Nebrodiversi

NEBRODIVERSI

NEBRODIVERSI (Ed. Il centro storico, Mistretta 2013) è l'antologia che comprende 12 raccolte di poesia, composte fra il 1973 e il 2012, già pubblicate dal 1976 al 2012. 

Spirale (Edizioni SSC, Catania, 1976)

Se dura l'inverno (Seledizioni, Bologna, 1980),

Villaggio fra le braccia di Morfeo (Ed. Il vertice, Palermo 1982)

Del sabato e dell'infinito (Ed. IL Vertice, Palermo 1992)

L'amore epigrammato (Ed. Quinta Generazione (Forlì, 1993)

Rami di scirocco (Il Centro Storico, Mistretta 2000)

Scorcia ri limuni scamusciata (IL Centro Storico, Mistretta 2003)

Il sale della terra (Il centro storico, Mistretta 2004)

Ntra lustriu e scuru (Il centro storico, Mistretta 2006)

Minuetti per quattro stagioni (Il centro storico, Mistretta 2007)

Sussurri del cielo e mormorio di numeri primi (Il centro storico 2011)

Il canto dei paesi, (Youcanprint, 2013).  

Sintesi in DVD

NEBRODIVERSI è anche il video magistralmente curato da Sebastiano Insinga e Lucio Vranca che descrive e interpreta il libro. Sotto c'è il link di una pagina internet di cultura internazionale che ospita, fra l'altro, diverse cose a me pertinenti, compreso le tre parti del video NEBRODIVERSI.  

http://wn.com/poesie_di_filippo_giordano

Commenti a Nebrodiversi sulla stampa: Gazzetta del Sud, 17.02.2013

Nebrodiversi

Nebrodiversi di Filippo Giordano, antologia edita da “Il Centro Storico” di Mistretta, raccoglie dodici sillogi poetiche in ordine cronologico, di cui due in dialetto amastratino, pubblicate dall’autore in quasi quarant’anni di impegno (1973-2012). In una corposa appendice si possono leggere, poi, i giudizi espressi dai critici sulle varie sillogi.

Il titolo ben sintetizza il nodo centrale dell’ispirazione di Giordano: versi per i Nebrodi, parole per celebrarli, per esprimere l’amore alla terra che gli ha dato i natali e nella quale vive. Mistretta, a mille metri sul livello del mare, alle bellezze naturali aggiunge il fascino antico dei luoghi lontani dal fragore delle città, un piccolo mondo di cui il poeta conosce l’incanto, che riesce a trasmettere al lettore. “Dai balconi scorgi vicoli segreti, | …| e secoli rappresi oltre gli usci | ombrosi. | E muri, archi, selciati | e scalinate in litanie di pietra.” (da “Del sabato e dell’infinito” 1987-92). Nel paesaggio intessuto di silenzi e di solitudine si specchia l’anima: “Il freddo parla piano | a questo immemore fluttuare di foglie | e il vento sospira tenero | colmo di pudore. | Questi occhi rivolti al passato | conoscono la malinconia degli alberi. | Scoprimmo la dolcezza di una primavera.” (da “L’amore epigrammato” 1973-78).

Giordano è legato alle tradizioni, alle piccole cose che scandiscono la vita quotidiana della comunità, ai lavori dei campi col rituale stagionale, è attento agli affetti che albergano nell’animo della gente semplice, sente molto i problemi sociali quali la disoccupazione e l’emigrazione, da sempre motivo di sofferenza per la sua gente. Dalla “groppa dei Nebrodi” molti sono andati via per il pane; chi è rimasto si è sentito privato della condivisione della vita della persona cara, è invecchiato nell’attesa di un figlio, di un padre, di un fratello, di un amico. Crudele destino di tanta gente del Sud. Nel giudizio critico sulla silloge “Se dura l’inverno”, una delle più belle, Bárberi Squarotti dice di ammirare di Giordano “la capacità di cogliere con epigrammatica forza le situazioni di vita siciliana fra sociologia e spettacolo e paesaggio ed esplosione dei sensi e dei sentimenti”.

Particolare è l’ultima silloge che comprende poesie scritte fra il 2010 e il 2011. Si intitola “Sussurri del cielo e mormorio di numeri primi” in cui l’autore mette in versi in modo certamente originale elementi filosofici, teologici e matematici. Sì, perché egli, oltre alla poesia, coltiva la matematica e la fotografia e nel 2009 ha pubblicato il saggio “La ragione dei numeri primi” nel quale illustra il suo teorema. Con la suggestiva ipotesi che l’ordine naturale dei numeri primi nasconda una proprietà ontologica, il poeta matematico annulla le distanza tra immanente e trascendente, tra poesia e scienza cui si può attribuire un unico linguaggio.

Anna Maria Crsafulli Sartori

 

 

 

 

 

Rivista Italiana di Letteratura dialettale, n.2/2013

Nebrodiversi

Pur conoscendo bene da lungo tempo e apprezzando la produzione poetica in lingua italiana di Filippo Giordano, affermato scrittore e ricercatore originale di scienze matematiche, che vive e opera in Mistretta, un affascinante comune della provincia di Messina, ho tuttavia sempre considerato di grande pregio le sue liriche dialettali. Mi riferisco direttamente a Scorcia ri limuni scamusciata (2003) ed a Ntra lustriu e scuru (2006), due raccolte che lo hanno inserito tra le voci più suggestive della letteratura siciliana in dialetto affacciatasi nel nuovo millennio. Ne voglio dare subito un esempio: Sugnu , ntra lustriu e scuru, nna sta strata / chi sparti a manu manca ra riritta. / Una arricogghi corchi filu i rienu e l’autra u va-ttaccannu a mazzu.// A manu ritta via spirtizza e scuru / (Quantu lustriu cc’è mmienzu a ssu scuru?) // A mancunia, mmeci, vavareddi! /( Quantu scuru cc’è ntuornu a ssu lustriu?)// Nno-mienzu c’è stu nasu chi naschia (Sono tra luce e buio in questa strada / che separa la mano sinistra dalla destra. / Una raccoglie qualche filo d’origano e l’altra lo va legando a mazzo. / A destra vedo esperienza e buio. / (Quanta luce c’è in mezzo a tale buio?) / A sinistra, invece, gibigiane! / (Quanto buio c’è in mezzo a tale luce?) // Nel mezzo c’è questo naso che annusa).

Giunge oggi, imponente per le sue 450 pagine, questo volume Nebrodiversi che riunisce tutta la produzione poetica di Filippo Giordano edita dal 1973 fino a tutto il 2012, arricchito in appendice da un ampio repertorio della critica italiana attraverso le sue firme più note e prestigiose: da Giorgio Barberi Squarotti a Stefano Valentini, da Giorgio Santangelo a Giuseppe Cavarra, da Elio Andriuoli a Luciano Nanni. L’iniziativa editoriale assunta a Mistretta appare meritoria non foss’altro che per un paio di ragioni almeno: in primo luogo perché consente finalmente di avviare un ragionamento organico su un percorso di autentica poesia che ha già superato la soglia dei quarant’anni; e poi perché riporta al centro dell’attenzione l’opera di un poeta interessante come Filippo Giordano il cui temperamento trattiene spesso entro un ambito che merita invece più spazio e visibilità.

Salvatore Di Marco

Vernice (Torino), n. 50 / 2014

Nebrodiversi

Pubblicazione di straordinario valore che celebra quarant’anni di impegno e di fedeltà alla poesia è la raccolta di tutte le poesie fino a ora edite nell’opera di ricapitolazione che si chiama Nebrodiversi dello scrittore siciliano Filippo Giordano. Si tratta di dodici libri che insieme descrivono l’arco temporale che va dal 1973 fino al 2012. Si legge sulla quarta di copertina: “Poeta, scrittore e ricercatore autodidatta di matematica. Filippo Giordano vive a Mistretta dove lavora presso un ente di patronato.

Ha conseguito diversi premi letterari. Articoli sulla sua produzione letteraria sono stati pubblicati su molteplici riviste del settore mentre alcuni quotidiani , fra i quali la Gazzetta del Sud e Avvenire, hanno riportato notizie dei suoi studi sui numeri primi. Un suo teorema, relativo ad una proprietà dei numeri perfetti, è stato inserito nel contesto di una tesi presentata nel 2005 presso la Facoltà di Matematica dell’Università di Torino”. Il libro è arricchito da una monumentale rassegna critica collettanea, nella quale sono riportate in grande numero le recensioni e i pareri critici professionali elaborati dai lettori professionisti sulla produzione poetica di Giordano: tali contributi sono già tutti apparsi su quotidiani e riviste specializzate.

Il libro è preziosissimo e unico per chi voglia farsi un’idea complessiva della vasta produzione del poeta di Mistretta e avere un riscontro puntiglioso della sua positiva accoglienza e valutazione da parte della critica specializzata. Dato l’elevato numero delle pagine, che arriva a 450, il prezzo di €. 25.00 appare più che onesto.

Sandro Gros Pietro

Literary - n.5 / 2014

Nebrodiversi

    Poesie (1973 - 2012)

Poesia. Una consistente parte della produzione poetica di Giordano è ora raccolta in unico volume e ci dà la misura di un’opera articolata in vari periodi, con momenti evolutivi costanti, pur nello stile di fondo che in un certo senso coordina e unisce l’insieme. Dapprima l’idea precisa, descrittiva, quasi un atto: “Dalla finestra sguscia attenta una testa” (da poesie scritte fra il 1973 e il 1976). È chiaro che con una simile mole di testi un commento critico deve tener conto di alcuni aspetti, considerando anche la varietà formale e tematica. Si potrebbero segnalare versi squisitamente lirici: “era un melodioso flauto con la fantasia” (p. 22) o “Del cigno riflesso sull’acqua” (p. 66), senza dimenticare i contenuti, non di rado a carattere sociale; e la forma, però ‘idealizzata’ (zagialesche, p. 239). Perfino gli haiku, ove il poeta dispiega le sue particolari potenzialità; un quinario come “più abilità” (p. 159) tende a sfuggire a rigide classificazioni. E non si deve trascurare il ‘dialetto’. Un corpus poetico che certamente incide nel campo della odierna letteratura. Ampio spazio è dato ai numerosi interventi di critici qualificati.

Luciano Nanni

IL CENTRO STORICO, Maggio Giugno 2014

Nebrodiversi

Il volume, antologico, comprende poesie scritte in periodi diverso e lungo un arco di tempo abbastanza esteso, che va dal 77 al 2012: testimonia quindi l’evoluzione dello stile poetico e la varietà e ricchezza dei temi che hanno sempre ispirato l’autore.

Fra questi, come emerge dal titolo, la Sicilia dei Nebrodi, con le sue bellezze naturali ancora intatte e col suo bagaglio di cultura e di tradizioni ma anche di dolori e di sofferenze, evidenti nelle liriche in cui appare il tema della povertà e dell’emigrazione .

C’è sempre l’eco del mondo contadino, del duro lavoro dei campi, delle tensioni sociali, dell’ambiente paesano, con il suo fascino legato a una società arcaica e ricca di valori genuini, rappresentata in quadretti limpidi che sembrano “fotografare” la realtà ( la fotografia è un’altra passione del nostro poeta): ma non si tratta di una semplice riproduzione, perché anche l’artista fotografo interpreta ciò che vede, ritraendolo sotto particolari angolature e prospettive che riflettono le sue scelte. Allo stesso modo il poeta, ispirandosi alla realtà, aggiunge la sua interpretazione, frutto della sua sensibilità. Così, i quadretti di vita paesana, nitidi, precisi e a volte realistici, si accompagnano a note di mestizia legate alla percezione del tempo che fugge o alla fragilità umana, espressa con versi di particolare incisività ( “L’uomo è un balenio dentro la selva”): tutto infatti è espresso con abile scelta dei termini, con versi ricchi di sfumature e con immagini a volte insolite e vigorose, a volte delicate e limpide, di una concisione che fa quasi pensare agli hai-ku, come nei versi che descrivono il mare “miraggio / di fluide carezze / amaca azzurra” o i monti “che trattengono il cielo / ancora lassù”.

La natura, descritta nei suoi molteplici aspetti, è percepita fondamentalmente come vitalità, movimento ed espressione delle leggi immutabili della vita; ma il paesaggio viene interiorizzato alla luce della malinconia che nasce dai ricordi e dagli interrogativi sul mistero della vita. E non mancano gli accenti di amarezza e di solidarietà umana di fronte al dolore , alle ingiustizie, ai contrasti tra aspirazioni e realtà.. Questo è particolarmente evidente nella raccolta Villaggio tra le braccia di Morfeo, dove il nome del dio del sonno che, secondo il mito, sfiorando le palpebre dei dormienti dava loro realistiche illusioni, è sempre abbinato a quello di personaggi che vivono una realtà tragica, dolorosa, piena di sogni lacerati, commentati dal poeta con accenti dolenti che constatano la disfida “tra ciò che abbiamo e siamo / e ciò che avremmo voluto vivere”.

Ma c’è sempre la consapevolezza del valore dell’uomo, che , pur legato alla terra, ha in sé una scintilla divina: “affiorati dalle viscere dei secoli / egli, tu, noi, come origano / fra l’erba, frammenti d’eterno”.

Il paesaggio siciliano trova naturalmente un’efficace rappresentazione nei versi in dialetto, in cui tradizioni e costumi tipici o semplici episodi di vita quotidiana ispirano versi in cui realismo e lirismo si fondono , traducendo anche quel misto di amarezza, saggezza, rassegnazione e ironia che caratterizza l’antica cultura contadina.

Altra fonte di ispirazione, insieme alla campagna, è la città, i cui aspetti tentacolari ispirano immagini insolite e efficaci, come quelle delle macchine che ai semafori alzano “gratitudini rombanti / ai totem verdi che spengono l’attesa”. E a questi temi bisogna aggiungere i delicatissimi versi d’amore, a volte anche questi di una sinteticità densa di significati ( “con te ho confuso / l’attimo e l’eterno”), sempre caratterizzati da una limpidezza e una profondità che sono una delle componenti fondamentali di questa poesia.

La chiarezza espressiva , di stampo classico, rivela sia la formazione culturale dell’Autore, sia l’influenza dei suoi studi matematici, che gli hanno indubbiamente ispirato l’amore per la precisione e per l’esattezza. Ma queste qualità, apparentemente lontane dalla poesia , si traducono in immagini autenticamente liriche e legate a una profonda spiritualità, che rivela il profondo collegamento e l’intima connessione tra il mondo dei numeri , il pensiero filosofico , il senso dell’infinito e l’angoscia dell’uomo alle prese con il mistero della vita .( “L’angoscia è frazionare / l’immensità del tempo / dividendolo per i numeri / a due cifre della tua vita”)

Il collegamento tra numeri e poesia è particolarmente evidente in Natale, dove i drammatici eterni perché dell’uomo su Dio e sulla vita si accompagnano a considerazioni sul linguaggio di Dio, che può apparire gonfio di silenzi o espressione di “una lingua universale / di planetarie geometrie elicoidali / numeri primi, quadrati che distanze / fra ognuno di loro e i suoi discenti, / moti ( e sommovimenti della mente) / infiniti, che il pensiero racchiude?”)

Il tema religioso e il mistero della divinità sono sempre collegati alle “leggi sovrumane / che regolano le movenze dei pianeti / e la distribuzione dei numeri primi” . Non a caso l’insolito ma significativo il titolo della raccolta in cui si parla di numeri è Sussurri del cielo e mormorio dei numeri primi , con chiaro riferimento alla vita misteriosa dei numeri.

Il poeta si chiede però se le certezze della legge fisica e matematica dei corpi sia sufficiente a provare inconfutabilmente un ordine superiore all’uomo. E questo dubbio, quest’ansia di conoscenza che sembra contrastare con le certezze scientifiche, si esprime attraverso versi che traducono segreti tormenti. Così, alle liriche che esprimono mirabilmente le leggi scientifiche che regolano il cammini degli astri, si uniscono quelli sui numeri primi, che si muovono liberamente e capricciosamente “nell’universo mentale / dei numeri interi e naturali”: ma nelle visioni cosmiche si inserisce sempre l’inquietudine di chi cerca la verità e l’espressione del senso del mistero che domina la vita.

Il numero primo è collegato infatti alla sola entità Uno “che moltiplica un numero / giammai altrimenti divisibile”. E i numeri primi appaiono, come avevano notato gli antichi matematici, “come stelle d’un mosaico stellare / che all’infinito tende / senza preordinato ritmo cadenzato”

Anche le progressioni numeriche, lungi dall’apparire aride, riescono a tradurre poeticamente la sensazione dell’infinito, dello spazio immenso, del vuoto, mentre i numeri, nella loro proliferazione, appaiono quasi umanizzati, in uno scenario fantastico e surreale.

La ricerca delle leggi matematiche che regolano la sequenza dei numeri primi, che ha travagliato gli studiosi sin dall’antichità, diventa così una ricerca, espressa in forma poetica, di ciò che è occulto all’uomo, l’esistenza di Dio. Si tratta dunque di una poesia che riesce a tradurre efficacemente e mirabilmente l’incontro tra scienza e fede, comunicando al lettore tutto il senso del mistero che si cela nella “sinfonia stellare” e l’ansia di trovare una chiave di lettura nascosta e non compresa da quei matematici che rimangono chiusi a questi aspetti e che “sprangano le porte / e catenacci mettono alle botole: / che non sia mai che dal basso / s’intrufoli uno zefiro che / in primitive forme annunci / la novella della logica numerica”.

E’ proprio questo invece l’afflato che il poeta dà all’universo dei numeri primi, giungendo al concetto di Dio, come è dimostrato in questo mirabile succedersi di immagini: “Non dite loro che l’universo/ asimmetrico dei numeri primi/ dimora dentro / un perfetto quadratico universo / di numeri interi e naturali / che s’innalza verso l’infinito / secondo uno schema triangolare / e che da questo Logos / dal fiato primordiale / l’intuito della poesia / e la grazia della pazienza / elevano un nuovo altare a Dio”.

Al fascino e al significato spirituale dei numeri si unisce quello della geometria, anche questa espressione di ordine e di armonia e anche questa collegata in queste liriche alla poesia, come dimostrano certe disposizioni geometriche dei versi che ricordano i Calligrammes di Apollinaire e la poesia visiva..

Dal mondo numerico si passa dunque al respiro cosmico, con versi ispirati ai pianeti che ruotano intorno al sole “in equilibrio nello spazio immenso” e che suscitano profondi interrogativi sull’origine delle leggi che regolano il loro moto. Grandiosità e armonia, ordine dell’universo e senso del mistero si fondono dando alla poesia un respiro grandioso e spirituale, come dimostrano i versi in cui Dio, sorgente di luce, “travasa dentro il corpo / come fulminea scia / un attimo conduce alla sorgente / lo spirito vivo all’eterno Spirito”.

Il senso del mistero è ancora mirabilmente espresso in questa quartina, contenuta in un’altra opera, Ditirambi, Lai e Zagialesche: “E se Cosa sono, terrena come / un vaso di coccio che si rompe / è un fitto mistero questa Cosa / che contiene l’universo nel pensiero”.

Nella stessa opera è espressa la “strenua ricerca del divino / che, evolvendosi, l’intelletto umano / rincorre, senza soste, da millenni” Il titolo insolito di questa silloge, . che richiama forme di componimento poetico ormai desuete, rivela anzitutto le capacità metriche e espressive del nostro poeta, che rispetta fedelmente gli schemi delle antiche composizioni, ma che è capace di inserire la sensibilità moderna in forme legate alla cultura classica o medievale e ricche, appunto per questo, di tutta la suggestione del passato.

La poesia di Filippo Giordano è significativa dunque anche dal punto di vista formale .Alcune liriche sono dedicate al fascino della parola, della poesia , del canto e della scrittura, che hanno anche loro un valore misterioso e allusivo. Una lirica, intitolata appunto La scrittura, ne celebra infatti la poetica storia attraverso i” cespugli / di fonemi, cavernosi suoni / e graffiti coltivarono memorie / di vita e i fiumi, ancora per millenni / cullarono l’attesa dei papiri / d’essere grembo / del ricordo e del pensiero”. E un’altra lirica esprime efficacemente il fascino eterno e consolatorio della poesia, che, sin dai tempi più remoti, comunica “la musica del tempo che fluisce / il balsamo che lenisce le ferite” ma rivela anche la natura spirituale dell’uomo, grazie ai “morbidi, consolatori fonemi / ritmati da fonico impasto / che librandosi in aria / dal suolo eleva un poco l’uomo”.

Il volume antologico esprime , sotto molteplici sfaccettature, la ricchezza dei motivi ispiratori di questa poesia, che, spaziando dal mondo tradizionale siciliano ai problemi della società contemporanea, dalla rappresentazione della natura al significato simbolico dei numeri, dalla visione cosmogonia alla ricerca di Dio, dalla lezione dei classici al mistero della parola poetica, traduce sempre, poeticamente, con un linguaggio limpido ma ricco di riposte risonanze, la spiritualità dell’uomo e la sua ansia d’infinito.

Ida Rampolla del Tindaro

Cultura e prospettive n. 24/2014

Nebrodiversi

Il poeta matematico di Mistretta

Incomparabile triangolo, si è detto In teoremi di forme. Noi ci stiamo…(con una mano a Messina, l’altra a Palermo, testa sui Nebrodi, piedi a Capo Passero) un po’crocifissi. (Sicilia.) Parlando di Filippo Giordano, si è voluta riportare questa sua poesia, dove c’è la mente e il cuore del poeta, il rapporto con la propria terra, senza tralasciare il richiamo alla matematica, componente imprescindibile, come vedremo, della sua personalità e dei suoi interessi.

Orazio Tanelli, sulla rivista La Procellaria (Reggio Calabria, 1988), sintetizza egregiamente la poesia di Giordano, scrivendo: “Nella poetica di Filippo Giordano evidente è la presenza della problematica sociale che incide sui mali che avviliscono l’uomo contemporaneo: la disoccupazione, lo smog, la mafia ed altri malanni che affliggono l’umanità. Il poeta è un attento osservatore del costume e dei vizi di una società impervia e malata … In tale ottica parenetica il poeta rivolge la sua attenzione alla Sicilia, che forma il retroterra embrionale della sua ispirazione: da un lato egli esalta il paesaggio incantato, edenico, idillico, ricco di flora e di fauna, con le tracce gloriose dell’antica civiltà greco-romana; dall’altro egli ne analizza i mali pur restando attaccato alla sua terra come in un carcere, dal quale solo la visione onirica può spaziare in un mondo utopico”.

Siciliano, di Mistretta (Messina), Filippo Giordano si definisce poeta,scrittore e ricercatore (autodidatta)di matematica, e svolge attività di operatore presso un ente di patronato. Ha scritto libri di poesie, racconti (Voli di soffione, piccole storie di minima gente, 2001), e ricerche matematiche sui numeri primi; ha conseguito diversi premi letterari per la poesia, articoli e recensioni sulla sua produzione letteraria sono stati pubblicati su molteplici riviste specializzate del settore. È noto per studi di matematica sui numeri primi, e un suo teorema sull’argomento è stato inserito in una tesi di laurea discussa nel 2005 presso la Facoltà di Matematica dell’Università di Torino. Liriche, raccolte, sillogi, volumi di versi, in lingua e in dialetto, molto quindi ha scritto Filippo Giordano, e molto è stato scritto su di lui e sui suoi componimenti, da parte di altri, critici, letterati, giornalisti, o semplici amici ed estimatori.

Nebrodiversi, la sua nuova pubblicazione, è un corposo volume, una sorta di “Opera omnia” contenente almeno 12 tra raccolte e sillogi, uscite in un lungo arco di tempo, che si estende dal 1973 al 2012, di poesie in lingua e anche in dialetto, con varie soluzioni metriche, prediligendo comunque l’endecasillabo in versi sciolti.

Raccolte che appartengono a periodi diversi, e a tematiche diverse, benché vi sia un filo conduttore unitario e coerente, e meritino ciascuna un discorso a parte. Il testo è integrato a fine volume da una consistente appendice, “Commenti”, che accoglie di fatto una dettagliata e puntuale antologia critica, di quanto nel tempo numerosi autori e critici hanno scritto intorno alla poesia di Filippo Giordano, su quotidiani, riviste, antologie, lettere, presentazioni e prefazioni, giudizi e commenti dai quali è impossibile prescindere se si voglia comprendere, collegare, interpretare talvolta, la sua produzione poetica, e dei quali riporteremo alcuni stralci riferiti alle varie pubblicazioni.

Il libro inizia con la silloge I fili si allungano verso i balconi, che porta nei suoi versi i tanti drammi degli uomini del sud, degli emigrati, e delle loro terre arse dal sole. Così Nino Genovese: “Dispiegandosi su piani espressivi concreti, scanditi da un ritmo lento, quasi sonnolento, la poesia di Giordano riesce ad oggettivare una realtà primaria, di una Sicilia geograficamente e storicamente connotata, alla quale l’autore è legato in radice e di cui recupera motivi affettivi, stimoli psicologici, momenti specifici di storia, di vita e di società”. Segue L’amore epigrammato, una silloge più intimistica, intrisa di amori e ricordi, di musicalità ma non priva di una certa ironia. Sebbene, come è stato notato, il linguaggio sia piuttosto quello della lirica che non quello dell’epigramma, lontano dal “naturalismo lirico” e dal “realismo magico”, come rileva Claudio Bedussi ci troviamo in presenza di una “Poesia ben costruita, essenziale, attenta nella ricerca e nella scelta delle immagini”, o, per dirla con Roberto Carifi: “Sul terreno difficile della poesia amorosa Filippo Giordano si muove con una certa disinvoltura, senza retorica e con uno stile piuttosto garbato”, in quanto “Ciò che permea le liriche è… la visione serena, positiva e ottimista di un domani che, per necessità storica, sarà diverso, liberato, popolato da uomini fra altri uomini… Oltre l’amore vi è la nostra terra, in cui anch’esso naufraga, e si dimentica…” (Sergio Manca).

La raccolta Se dura l’inverno gli è valsa il 1° premio “Salvatore Quasimodo 1980”. “Si tratta… di 44 poesie brevi… dove il tema dominante è la vita degli uomini di un paese di Sicilia situato ‘sulla groppa di Nebrodi’ … Sulla “groppa di Nebrodi” Giordano intona il canto di dolore di tutto il popolo siciliano, di coloro che sono partiti… di quanti, strumentalizzati, criminalizzati, discriminati dal potere economici e politico…, nonostante tutto, continuano a vivere caparbiamente la ‘sicilianità’, seminando continuamente speranze nuove” (Gianni Amarù). In sottofondo balena un profondo senso di malcontento, e di protesta sociale. Lapidarie al proposito le parole di Ferie al paese: “Agosto. Sono tornati / uomini fatti di saluti agli amici, / dispersi, nell’anno, a Torino / o chissà e ora ritrovati, magari solo per un’ora…”, vi è il contrasto tra realtà arcaica contadina del sud e mondo industriale, mondo rurale fatto di fatica e società del benessere e consumismo, disillusione politica, emigrazione, disoccupazione e fame di lavoro, come nei versi amari di Libertà : “Quasi trentenni con speranze / Ora confinate nelle liste speciali, / condannati a non avere un figlio / per non poterlo crescere. / Intanto dal pulpito / della roboante parola non tradotta, / arroccati dietro i loro portafogli, /ululano democrazie i lupi.”

Quanto alla silloge Villaggio fra le braccia di Morfeo, molto calzante ci appare il giudizio di Sebastiano Lo Iacono: “La struttura binaria di ogni lirica… conferma la stessa scissione nevrotica del ‘villaggio’ che vive tra veglia e sonno, apparente disordine delle scene oniriche e latente disordine del mondo reale… Un ‘villaggio’ stra-paesano, contadino e piccolo borghese… l’esperienza di Giordano, quella di ‘fare i conti’ con i sogni degli Altri, viene condotta con la consueta epigrammaticità lirica, attraverso la scansione binaria del tempo e dello spazio di questo ‘villaggio’, mediante la quale… la parentesi che si chiude (il Sonno), apre quella successiva del controllo vigilante e razionale della veglia”.

In Del sabato e dell’infinito torna l’omaggio a Leopardi, ma sono sempre presenti le radici di un mondo rurale legato alla terra e alla fatica, vi ritorna spesso e vi domina la figura del padre. C’è tanta Sicilia, gli odori della campagna, gli alberi, i frutti, i rumori, le leggende, la fatica di vivere, i mali sociali, è quello di Giordano “il villaggio senza storia, dove la storia si è fermata” (Sebastiano Lo Iacono). Interessante l’analisi di Giuseppe Celona: “Si può individuare qui forse la tematica più cara al poeta… che scorge nel suo villaggio-simbolo (Mistretta) il segno e la voce e la coscienza e la presenza della Sicilia tutta, condannata ad una immobilità irreale e arcana, senza storia e senza tempo, come se le cose e gli uomini si fossero fermati e bloccati per sempre in un passato lontano, irraggiungibile e insondabile, ed emanasse da quei secoli rappresi una luce assurda e misteriosa, come da un paesaggio pietrificato per un incantesimo… C’è ancora dopoguerra, un dopoguerra rivissuto negli anni novanta novanta… Al rimpianto per il tempo perduto si mescola il tema della protesta sociale. Ma… a me sembra che il discorso poetico del Nostro non scada mai, nemmeno in simili occasioni, nella cosiddetta ‘sicilitudine’, cioè nella denuncia e nella protesta che si trasforma, a volte, in odio di classe… C’è, piuttosto… una velata pietà per i deboli, i poveri, gli oppressi, gli emarginati, gli sfruttati dai vecchi e nuovi ricchi… E la pena esistenziale dell’uomo sembra non avere scampo, correttivo alcuno, nessuna risposta né in cielo né in terra, se non nell’attimo di un fugace incontro…” Oseremmo affermare che questa poesia porti alla ribalta un nuovo ciclo di “vinti”, di verghiana memoria, pur rivisitando, come rileva il critico, simboli e temi leopardiani: il sabato, il villaggio, l’infinito…

Carmelo Ciccia, invece (La Procellaria, Reggio Calabria, 1992) vi ritrova in più degli addentellati alla poesia di Cesare Pavese, “…variando leggermente il titolo della raccolta poetica del Pavese, questa di Giordano avrebbe potuto intitolarsi ‘Vivere stanca’…”, oltre a evidenziare l’importanza dell’aspetto metrico: “La sua è la riscoperta e la rivalutazione di un ritmo (in genere l’endecasillabo), che non solo ha avuto grande fortuna nella nostra tradizione letteraria, ma che meglio si presta ad un impianto favolistico-narrativo qual è quello di Giordano”.

Nella silloge Minuetti per quattrostagioni si fa ancora più forte il legame con la terra, intrisa di notazioni sensuali, le sue zolle, le sorgenti, il faticare dell’uomo: qui il poeta percorre tutto il ciclo dell’anno, nell’evolversi e nel procedere dei fenomeni atmosferici legati al corso delle stagioni, nelle variazioni della natura e del paesaggio, corso delle stagioni che si fa tutt’uno col ciclo della vita. Si accosta e sperimenta la metrica degli haiku, coniugandola ai ritmi del minuetto, e sembra che gli effetti sortiti da queste sperimentazioni siano positivi, efficaci, se Paolo Maccioni scrive: “…le poesie raggruppate nei Minuetti per quattro stagioni sono in numero di trenta ed in esse è raccontato il principio e la fine delle stagioni che coincide con il principio e la fine della vita umana, così che il filo conduttore che le lega assieme potrebbe riferirsi alla storia dell’umanità”.

Le 13 liriche di Scorcia ri limuni scamusciata segnano il passaggio dalla lingua al dialetto, il dialetto di Mistretta, e costituiscono, pertanto, anche un’operazione di recupero linguistico, alla ricerca delle parole autentiche che si sono perdute col tempo e con l’avvento di un linguaggio legato al progresso e alla tecnologia, mentre qui l’autore ritrova i fonemi e i vocaboli genuini della parlata locale mistrettese: Paisazzu ri muntagna, forse la poesia più emblematica ed intensa, stigmatizza il rapporto ambivalente di amore odio col paese natio che ciascun siciliano ben conosce.

Tra i numerosi commenti alla raccolta, abbiamo voluto estrapolare delle citazioni da quello di Angelo Manitta (Il Convivio, Gennaio- Marzo 2004): “Scorcia ri limuni scamosciata è una silloge dialettale che sa fondere perfettamente tradizione, espressività poetica, memoria, sentimento e cultura contadina e popolare…

Il problema dell’emigrazione è forse il punto nodale, il tema che unisce il passato al futuro…una poesia che scaturisce dall’animo e dal cuore, dal legame con la propria terra e con la propria gente: amicizie, colloqui ricordi.” Ancora uno di Corrado Di Pietro: “Filippo Giordano è attento alle trasformazioni sociali e, attraverso le parole e i ritmi di un vernacolo ricco e fascinoso, ci da la chiave di lettura di alcuni fenomeni linguistici come la contaminazione delle parole d’origine con quelle acquisite e straniere, e, infine, la riflessione di Alfonsina Campisano Cancemi: “Il dialetto, quello di Mistretta, dove il Nostro è nato e vive, serve a meglio esprimere la dolorosa condizione del poeta innamorato della sua terra e deluso dallo scempio che lo scorrere della storia ne ha fatto, per cui tutte le sue meditazioni, velate di ironia, si risolvono in un malinconico oscillare fra memoria e realtà”.

Il sale della terra è una raccolta di 25 componimenti, piuttosto ambiziosa e complessa, una sorta di sublimazione della storia, dal mito fino a oggi, naturalmente vissuta, o rivissuta, sui propri luoghi, così saturi di miti, storie e leggende, in una visione ad ampio respiro, che inizia dalla scoperta del fuoco e va avanti nei secoli, senza tralasciare l’omaggio alle recenti conquiste del progresso, come la radio, il cinema. “E non è senza significato il fatto che il titolo di questo libretto, oltre ad una frase di don Fabrizio pronunciata nel Gattopardo (fine del cap. 4) e riferita al carattere dei siciliani, ci conduce ad una espressione di Gesù riferita ai discepoli (discorso della montagna, nel Vangelo di Mt, V, 13)”. Un percorso ad ampio respiro, che abbraccia e comprende mito, storia, fede, cultura, scienza, pur senza perdere mai di vista l’universo–Sicilia. La raccolta delle 9 poesie di Ntra lustriu e scuru è per Filippo Giordano la seconda prova di poesia in dialetto, a tre anni da Scorcia ri limuni scamusciata, prova questa cui l’autore giunge con la maturità. “Giordano è un buon poeta in lingua. Quali ragioni lo spingono di tanto in tanto verso il dialetto?” si chiede Giuseppe Cavarra, “Per lui il dialetto è ‘lingua della memoria’ che, come tale, consente al poeta di portare il discorso sul piano della poesia libero dai bavagli delle correnti e delle mode…?

O il dialetto è per Giordano ‘linguaggio totale’?” Per qualcuno, ad esempio Paola Fedele, egli in questa breve raccolta instaura un dialogo, dove invita i suoi lettori come fossero degli amici. Colpisce, fin dalla prima ed emblematica lirica, il senso di sospensione tra due dimensioni diverse, mistero e chiarezza, “lustru e scuru”, il buio e la luce, l’essere e il non essere, “forse tra passato e presente, o fra il bene e il male, o tra l’essere e il non essere, ed egli sembra trovare un appiglio per consolidare la sua fragile stabilità, solo nella fede, la quale trascende l’umana comprensione” (Nicoletta Corsalini).

E ancora Il canto dei paesi, raccolta molto varia questa, che accoglie poesie di tono epico, dediche, del resto l’Autore sa cogliere spunti, o pretesti se si preferisce, da un cane, dalla legge antifumo, dalla vegetazione o dal paesaggio: 20 liriche in tutto, che sono come altrettanti flash, la stessa poesia che dà il titolo è uno spaccato di vita. Nella sua Prefazione Sebastiano Lo Iacono propone alcune notazioni interessanti, inerenti alle caratteristiche e ad alcuni temi della poesia di Giordano, dove rileva, tra l’altro, l’uso frequente e non certo casuale dei verbi al congiuntivo, i ricorrenti richiami al Leopardi, l’omaggio al poeta pecoraio Giacomo Giardina, la prorompente rappresentazione della natura nella sua bellezza ed esplosione di profumi e di colori, la “finta ignoranza” del poeta in tutta la sua valenza ironica, e quella sorta di ritorno, di rivalutazione delle cose genuine, dei valori antichi e autentici, come antidoto alla “peste del XXI secolo”.

Infine, in ordine di tempo la più recente, la silloge Sussurri del cielo e mormorio di numeri primi, complessa e impegnativa, tanto per i contenuti, gli interrogativi pressanti sul male di vivere, l’ignoto, il futuro, dove l’autore si misura col mistero del divino, ma anche per la sperimentazione di nuovi metri e stilemi, dove emerge e si evidenzia il suo essere un matematico oltre che un poeta. In termini molto lusinghieri Giorgio Barberi Squarotti lo definisce “libro geniale di poesia filosofica, teologica e matematica… un’opera di assoluta novità”. Ma lasciamo parlare Fabrizio Grasso: “La raccolta… è il tentativo di illustrare poeticamente la teoria ‘quadratica’ che Giordano sostiene di aver scoperto, teoria che farebbe luce su uno degli enigmi più affascinanti della matematica, qual è appunto quello di una regola per scoprire la successione e quindi consentire l’individuazione di tutti i numeri primi”, e prosegue spiegando “Il libro si compone di tre momenti (e non crediamo che sia così per un caso; tre è numero divino per eccellenza ed è anche un numero primo): Sussurri del cielo (contiene cinque liriche), Mormorio di numeri primi (contiene venti liriche) ed infine Prima del principio era lo zero (breve poemetto)… Ma la cosa che rende davvero eccezionale il libro di Giordano è che, passo dopo passo, anzi numero primo dopo numero primo, egli ci avvicina al mistero dei misteri, che è quello dell’esistenza di Dio”. Altrettanto esplicativa questa considerazione di Stefano Valentini: “Con quest’opera strana, ora armoniosa ora dissonante, Filippo Giordano non propone soltanto una dimostrazione al mistero dei numeri primi, ma anche una nuova alleanza tra scienza, fede e poesia. Ragione, spirito ed emozione sono tre componenti connaturate e solo il loro impasto può mettere l’uomo sulla strada necessaria a comprendere il perché di ogni cosa che esiste e, innanzitutto, di se stesso e del proprio destino”. Si potrebbe affermare, infine, che, di là dalla sperimentazione, e oltre all’impegnativa esercitazione poetica, l’opera sui numeri primi diventa un percorso di fede ritrovata.

Traendo le somme su un autore così eclettico e una produzione così vasta e varia, ma fondamentalmente unitaria e coerente, si vorrebbe chiudere riportando, tra i molteplici quanto autorevoli giudizi, due definizioni che ci hanno particolarmente colpiti, l’una di Giuseppe Ciccia, che afferma: “La poesia di Filippo Giordano è poesia antica, attraversata da una musicalità incisa nella parola… Giordano continua a essere il poeta di una terra, la nostra, che sta invecchiando con noi e la sua poesia non è fatta per lanciare messaggi esistenziali, ma per recuperare con dolcezza la quotidiana voglia di vivere che ancora, per fortuna, ci sorregge”. La seconda, altrettanto incisiva, appartiene a Giovanni Dino “Filippo Giordano… è un poeta bravo e colto sia quando scrive in dialetto, sia quando si esprime in lingua … egli scrive versi coi quali indaga e s’indaga sul perché delle cose e della vita. Ma sa anche prendere in giro e prendersi in giro attraverso la scrittura… Un poeta che cambia registri adattando la sua poesia di volta in volta a un percorso nuovo con freschi effluvi di riflessioni”.

Maristella Dilettoso

Literary n. 11/2014

Nebrodiversi

Il titolo, una geniale sinalefe di due termini, “Nebrodi”, monti caratteristici della Sicilia e “versi”, suggerisce enigmaticamente il suggestivo scenario a cui s’ispira la poesia dell’autore: “Ricordo improvvisamente sbucato / da un tempo di pastori / accovacciati all’ombra di qualche rudere / mentre la nenia delle pecore / si spandeva sulla groppa dei Nebrodi. / Infanzia incavata nella memoria. / Ora l’alba preme sui vetri.” (Sulla groppa dei Nebrodi, da Se dura l’inverno). In questi testi, infatti, prendono vita “odori e sapori”, per dirla con Vittorini, le intense fragranze dei limoni, dei fichidindia, delle zagare che evocano il profumo della terra di Sicilia. L’ “amara terra mia” – cantava Modugno – col suo fascino malioso seduce irresistibilmente i suoi figli, ma anche li condanna all’inanità o li costringe all’esilio: “Occhi di operai, occhi di studenti, / gli occhi dei miei amici, / i miei occhi. / Partiranno domani col solito / treno diretto verso il nord. / Saranno gli occhi di un carabiniere, / di un operaio della fiat, / di un laureato. / Saranno gli occhi di uno straniero.” (Autunno). Essa piange i suoi morti, dopo averli abbandonati al loro destino: “Cresce uomini / e subito li espelle, / Mistretta. / E vedove bianche / attendono mariti. / E al morto del giorno / si piangono anche i vivi.” (Mistretta). Le dure condizioni della povertà insinuano la sofferenza nelle famiglie: “Ancora gambe di bambini tremano / sotto il peso eccessivo del lavoro / e il lavoro continua a restare / debitore nei confronti di molti uomini / e molta gente continua a riempire / treni di valige e di speranze / e troppe madri piangono figli lontani / cupidamente falciati dal capitale / mentre uomini vecchi montano / questo nuovo anno.” (Ancora).

La scrittura ha scaturigine proprio dal paese favoloso dell’infanzia, da questa età dell’oro gravida di primizie di sogni e di ideali. La “vicissitudine sospesa”, per dirla con Luzi, che attiene all’umano, tramandata in quest’opera, abbraccia un ampio arco (dal 1973 al 2012) e trascorre nelle mutevoli stagioni lungo la scena di questo mondo: “E scena dopo scena / la vita si gonfia d’espressioni: / asciutto talvolta l’animo / come letto di torrente estivo / che non ha fiato d’acqua; / tenero, talaltra, e palpitante / come fiamma che s’espande / col soffio delle labbra. / E meridiano dopo meridiano / è tramonto….e meridiano / dopo meridiano è alba altrove.”

La poesia Essere, genialmente configurata alla forma di una clessidra, s’interroga sullo sgomento indefinito di esistere, senza che si possa dare una compiutezza di senso al trascorrere inesorabile dei giorni: “Essere in questa parte d’infinito / solo per una porzione di tempo: / nostro delirio nascosto fra / le pieghe del sorriso / mentre si brinda / all’anno che / va via. / Intanto è giorno e / cruda come un martirio / continua a girare la terra / (l’ieri e il domani non nostri / fanno dell’oggi una prigione…) / E s’intrecciano…e s’intersecano / fedi a sciogliere il dubbio delle cose.” (Essere). Nell’angoscia che incombe e a cui si soccombe insorge il grido dell’anima che invoca Dio, unica sorgente perenne della vita vera: “dio Dio immenso / facci un cenno, mostrati / non fantasia – suggestione / di quattro apostoli, / mostrati e perdona / questo peccato / di incredulo Tommaso.” (Sussulti d’acquazzone sulle tegole).

L’amore è vertigine e brivido inconsulto che percorre le più intime fibre dell’essere, emozione sempre viva e contrastata: “Tu muovi le labbra / verso la mia malinconia / e non ti accorgi / di come, a pugni stretti, / devo battere la vertigine / di te vicina. Poi, / t’allontani inconsapevole.” (da L’amore epigrammato). È trepidazione e soprassalto del cuore: “Esplosiva sorge la voglia / d’incontrarti / in giornate come questa, / col sole che batte / sull’odore di primavera, / nei campi in fiore / e sull’erba / verde / come la mia età di uomo.” È sensazione che resta sulla pelle e che ti porti addosso ovunque tu vada: “così porto le nostre carezze / dipinte sugli occhi e gli abbracci / di seta larghi nel sangue e il senso / della vita dolce sulle unghie.” È ebbrezza selvaggia che accende i sensi: “Forse abbiamo lo stesso cuore inquieto / nascosto nella stessa timida pelle… / Cuore di puledri / sedotti dal profumo delle ginestre / ammucchiate a maggio per le colline. / Cuore di puledri / che lasciati liberi volano per i campi.”

Nel “Villaggio tra le braccia di Morfeo” sfila tutta un’umanità dolente, dei vinti di verghiana memoria, per i quali non sembra esservi speranza di realizzazione o di redenzione: “Diecimila giorni e passa / irrealizzati. / E c’è chi sfida lo sguardo triste / e dà le pacche sulle spalle / e poi la mano / e poi sparisce / portandosi la mano e la speranza.” (Morfeo & Fulvio); “Lui figlio disoccupato, pertanto / dipendente, mentre il petto / i polmoni del padre sempre più spesso / ancorano a sofferte veglie la famiglia.” (Morfeo & Sebastiano); “Cerchiamo sempre la vita / e sempre qualcosa ci sfugge. / E prendiamo un altro treno… / Una disfida, insomma, / tra ciò che abbiamo e siamo / e ciò che avremmo voluto vivere.” (Morfeo & Enzamaria).

In Scorcia ri limuni scamosciata rivivono i personaggi del villaggio attraverso l’immediatezza vitale del dialetto, così come s’incarna la saggezza popolare in figure elementari che assurgono a spunti di meditazione filosofica: “E quando il tempo / mi salì addosso / capii che era lui a comandare / e che l’asino ero io.” (L’asino).

Il sentimento religioso è ricerca ansiosa che si confronta con il dubbio, con i drammi esistenziali e con il mistero: “Chissà come consolerà la vita / questa strenua ricerca del divino / che, evolvendosi, l’intelletto umano / rincorre, senza sosta, da millenni? / Penso, dunque sono minuscolo / granello di sabbia nella immensità, / sale che le meningi spreme / sul caos e sulle forme del Signore. / E se Cosa sono, terrena come / un vaso di coccio che si rompe, / è un fitto mistero questa Cosa / che contiene l’universo nel pensiero.” (Dubbio magistrale). È una speculazione cosmica che spazia dalla vaghezza lirica allo spessore intellettuale della meditazione filosofica: “Vago lo sguardo nell’immenso cielo / sperando nella scia delle comete. / Straripa a volte il Caso dilagando / fra meteoriti che cozzano pianeti / (…) È l’uomo figlio d’uno scriteriato / ordine di forze che s’attraggono / e collima la sua intelligenza / ansiosa con il Tuo volere? / Chi sono i puri ai quali Tu concedi / il codice che valicando il dubbio / nutre di fede il corpo e l’esistenza? / È gonfio di silenzi il Tuo respiro… / oppure parli una lingua universale / di planetarie geometri elicoidali / numeri primi, quadratiche distanze.” (Natale).

L’autore teorizza un’eziologia della cosmogonia che ha a fondamento i numeri primi, dei quali avverte un’attrazione misteriosa: “Ma i numeri primi / possono capricciosamente andare / a zonzo nell’universo mentale / dei numeri interi e naturali / sciolti da qualsiasi regola / a farsi beffe dei matematici / che non riescono a inquadrarli / dietro il canale della comprensione? / Può l’universo dei numeri interi / sfornare primi estraendo a caso, / una tantum, dal pallottoliere / il sempre più raro cavaliere / che non si piega e non si spezza?” (Nel mare grande delle attrazioni). Il numero primo s’identifica con il Verbo della creazione: “Prima del principio era lo zero. /Un buio senza corpo e senza idea. / Poi venne l’Uno, soggetto – oggetto / primo, pensabile, concreto. / Partendo dal vuoto del niente assoluto, / fece un passo e si trovò Uno. / Si guardò intorno e meditando / sulla immensità del nulla circostante / realizzò l’idea di variegare il mondo.” Alla genesi dell’universo è la ruàh, il soffio dello Spirito: “Prima del principio era lo zero. / Un assoluto vuoto di pensiero. / Poi venne il soffio dello Spirito / ad animare di pulsante linfa / la materia oscura e senza tempo. / Soffiò la vita e l’uomo venne, / solitaria creatura intelligente / fra animali e piante d’ogni specie / a far tesoro della esperienza / delle somme dei cicli di stagione.”

Spiccano espressioni incisive e di notevole efficacia icastica: “quel tal giorno del mese di giugno / che ha l’abbraccio di luce più lungo.” (Solstizio); “La città…chiusa al settimo piano / degli orli di prato ha perso l’arcano.” (Il paese usa ancora cantare); “Grovigli inestricabili agli incroci / misurano ai muli la tenacia / e sfidano dei buoi la pazienza.” (Palermo); “Su queste montagne di prati e pini / e case, l’estate prima intravista, / stretta fra due acquazzoni, improvvisa / s’è assisa, regina senza ombre / di rivali a contrastarne l’umore.” (I voli e i versi); “Vomere solca. / Utero inseminato, / la terra geme. / Dicembre vola / dentro fiocchi di neve / viene Gennaio.”; “Talaltra è solo un pallido ricordo / di luna sopra nubi a mandrie / sciolte nella prateria del cielo.” (Talvolta il verso è luce).

Filippo Giordano, in quest’ampia raccolta che abbraccia l’intero arco di una vita, tesse il canto dei suoi giorni, dalle primizie di luce della giovinezza all’imbrunire del tramonto, dipingendo i colori, restituendo gli umori e i sapori della terra natia e ritraendone i personaggi più caratteristici, spaziando dall’ironia, alla levità poetica, all’indagine gnoseologica, offrendo in tal modo un quadro completo della propria personale esperienza di umana vicissitudine.

Flavia Buldrini

Talento (Torino), n. 2/2004

Filippo Giordano propone ai lettori un’ampia silloge destinata a ripercorrere il quarantennale itinerario poetico inziato con la pubblicazione de I fili si allungano verso i balconi (Spirale, ed. Società Storica Catanese), riuscita descrizione ambientale tra panni stesi al sole, vicoli, finestre dalle quali “sguscia attenta una testa” e “figli sballottati a nord” dove “Inghiottono fumo e nostalgia” nella speranza di un futuro migliore sicché i loro occhi “saranno gli occhi di un carabiniere, / di un operaio della fiat, di un laureato”. Un sud immutabile nell’immagine del vecchietto “sospeso a una sedia / sull’uscio di casa”   e sensuale nelle movenze di quelle donne le quali “Con nel corpo / ancora il sapore / dell’ultimo amore (…) si infilano le calze”.

È anche poesia d’amore, quella di Giordano come attesta la sezione L’amore epigrammato dove “Gli amori piegati dal tempo / riverberano foglie d’autunno / e le malinconie disegnano / presagi bianchissima neve” mentre il canto dell’amor perduto si alterna alla promessa di immortalità (“Con te ho confuso / l’attimo e l’eterno”). Se dura l’inverno si apre con i ricordi di una infanzia legata a “… un tempo di pastori / accovacciati all’ombra di qualche rudere / mentre la nenia delle pecore / si spandeva sulla groppa dei Nebrodi” e dedica spazio sia al ritorno, per le vacanze, di chi è andato lontano per lavoro: “E su queste pietre , ridiventati / lucertole al sole, meditano / che qui il riposo non ha incubi / di solitudini abbarbicate ai grattacieli” sia alle peripezie di quelli che sono rimasti, come suo padre “contadino abbandonato alle gelate / e alle danze malefiche dei venti”, prendendo atto che tentare di reagire allo sfruttamento è lecito ma inutile: dopo dieci giorni di sciopero “Siamo ritornati all’ovile / stritolati da catene secolari: / anelli di rassegnazione intrecciati”.

La quarta sezione, Passeggiando intorno alla primavera, si occupa di disoccupazione e vuote promesse elettorali con l’amara constatazione che “Siamo cresciuti con teste / di preoccupate formiche / e la canzonatura è che abbiamo raccolto zero”. Significativa la lirica Sicilia: “Noi ci stiano… (con una mano a Messina, / l’altra a Palermo, testa sui Nebrodi, / piedi a Capo Passero) un po’ crocifissi.”

Anche le liriche di Villaggio fra le braccia di Morfeo, giocate tra sfiducia e disincanto, sfociano nella rassegnazione di uomini (Mario, Rosario, Rodolfo…) costretti ad adattarsi a un mestiere diverso pur di lavorare.

A Sussulti d’acquazzone sulle tegole segue Del sabato e dell’infinito con il ricordo di quella Via San Nicolò nella quale l’antica solidarietà degli abitanti è svanita e oggi “l’uomo è un balenio dentro la selva” e due capolavori: Frammenti (summa di secolari umori e sudori della civiltà contadina con i villani raggruppati “.. con la falce in pugno / levando ran–cori tra le spighe / contro i pieni granai dei padroni”) e Dopoguerra, quando i contadini “avevano canti antichi alle bocche, / nenie arabe del sangue”.

Il poeta ora spazia tra “chiazze di menta selvatica”, castagni, mandorli, ulivi, limoni, colori e profumi ai quali vanno ad aggiungersi, a Settembre “gli odori / dei vasi con le piante alle finestre, / la menta e il basilico negli anditi”.  

I Minuetti per quattro stagioni propongono un dubbio legittimo: “Al gioco vince / chi fra i fortunati ha più abilità? / Oppure vince, / fra gli abili migliori, / chi ha più fortuna?” mentre in una notte di festa “Di luce vanno / il buio a fecondare, / in cielo fuochi”. L’autore accorda lo spazio alla poesia dialettale con Scorcia ri limuni scamusciata (Buccia appassita di limone), destinata a rievocare “ru sciauru chi spanni ari sti casi / quannu i ciliegi erinu “ggirasi” (“l’odore che espandeva da queste case / quando i ciliegi ancora si chiamavano “ggirasi”) e A festa ru Santu Patruni (La festa del Santo Patrono) con la consueta “Lustriu ri lampadini / stinnuti a tinchitè, / u lustriu ri caliara / e chiddu ri cafè” (Luce di lampadine / a iosa collocate, / la luce degli ambulanti / e quella dei bar).

Il sale della terra spazia da Omero a Cristoforo Colombo e dall’intuizione di Copernico (“Una verità solitaria, invece / talvolta ruzzola tra i dirupi / nelle notti oscure e inerte resta / in attesa di radica e germoglio”) ai fratelli Lumiere, Il canto dei paesi ci regala l’immagine di quella fanciulla la quale “fresca come l’uva settembrina” e fugace come un vecchio motivetto / dispare dietro l’angolo di strada / lasciando gli attempati a bocca chiusa / a meditare lo scorrerre del tempo”. Infine “Sussurri d’acquazzone del cielo e mormorio di numeri primi”, definito da Giorgio Barberi Squarotti “libro geniale di poesia filosofica, teologica e matematica” dedicato ai numeri primi (un binomio vincente, quello tra il cognome Giordano e tali numeri, se si considera che fu il romanzo La solitudine dei numeri primi a sancire nel 2008 il successo letterario di un altro Giordano, Paolo vincitore dello strega e del campiello): partendo da Euclide, il quale dimostro “con il pensiero astratto / la concreta idea che dopo l’ultimo primo / ce n’è sempre un altro e poi un altro ancora”, l’autore giunge a svelarne il millenario segreto: “stanno i numeri primi dentro la corolla / che circonda ogni numero al quadrato”.

Roberto Tassinari

Talento, n. 2/ 2014  

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Commenti più recenti

11.12 | 12:32

Filippo, sei sempre sulla "breccia dell'informazione" e ci regali dei fatti storici molto interessanti. Grazie.

...
19.08 | 11:17

Molto interessante, grazie per averci fatto conoscere la storia della processione di San Sebastiano.

...
25.04 | 18:13

Grazie del commento. Hai colto a perfezione!

...
25.04 | 12:49

QUANDO SI AGGIUNGE UN NUOVO TASSELLO A QUALCOSA DI MISTERIOSO ,C'E' SEMPRE UNA GRANDE GIOIA CHE CI RISCALDA IL CUORE, LA MENTE E L'ANIMA. EUREKA!

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