di una sera con la luna

che la notammo all’ombra accovacciata

talmente spelacchiata e magra

da impressionarci come un cimitero.

 

Sensi falsati da atavica paura  

ci indussero a sfrattarla dal quel buco 

che lei aveva eletto a sua dimora.    

 

Sloggiò protestando, alquanto offesa  

di apparirci come una appestata.

 

La vidi, giorni dopo, per la strada 

passare come fosse allampanata,

e ancora, e dopo, dormire all’addiaccio.

Viveva in quel tempo, scoprii dopo,

dell’elemosina che un’alma pia 

le allungava dentro una scodella.

 

Poi scivolò la nostra diffidenza

come acqua piovana giù dai monti

irrorando la bestiola d’allegria.

 

Bella è una spinone a pelo crespo

che abbaia sempre a tutti i motorini

(mosconi fastidiosi ai padiglioni)

e alle gambe sulle biciclette.

Ma quando il tempo si incupisce e tuona

abbassa la sua coda e cerca tana.

 

Dorme talvolta a pancia e gambe in aria

come fosse stecchita da tre mesi

…oppure con la testa a penzoloni.

Comoda sul divano del salotto

sogna battaglie o zuffe con i gatti.

 

Àncora primitiva del bestiale

passato umano vuoto di parole.

Vivente speranzosa proiezione

di affettuosi tempi nel futuro.

 

Chissà se Bella è cane o è poesia?

DEPRESSIONI

 

Forse, dentro ogni depressione

c’è una margherita che non sboccia,

un pensiero lungo che marcisce.

 

Tarlo che rode le pagine dei giorni,

di mesi e mesi di uguali settimane,

del vivere per nulla soddisfatto.

 

Un pensiero lungo che marcisce

come un calpestato millepiedi,

verme putrefatto dentro notti insonni.

 

Un grido, tanto tempo grido muto, 

prigioniero della decenza umana,

impiccato all’albero del tempo.

DUBBIO MAGISTRALE

 

Chissà come consolerà il Signore

quelle ragazze alle quali ha tolto

il sangue rosso dalle loro vene

spedendo il padre loro al cimitero

senza lasciare un soldo di pensione

 

e la di loro madre casalinga

che non sa su quale ramo sostenere

la nidiata implume che va a scuola

in quel paese che non ha lavoro?

 

Chissà come consolerà il Signore

lungo il tragitto della adolescenza

la bimba chiusa dentro la novella

della mamma assunta in cielo

per i fini imperscrutabili di Dio?

 

Chissà come consolerà la vita 

questa strenue ricerca del divino

che, evolvendosi, l’intelletto umano

rincorre, senza sosta, da millenni?

 

Penso, dunque sono minuscolo

granello di sabbia nella immensità,

sale che le meningi spreme

sul caos e sulle forme del Signore.

 

E se Cosa sono, terrena come

un vaso di coccio che si rompe,

è un fitto mistero questa Cosa

che contiene l’universo nel pensiero.

 

IL MONDO DENTRO LA QUIETE

 

Mia figlia di tre anni questa sera

ha visto “abbracciato”, lungo il viale,

un albero di tiglio a un lampione.

Mia moglie, lì con lei, ha colto il verso,

che con delicatezza ha conservato

per affidarlo alla custodia mia. 

 

Ed io lo tengo, lisciandogli il pelame,

fringuello fra passeri neonati,

dentro una tana piccola fra i rami

della robinia nell’orto della musa.

 

Quando si amplierà a questa figlia

l’orizzonte a tutto il grande globo

vorrei che, serena, ricordasse

l’immagine animata vegetale

lucido specchio di una dimensione

(mentre, da guerre, piove sangue altrove)

di tranquilla urbana beatitudine

con tutto il mondo dentro

la quiete di questo suo paese.

IL GLICINE IN TERRAZZA

 

Si gonfia di tenue viola il glicine        

sulla pergola della terrazza lunga

che si affaccia sulla piazza grande  

dove sosta l’umanità viaggiante

in attesa degli autobus di linea

(e anche quella che consuma in ozio

il tempo mite che sorvola il cielo).

La pergola della terrazza lunga

se in mattinata giungono turisti

attrae la vista con soave forza 

e parte di certo qualche scatto

di foto a immortalare l’impressione.

 

Si gonfia di tenue viola il glicine        

e genitori, aspettando i figli

che saltellando escono da scuola, 

distratti da urgenze quotidiane   

non posano sui grappoli  pendenti

lunghi pensieri e, tuttavia, in petto

maturano voglie inconsapevoli

di aperti spazi e gite in campagna.

 

Che fai tu, soave glicine, 

quando maturi tutti i giorni tuoi

e la scuola chiude il suo portone?

Ti spappoli in minute foglioline 

che il vento disperde chissà dove?

Ma una, almeno, metticela in tasca

che, toccandola, per caso, qualche volta

ci ricordi un poco la poesia.

IL CANTO DEI PAESI

 

Fresca una domenica di Settembre

(in coda a un caldo tubo di giornate)

con cappello di nuvole grigie

poi che la notte ha sciolto acquazzoni.

Alle undici, dall’ampia terrazza

di Santa Maria delle Grazie

lo sguardo s’adagia sul selvatico

finocchio dai granuli verdi sotto

la ringhiera che guarda il panorama

di case, tremuli pioppi e tigli.

 

“Ite, missa est”, a casa le donne  

affaccendate in cucina per il pranzo;

ma noi andiamo là dove gli amici

siedono fra chiacchiere e caffé lunghi

- anche perché la bimba nostra scopre

che al suo appello di patatine

la domenica risponde qualche bar.

 

Strozzato il Corso, per lavori in atto,

giriamo un poco per le vie traverse

(che poi è la voglia vera della bimba:

girare a lungo e guardarsi attorno).

E pure oggi è un giorno di partenze.

Dal plesso della Scuola elementare

(che tante lunghe sere ha ospitato

la loro cristallina allegria canora)

partono i  giovani boy scout

con tante auto, arrivate la mattina,

di trepidanti e fieri genitori.

 

Partono e portano i loro sogni altrove.

E parte pure oggi il Veneziano,

professore, che da vent’anni e più,

puntuale viene qui ogni anno

come fosse una amata patria

(da quando in un libro di fotografie

ha impresso visi, case e scorci,

allora nostri deprezzati monumenti

e col suo autografo di intenditore

intrise ogni cosa di poesia)  

lasciando un filo di collegamento:

ugo vincenzo maria /chiocciola /alice.

 

Così, come si suole dire, casca

a fagiolo la malinconica canzone

di Leonard Cohen che radiodue

trasmette all’abitacolo che in giro

ci conduce per le nostre strade.

 

Oh, a proposito di strade, guarda,

guarda che da quell’altra scende il prete

Giovanni dal passo lungo e svelto,

umano segno che a Santa Caterina

la messa è finita e la chiesa è chiusa.

Ma col suo passo svelto e lungo

tornerà lì per la messa vespertina

con la giuliva e profonda fede 

che ha portato dalla sua Polonia.

 

Taluni partono (ché manca l’ut)

e portano i sogni loro altrove.

L’altrove ha portato qui il suo sogno.

Crocicchi per le strade e nella piazza.

Peppino, Nino e Massimiliano

 

Al “Primavera” di Esse Filetto

progettano il futuro culturale

e calamitano il sopranazionale. 

 

Non gli andirvieni dell’Heatrow Airport

ma ciascuno ha la sua storia condivisa. 

Ci vedono e ci invitano a sedere.

Tatuzzo, assente, forse è andato all’orto

a cogliere minestre maritate.

 

Si ode da una macchina che passa

un disco che lamenta una canzone.

Oh, non è l’inno di questa cittadina,

ma il lamento - canto dei paesi.  

 

PARTENZE

 

Quando di bimbi si assottiglia

la lista dell’unico pediatra

è un “trentatrè” terribile quello

che esce dalla bocca del paese

(il dottore tasta il polso

al registro che diminuisce

il battito alla popolazione,

con presagio di morte).

Di tanto si duole l’arciprete

all’omelia del giorno, così

trascolorando lo sbigottimento:

“E’ passato, giorni fa, un altro

padre di famiglia, nostrano

come i ficodindia di contrada Ape,

a confessare la sua resa

alla locale disgrazia di disoccupazione

ed il conseguente esilio in lontane plaghe”.

 

Addio nostro dialetto che muori

in bocca di chi parte e va lontano,

esangue come i bimbi

che scompaiono dall’elenco

del registro del pediatra

mentre dicono ciao ai cuginetti

che a guardare restano perplessi.

 

 

ERBE SELVATICHE

 (a Claudio La Ferrara)  

Ti assale il vento caldo del ritorno

al luogo – tempio dove il primo amore

si aprì rosso come un melograno

al morso avido delle acerbe labbra

della ragazza che allora ti filava.

Durò, mi pare, un ciclo di stagioni

disseminate di morbose liti.

 

Suonavamo alle serate della zona

brani dei Beatles e, ai matrimoni,

il “tanti auguri” ai novelli sposi

guadagnando così qualche liretta

per comprare riviste e nuovi dischi

della Premiata Forneria Marconi.

 

Poi fosti risucchiato dal lontano

monte con bocca di vulcano

che richiamò tuo padre al suo paese

per fargli godere i maturi frutti 

dei contributi utili a pensione.

 

E avvenne poi che per decenni

perdemmo entrambi ogni cognizione

del rispettivo “modus vivendi”

anche se, in vero, con sorpresa appresi 

che facevi l’agente immobiliare.

 

Ti assale il vento caldo del ritorno

e il caso che si para a te davanti

consente che di nuovo ci incontriamo.

 

Dapprima è una lenta messa a fuoco:

dei tuoi lunghi capelli d’una volta

conservi solo pallidi fantasmi;

d’altronde il mio naso è sempre grosso

ma allora non portavo occhiali.

 

Poi… ripeschiamo dai sommersi archi

di tempo dove girò ardente il sole

un pastello intenso di ricordi

(erbe selvatiche e grumi di sogni).

 

“Fermate il mondo: voglio scendere!”

a noi, a quella disciplina indottrinati,

titolava una rubrica di giornale

al quale eravamo affezionati.

 

Ma, ora tutto il giorno fatichiamo

per restare in sella a quel cavallo

e i figli, i figli nostri a terra,

oggi, forse non li comprendiamo.

ALBI-COCCOLARCI A CICE'

Che superbo sapore di genuino

che sprigiona l’albicocca di Tatà

coltivata col sudore delle carni

nella terra ventilata di Cicè.

 

Quale afrore di zagara si effonde

dall’arancio sulla valle di Romei

e gorgheggia dall’acqua del torrente

una nota ancestrale di letizia.

 

Io le sento lungo l’anno tante volte

queste terre che sprigionano gli umori

di persone radunate a farsi festa

per le case assolate di campagna.

 

Ma che festa che si gode questa terra

se, materna, qui raccoglie quegli amici 

dell’amico della terra e delle piante

dei colori delle foglie e dei suoi fiori.

 

Qui s’affacciano dai monti le giornate,

qui matura la zucchina verdolina

la nocciola, il basilico e il ciliegio

e, sottozolla, va gonfiando la patata.

 

Qui il tempo lavora tutto l’anno

…e tutto l’anno il tempo si riposa

dallo stress delle città febbricitanti

che misurano il tempo col denaro.

 

Qui, per ogni Agosto ancora da venire,

si vuol chiedere asilo per un giorno,

liberi dai toni da carta bollata degli uffici,

a sigillare, in pace, un altro anno.

 

Questo è il mito che voglio coltivare:

con i sogni fatti all’alba coccolarci.

Al custode del Tempio quindi chiedo

un occhio di riguardo all’albicocco.

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Commenti più recenti

11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

...
19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

...
25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

...
25.04 | 12:49

QUANDO SI AGGIUNGE UN NUOVO TASSELLO A QUALCOSA DI MISTERIOSO ,C'E' SEMPRE UNA GRANDE GIOIA CHE CI RISCALDA IL CUORE, LA MENTE E L'ANIMA. EUREKA!

...
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